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Chiesa

Una proposta alla CEI per tornare a partecipare alla Messa

CARDINAL GUALTIERO BASSETTI

Antoine Mekary | ALETEIA | i.Media

Il presidente dei vescovi italiani Gualtiero Bassetti.

Giovanni Marcotullio - Gabriele Marconi - Breviarium - pubblicato il 25/04/20

Il Presidente della CEI chiede che si cominci a pensare al ritorno del popolo cristiano nelle chiese. Vorremmo contribuire al dibattito/discernimento in materia con alcune considerazioni teoriche e pratiche condotte al lume delle attuali conoscenze mediche e nel solco storico della responsabilità ecclesiale e delle politiche sanitarie ecclesiastiche.

E

minenza Reverendissima,
abbiamo letto con interesse e con attenzione la Sua VII Lettera settimanale di collegamento alla Sua Arcidiocesi, apprezzandovi la meditazione del Pastore zelante e responsabile a cui non può bastare (non sul lungo termine) che – «con generosità e inventiva e, perché no, con coraggio» – ci si sia dedicati a moltiplicare le occasioni di Messe in streaming. Ci ha consolati leggere il suo lapidario “guardare la Messa non è celebrarla”, che sintetizza l’allerta del Santo Padre contro l’insidia della “Chiesa virtuale”.

Da parte nostra, insieme con alcuni amici abbiamo cercato di offrire il nostro contributo ricordando come gravi sacrificî quali quello del digiuno eucaristico impostoci dalla crisi sanitaria non siano totalmente inediti nella lunga storia della Chiesa (e siamo lieti che questo sia stato notato anche dall’Informazione della Santa Sede).

Un’osservazione da “avvocati del diavolo”

Non intendiamo attardarci sulle strumentalizzazioni politiche azionate da più parti: ci rendiamo bensì conto che le vicende ecclesiali hanno sempre, nel loro complesso, almeno un riverbero politico (e questa è la ragione per cui da tutta Italia guardiamo a lei e al Tavolo di Fraternità da lei presieduto); pensiamo altresì che tali riverberi non debbano mai diventare predominanti nel discernimento peculiare della vita ecclesiale.

L’argomento ecclesiologico da lei addotto, Eminenza, è forte e sostanzialmente decisivo:

l’Eucaristia è per tutti, sacerdoti e fedeli, fonte e culmine di tutta la vita cristiana.

Altrettanto forte è l’argomento “testimoniale” con riferimento alla ricaduta sociale del vissuto di questo difficile periodo:

Se non ci poniamo correttamente la questione della “identità” di Dio, rischiamo seriamente che, una volta usciti da questa pandemia, il mondo occidentale rimanga ancor più convinto che la vera salvezza viene solo dalla scienza e che la religione può tutt’al più avere un ruolo subalterno, magari consolatorio, ai margini della razionalità. Per le Chiese cristiane è l’ora di puntare sulla maturità della fede.

Proprio in nome di questa fede che tutti abbiamo ricevuto in dono e che con l’aiuto di Dio speriamo matura, nell’auspicio di contribuire a un buon discernimento ecclesiale, vorremmo appunto avanzare un’obiezione (e ci scusi il piglio da “avvocati del diavolo”):

Come possiamo essere certi che stiamo cercando di ripristinare «la questione dell’“identità” di Dio» per avere un effetto testimoniale… e non invece che stiamo tentando anzitutto di “difendere uno spazio occupato” (nel corso dei secoli) che oggi vediamo in pericolo?

(domanda antipatica, ma forse doverosa)

Non vorremmo peccare di “apollinarismo ecclesiologico” (direbbe il padre Ghirlanda), quindi riconosciamo senz’altro che entrambe le questioni sono oggetto di legittime cure della Chiesa. Almeno nel processo del discernimento, però, esse dovrebbero restare distinte: da più parti nel dibattito pubblico si argomenta che non potremmo tardare a tornare nelle nostre chiese in quanto «i supermercati e i tabaccai sono sempre stati aperti», cioè perché non possiamo tollerare di essere considerati irrilevanti per la vita pubblica (sofisma che ha indotto alcuni segmenti ecclesiali a incitare i sacerdoti a trasgredire decreti vescovili, nonché ad aggredire gli stessi Vescovi).




