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Polmoni bruciati dal Covid: 18enne salvato con gli organi di un giovane caduto dal trattore

HOSPITAL, TRUCK, COLLAGE
Shutterstock
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Al Policlinico di Milano è stato eseguito il primo trapianto in Europa di entrambi i polmoni. Dietro l’operazione straordinaria c’è anche il grande gesto di una madre che ha donato gli organi di suo figlio, tragicamente morto in un incidente.

Solo pochi giorni fa avevamo accolto la sfida del Papa sul tema della narrazione e oggi la cronaca ci porta proprio a fare i conti con il succo di quel discorso:

Abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l’intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri. (qui il testo completo)

Non c’è sguardo migliore di quello che ci permette di accorgerci che le nostre trame sono tessute da un narratore stupefacente, nostro Padre. Quello che talvolta a noi sembra un intreccio ingarbugliato di eventi è sempre parte di un disegno di cui a noi sfugge la trama complessiva, ma che è parte di un racconto che Dio sa portare al giusto compimento. Non può essere una storia semplice, visto che proprio Lui – Dio – ha voluto mettere al centro del suo disegno la nostra libertà.

Alcune volte, ed è questo il caso, l’essere umano ha il privilegio di contemplare con commozione e stupore come le nostre vite siano davvero legate le une alle altre ben al di là dei nostri calcoli e progetti.

In questa storia sono protagonisti due giovani ragazzi che non si sono mai conosciuti né incontrati e ora sono uniti in modo inseparabile; ad entrambi si è posto il confronto serrato con la morte.

Un trapianto straordinario

È su tutte le prime pagine dei giornali quanto avvenuto al Policlinico di Milano:

Trapiantati entrambi i polmoni ad un ragazzo di 18 anni, ridotto in fin di vita dal Covid-19 che gli aveva ‘bruciato’ i due organi, rendendoli incapaci di respirare in pochi giorni. L’intervento, il primo del genere in Europa, è stato eseguito dai medici del Policlinico di Milano, sotto il coordinamento del Centro nazionale trapianti, con il Centro regionale trapianti e il Nord Italia transplant program. (da Ansa)

Manca ancora molto per capire il vero volto di questo virus che avevamo associato, nelle sue conseguenze più gravi, alle persone anziane. Francesco (il nome di fantasia scelto per identificarlo) invece è un ragazzo di appena 18 anni, i cui polmoni sono stati letteralmente «bruciati» dal Covid-19.

Il ragazzo inizia ad avere la febbre il 2 marzo e il 6 marzo viene ricoverato in terapia intensiva all’Ospedale San Raffaele di Milano. Due giorni dopo viene intubato e il 23 marzo viene collegato alla macchina Ecmo per la circolazione extracorporea. Ma ormai i suoi polmoni sono compromessi irrimediabilmente, e a metà aprile i medici del San Raffaele, confrontandosi con quelli del Policlinico, decidono di tentare di donargli polmoni nuovi. Una cosa mai provata finora, se non in pochi rari casi in Cina (e in un singolo caso a Vienna, eseguito pochi giorni dopo l’intervento di Milano effettuato il 18 maggio scorso). (da TGcom24)

SHUTTERSTOCK / sumroeng chinnapan

All’aggressità così fulminante della malattia risponde l’intraprendenza medica che osa il coraggio di una scelta che sarà vincente. Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, ha scomodato la parola «miracolo» per complimentarsi con i chirurghi dell’equipe medica del Policlinico per essere stati pionieri di una pratica che potrà essere replicata in tutto il mondo. E tutti noi auguriamo a Francesco che la convalescenza, e c’è da immaginare che non sarà facile, lo porti a una completa guarigione.

Ecco, questi elementi sono quelli essenziali di una trama a lieto fine, si potrebbe dire. Ma di questa storia fa parte un intreccio più grande e complesso per avvicinarsi al quale occorre tornare al 30 aprile: è il giorno in cui Francesco viene messo sulla lista dei trapianti, in attesa. Seguiranno due settimane che possiamo intuire durissime e vertiginose per lui e la sua famiglia, tra un quadro clinico gravemente compromesso e l’incognita di non sapere se potrà esserci l’occasione di un trapianto, peraltro molto rischioso.

