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Quanto stancano il nostro cervello le riunioni online?

CONFERENCING CALL,

Girts Ragelis | Shutterstock

Silvia Lucchetti - pubblicato il 09/05/20

L’altra faccia della medaglia degli strumenti oggi indispensabili per mantenerci in contatto

In questo momento di pandemia che ci ha costretto a distanziarci e non poter entrare in contatto per coltivare le relazioni affettive e lavorative, la tecnologia digitale sta giocando un ruolo di enorme importanza per consentire di mantenere la connessione fra le persone. Dal punto di vista occupazionale si è dovuto fortemente incentivare il lavoro da remoto, e nell’ambito di quelle attività che comportano la necessità di riunioni e meeting, come ad esempio la formazione, questo è reso possibile grazie ad app come Zoom che offre sofisticate soluzioni in questa direzione. Un articolo apparso sul sito Ansa Salute ci informa che questa particolare modalità comunicativa comporta degli effetti sulla nostra psiche in quanto necessariamente altera e riduce alcuni aspetti essenziali dell’interazione dialogica.

Quali sono gli effetti?

Il primo elemento su cui riflettere risiede nella forte limitazione della comunicazione non verbale che si viene a determinare, con la speculare iper-focalizzazione sulle parole, a cui viene riservata un’attenzione costante e intensa. È noto come il significato che attribuiamo ad uno scambio comunicativo derivi dall’insieme dei segnali verbali e corporei, i quali ultimi offrono ai messaggi quella coloritura emozionale che ne caratterizza in particolare la valenza relazionale. Quando conversiamo di persona possiamo avvalerci di tutto l’armamentario comunicativo: il tridente formato dal canale verbale (linguistico), paraverbale (vocale) e non verbale (corporeo). Uno degli elementi del non verbale riguarda la prossemica, cioè la gestione della distanza fisica tra le persone e il loro modo di porsi reciprocamente nello spazio condiviso, aspetto negato nel contesto di una videochiamata che non permette la tridimensionalità e condiziona fortemente la spontaneità dei movimenti e delle posture. Generalmente le persone vengono inquadrate sedute, dalle spalle in su, costringendo gli interlocutori ad un forte investimento percettivo sul viso: il contatto visivo prolungato diventa l’indizio più rilevante, e se sostenuto a lungo può risultare intrusivo, troppo intimo e perfino minaccioso.

Nelle inquadrature si perdono spesso i gesti delle mani e praticamente sempre i movimenti degli arti inferiori. Quando poi la qualità visiva e/o audio del collegamento fossero scadenti, questo verrebbe a comportare ulteriori limiti e aggravi in termini di maggiore affaticamento comunicativo. Gran parte di questi problemi vengono amplificati nelle schermate con più persone; la panoramica della galleria – in cui sono presenti tutti i partecipanti all’incontro – comporta, tanto più essi siano, un grande sforzo oculare che mette a dura prova la visione centrale del cervello, costringendola a decodificare tanti soggetti contemporaneamente da non riuscire a soffermarsi in modo significativo su nessuno, compreso chi in quel momento parla.

“Zoom Fatigue”

Tutto ciò, che giustifica il fatto che sia stato coniato un termine specifico: “Zoom Fatigue”, affaticamento da Zoom, non sminuisce l’enorme importanza al momento di queste tecnologie digitali ma contemporaneamente stimola ulteriormente il nostro desiderio che finisca quanto prima il lockdown della comunicazione vis a vis a cui siamo incredibilmente costretti.

Tags:
cervellocomunicazionenuove tecnologie
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