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È vero che Dio e la Chiesa non sono irrilevanti per l’uomo e per la società, tantomeno possono esserlo in un momento di grande prova come il presente. Del resto è vero anche che la ragione per cui stiamo tenendo questo discorso è un virus a noi ignoto fino a pochi mesi fa e che si comunica nella prossimità sociale, nel contatto fisico e nella stessa compresenza in uno spazio chiuso – insomma di molti degli accidenti di quasi tutte le celebrazioni eucaristiche.




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All’inizio della crisi suggerivamo di guardare alla Chiesa di Hong-Kong, dove ai fedeli veniva proibito di segnarsi con l’acqua e scambiarsi il segno della pace, comunicarsi dalle mani del sacerdote e perfino cantare; anzi gli stessi avevano l’obbligo di indossare mascherina e guanti, di usare un gel igienizzante all’ingresso e di farsi misurare la temperatura a infrarossi prima di entrare in chiesa. Pensavamo che fosse una serie di accorgimenti più che scrupolosa, sufficiente a contenere il rischio di contagio, e la additavamo come possibile via di conciliazione delle esigenze ecclesiali nelle contingenze sanitarie: stamane, dopo aver letto la sua lettera, ci siamo informati da amici (sacerdoti) in loco, i quali ci hanno informati che nella stessa Hong-Kong non si celebrano messe cum populo ma che le chiese sono aperte per la preghiera personale (ora che da settimane non si hanno nuovi casi); a Macao, invece, si distribuisce la comunione per le strade, davanti alle chiese, dopo le messe che vengono seguite via etere o via internet. In Cina, in generale, si stanno preparando a tornare a celebrare le messe domenicali per il 17 maggio. Parliamo del Paese che prima di tutti ha dovuto affrontare la crisi e che prima ne è uscito (avendola affrontata con “rigore cinese”).

Se gli amici in Cina ci dicono che il governo «non è di disturbo» alle Chiese, le quali progettano da sé le proprie politiche sanitarie, non è lo stesso in Corea, paese asiatico tra i primi a vedersi seriamente infettato dal Covid-19 e tra i più rigorosi nella reazione sistematica al contagio: è disposta la chiusura delle chiese (mentre cinema, bar e ristoranti sono operativi) perché sembra (dati possibili sono grazie a un serrato tracciamento dei contagi, quale appunto il governo di Seul ha voluto e attuato) che quasi il 70% dei contagi di massa sia avvenuto in contesti di culto cristiano (Di comunità ecclesiali non cattoliche, ma nella fattispecie questo è secondario).

In nessuna tabaccheria d’Italia oggi entreremmo in più di uno alla volta, e di certo non vi resteremmo una cinquantina di minuti, e i supermercati (mediamente più vasti delle chiese) fanno entrare anche meno di venti persone per volta: come Chiesa, Eminenza, dovremmo avere la massima cura di non ritrovarci corresponsabili di una nuova ondata di Covid-19, perché tra le poche cose che stiamo imparando di questo nuovo virus c’è il fatto che gli strumenti-barriera consigliati (mascherine e guanti) non sembrano affatto sufficienti a garantire l’incolumità delle persone. A questo punto vorremmo anzi contribuire al già ricordato discernimento con una serie di proposte che – ove venissero accolte – tutelerebbero insieme la salute dei fedeli e la riserva spirituale della società, segnalando la Chiesa in Italia per vera “esperta in umanità” e leale amica del consesso civile.