Una tragedia improvvisa

Che giorno sarà stato il 30 aprile per Davide Trudu? Forse normalissimo, per questo 29enne sardo di Sarmassi. Di sicuro ignorava che a centinaia di chilometri di distanza Francesco stava combattendo tra la vita e la morte, di sicuro ignorava che sarebbero stati i suoi polmoni a salvarlo. Trascorrono per Davide altre due settimane, finché il 17 maggio una tragedia improvvisa lo strappa alla vita:

Il 17 maggio è a bordo di un trattore guidato da un amico. Cade. Viene trasportato d’urgenza all’ospedale Brotzu di Cagliari. È gravissimo. La famiglia prega ma Davide non ce la fa. La mamma è sconvolta dal dolore, ma ha deciso: Davide salverà altre vite. Fegato, cuore, reni. C’è anche un’equipe di specialisti che arriva da Milano. Espianto dei polmoni. (da Quotidiano.net)

La ricostruzione dei fatti che hanno portato alla morte di Davide sono oggetto di inchiesta e il conducente del trattore è stato accusato di omicidio colposo e omissione di soccorso. Si trattava di un conoscente di Davide che guidava il mezzo senza patente e senza assicurazione, si è allontanato dal luogo dell’incidente senza prestare aiuto. Eppure in mezzo a questo dramma sconcertante, la madre di Davide ha avuto la lucidità sufficiente per compiere quel gesto di grande generosità che è la donazione degli organi, ignara di chi avrebbe aiutato ma certa che la sua perdita incolmabile non dovesse appartenere solo alla disperazione. Ha tolto dall’incubo Francesco e la sua famiglia. E non solo: il fegato di Davide è stato donato a un paziente gravissimo in Emilia Romagna, il cuore batte nel corpo di una giovane donna sarda e i reni sono destinati a due sardi in dialisi (fonte YouTG.net).

I fili del mistero

Le storie migliori che è capace di scrivere l’uomo non sono quelle in cui «tutti vissero felici e contenti»; e ci sono casi in cui il lieto fine è costruito in modo proprio posticcio. Altrettanto falso risulta l’alone di nichilismo e caos che viene offerto come chiave di lettura del mondo in tanti film e romanzi. Le storie veramente belel sono quelle in cui il narratore scommette tutto sul potere deflagrante di legami insospettabili, che si porgono alla penna che scrive come intuizioni improvvise. La vera sfida è stare a occhi sgranati di fronte al tessuto della realtà che davvero tante volte ci sembra incomprensibile, come guardare al contrario la trama di un arazzo.

L’aver salvato un ragazzo di 18 anni è un cerotto sufficiente per tamponare il dolore della morte di un altro ragazzo? No. Dobbiamo trattenere la gioia di un trampianto mai tentato prima e riuscito perché dietro c’è anche la morte di un giovane? No. Il nostro guaio più grosso è sempre quello di voler trarre delle conclusioni inoppugnabili, mentre siamo ancora nel mezzo del cammino. Dovremmo invece dedicarci a contemplare il mistero presente che si dipana giorno per giorno: Francesco e Davide sono entrambi figli prediletti da Dio, amati senza graduatorie e dunque parte di una storia di cui noi vediamo un intreccio clamoroso e di cui pure ci sfugge molto. C’è il mistero del male e c’è il mistero del bene: c’è un uomo che fugge senza dare soccorso, ci sono medici che si adoperano per salvare una vita osando l’intentato. Quante volte noi saremo capaci di cose ignobili, e poi di slanci ammirevoli? C’è la tragedia ingiusta e c’è la guarigione sorprendente. Quante volte imprecheremo contro il destino e quante ci stupiremo di doni inaspettati? Siamo dentro quell’impasto unico che è il reale, la tentazione di sbrogliare la matassa è forte; ma ci porterebbe a slegare ciò che per Dio non lo è.

Ecco allora che lo sguardo che il Papa ci invita a spalancare è l’alternativa più sensata, nient’affatto zuccherosa: le nostre vite si legano come un tessuto, oltre ciò che sono i nostri calcoli e le nostre simpatie (o antipatie); nessuno di noi è stato catapultato qui come un atomo avulso dal resto. La nostra presenza fa la differenza e il nostro destino è qualcosa in più di una cronaca oggettiva di fatti. Che in qualche istante risulti più evidente che c’è un Padre che tesse relazioni sorprendenti, in cui le lacrime sono sincere proprio anche quando si mescolano alla gioia, ci deve irrobustire di speranza, stimolare nella responsabilità reciproca, consapevolmente stupiti del presente.

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