Il principale vulnus nell’affidarsi solamente al distanziamento standard di 1 m o di 1,85 m (per il quale comunque cf. p. 2) e a dispositivi di protezione individuale quali mascherine e guanti consiste nell’ignorare che a modalità di trasmissione probabile quale:

  • (i) l’emissione in precipitazione (droplets, gocce di diametro superiore ai 5 μ) orale o da rinite e plausibile come
  • (ii) il contatto con superfici in cui il virus è depositato ed ancora infettivo, ve n’è almeno una terza che riguarda le nostre chiese, di più difficile studio ma che laddove analizzata è stato impossibile escludere dalle modalità ordinarie di contagio:
  • (iii) la trasmissione per emissione in sospensione (aerosol, gocce di diametro inferiore ai 5 μ), che il New York Times definisce “la domanda da un trilione di dollari”.

Se le prime due modalità durante la liturgia possono essere significativamente limitate semplicemente adottando il distanziamento oltre la gittata delle droplets, indossare le mascherine chirurgiche che ne bloccano la maggior parte, i guanti che impediscono il contatto diretto con le superfici e relativi accorgimenti (evitando di portare le mani al volto nella genuflessione durante l’adorazione), lo stesso non vale per la trasmissione via aerosol.

Dati offerti alla ricerca e questioni aperte

Si deve anzitutto segnalare che gli studi sulla possibilità di trasmissione dell’infezione via aerosol non sono sempre concordanti. Allo stesso modo però dobbiamo rilevare che con il procedere della ricerca di settimana in settimana emergono elementi sempre più solidi per considerarla plausibile, in ragione di una misurata infettività del virus in sospensione aerea che può durare anche diverse ore, analogamente e anche più efficacemente rispetto ai coronavirus già noti per provocare in soggetti umani sindromi respiratorie acute come SARS e MERS (Si vedano soprattutto: Van Doremalen N, Bushmaker T, Morris DH & al. Aerosol and surface stability of SARS-CoV-2 as compared with SARS-CoV-1, N Engl J Med , pubbl. Il 16 aprile 2020 [Nell’esperimento in collaborazione tra la National Institute of Allergy and Infectious Diseases, University of California e Centers for Disease Control and Prevention, finalizzato a comparare la presenza dei virioni infettivi di SARS-CoV-2 in comparazione con SARS-CoV-1, si accerta un’infettività persistente entro 1h, 1h e ¼ e una riduzione minimale fino al termine periodo d’osservazione di 3 ore]; il commento sulla medesima rivista del prof. Matthew Meselson di Biologia Molecolare della Harvard University; più recentemente è stato inserito un paper in prepubblicazione su MedrXiv la cui ricerca (condotta su modello di primate non umano, generante l’emissione) ha misurato che la concentrazione di genoma virale per litri di aerosol tende a mantenersi anche oltre le 12 ore, fino ad un’osservazione di 16, con una persistenza sensibilmente più alta rispetto a SARS-1 e MERS. Le misure sono state confermate in 3 laboratori, tramite una collaborazione tra il Tulane National Primate Research Center di New Orleans, il Center for Vaccine Research della University of Pittsburgh, il Center for Tropical Diseases della University of Texas con la revisione del National Institute of Allergy and Infectious Diseases e del U.S. Army Medical Research Institute of Infectious Diseases; Guo Z-D, Wang Z-Y, Zhang S-F, Li X, Li L, Li C, & al. Aerosol and surface distribution of severe acute respiratory syndrome coronavirus 2 in hospital wards in Emerg Infect Dis. 2020 Jul [le misure del team dell’Accademia Militare delle Scienze di Pechino sono realizzate nei reparti CoViD e nelle Terapie Intensive di Wuhan, ove è stato possibile suddividere le aree di rischio per la trasmissione via aerosol. Gli autori suggeriscono che in generale il contagio per aerosol può avvenire entro un raggio di 4 metri]).

Se questi risultati danno indicazioni importanti soprattutto agli operatori sanitari che lavorano con pazienti in situazioni per cui il rischio è più alto se non probabile (come quando si verifica la necessità di intubazione), non possono comunque essere ignorati da chi opera in spazi chiusi e poco ventilati in cui si radunano diverse persone; e tra questi sono chiaramente a rischio i luoghi di culto. Il distanziamento sociale limitato ai canonici 1,85 metri si può rivelare fatalmente insufficiente e le mascherine chirurgiche non proteggono né in inspirazione né dalla propria emissione, essendo inefficaci nel filtrare i bioaerosol.

Tentare di dotare tutti i fedeli costituenti l’assemblea di mascherine di FFP2 o con maggior capacità di filtraggio non è né agevole né consigliabile in un momento in cui ancora sono di difficile reperibilità per il personale sanitario in diverse zone del territorio nazionale. Nell’impossibilità di provvedere ad una protezione individualizzata dei fedeli, non ci si può che volgere a criteri di protezione collettiva, ovvero ragionare sulla composizione dell’assemblea attraverso la presenza di fedeli:

  1. immuni;
  2. appartenenti a gruppi meno colpiti dall’infezione.

La presenza di immuni nell’assemblea

Unica garanzia di protezione generalizzata da un’infezione virale è l’immunità di gruppo, il cui raggiungimento per SARS-CoV-2 è probabilmente compreso tra il 60 e il 67% della popolazione (essendo il tasso di riproducibilità del virus tra 2 e 3). Un’assemblea composta dal 60% di immuni può conferire protezione anche al restante 40%, se accompagnata ad un’adeguata distribuzione di fedeli immuni e non immuni. I dati ci dicono oggi che siamo lontani dal poter raggiungere questa composizione semplicemente con una partecipazione discrezionale dei fedeli, essendo la popolazione italiana in generale lontana dall’immunità di gruppo: le province più colpite dall’epidemia come Bergamo, Cremona (Analisi InTwig per IlSole24ore relativamente alla Lombardia, 10 aprile 2020. Altre stime sul territorio nazionale rimangono comunque entro i 6 milioni, sotto il 10%) e Piacenza (così le rispettive diocesi), possono avere una popolazione contagiata tra il 25 e il 30% secondo stime basate sul tasso di letalità, mentre la maggior parte delle province fuori dal Nord Italia anche al di sotto del 5%. 

La disponibilità di fedeli immuni nella popolazione fino ad oggi era subordinata alla negativizzazione di pazienti precedentemente individuati positivi, mediante i test molecolari a tampone eseguiti e processati dai laboratori già interessati dalle istituzioni. Se dunque – come l’efficacia della plasmaterapia indica – il tampone negativizzato di un paziente guarito è in genere sufficiente ad identificare un immune, la relativamente bassa capillarità dello screening a tampone dovuta a problemi di risorse strutturali (laboratori), umane (tecnici) e soprattutto strumentali (forniture dei reagenti sul mercato internazionale), rende difficile trovare abbastanza immuni da costituire in ogni parrocchia un’assemblea più numerosa dei fedeli che partecipano al servizio liturgico, né la capacità potrà aumentare nel breve tempo per ampliare significativamente questa possibilità.

Ciò che invece può contribuire ad ampliare il campionamento nel breve tempo è lo screening sierologico, che fornisce un’analisi di sieroprevalenza sulla popolazione. Rilevando la presenza di anticorpi neutralizzanti, il test sierologico fornisce una condizione necessaria per l’immunità, anche se non sufficiente, stante che tali anticorpi conferenti la memoria immunitaria sono prodotti anche durante il periodo in cui si è ancora infetti ed infettivi (che in alcuni pazienti si prolunga anche ad un mese dopo la remissione dei sintomi), ragion per cui le istituzioni nelle ultime settimane hanno respinto automatismi nell’attribuire “patenti di immunità”. L’immunità può essere certificata solo a seguito di un tampone negativo su un paziente positivo al test sierologico e dunque sarebbe ancora dipendente dal test molecolare e vincolato ai suddetti limiti. Tuttavia un’analisi sulla popolazione tesa a stimare la sovrapposizione tra sieropositività e negatività al tampone può dirci se abbiamo un margine di confidenza sufficiente: se per esempio l’80% dei sieropositivi risultasse negativo al tampone, componendo un’assemblea dell’80% di sieropositivi si arriverebbe ad una ragionevole probabilità che almeno il 60% dell’assemblea sia immune (0,8 x 0,8 = 0,64 = 64%). Per una sovrapposizione del 90% invece sarebbe sufficiente il 70% di sieropositivi. 

Test di sieroprevalenza sono già avviati in Lombardia dopo la sperimentazione dei kit eseguiti dall’Università di Pavia – Fondazione San Matteo su mandato della Regione. Nei primi giorni si concentreranno su operatori sanitari e forze dell’Ordine. Altre Regioni si erano già mosse senza una fase di sperimentazione pregressa. La Chiesa può dare il suo contributo in questo processo o deve solo aspettare i risultati della mappatura epidemiologica di sieroprevalenza? Certamente legate alla Chiesa ci sono numerose strutture ospedaliere che dispongono di laboratori di Diagnostica Molecolare d’eccellenza (tra 15 IRCCS e 2 Policlinici universitari), ma questi comprensibilmente sono già a regime nel collaborare con le amministrazioni regionali e il Ministero della Salute per la processazione dei test prima molecolari e nell’imminente futuro anche sierologici. Se la Chiesa vuole trovare soluzioni per accelerare la graduale ripresa della partecipazione del popolo alle celebrazioni con delle solide garanzie per la salute e la vita dei fedeli, l’unico modo è dare un contributo alle analisi di sieroprevalenza, il che significa: 

  • individuare test affidabili (tramite sperimentazione autonoma di un istituto specializzato), o scegliere quelli già convalidati – in specie sul modello di Regione Lombardia – o attendere quelli individuati dall’Istituto Superiore di Sanità; quindi
  • organizzare i prelievi ematici (o la pungitura se si individua un kit ultrarapido affidabile) autonomamente o tramite strutture private terze, essendo già quelle pubbliche oberate, presso le diocesi e le parrocchie;
  • individuare i laboratori sempre in autonomia o tramite terzi privati, dove processarli e da cui ottenere gli esiti

La composizione della parte di assemblea con sieropositivi, corre l’obbligo di ripeterlo, deve comunque essere fatta a partire da una stima comparativa della sovrapposizione tra sieropositività e negatività al test molecolare, che potrà essere fornita solo dalle indagini delle autorità sanitarie civili. Se la Chiesa desidera imbarcarsi in questa avventura dovrà sicuramente evitare iniziative sconnesse alle istituzioni con competenza sanitaria (come hanno fatto purtroppo alcuni Comuni nel Milanese o nel Pavese e diverse aziende in tutto il Nord Italia), concordando una linea integrata seppur autonoma, che potrà essere utile anche nell’ampliare il campionamento delle Regioni e dell’Istituto Superiore di Sanità, essendo i fedeli tanto traversali quanto la popolazione stessa. Solo dopo aver avuto la suddetta stima di sovrapposizione si potrà cercare di comporre un’assemblea sulla base dei sieropositivi, ma nulla vieta che le analisi di sieroprevalenza comincino prima (anzi, più viene fatto con anticipo, più facile è che anche i sieropositivi positivi anche al molecolare, si negativizzino). Senza, invece, il rischio sarebbe di inserire in assemblea fedeli in buona parte potenzialmente infettivi, cosa che va assolutamente scongiurata.

Non si tratta evidentemente un contributo che può avere risultati nell’immediato, non certo prima che lo Stato avvii analisi di sieroprevalenza diffuse in ogni provincia. Nell’immediato ogni parrocchia può comunque censire i fedeli negativi e comunicarlo alla propria diocesi, per valutare dove si può già cominciare ad ammettere un numero maggiore di fedeli senza pregiudizio. Riteniamo però ostico immaginare di avere una qualsiasi di garanzia per una partecipazione ampia all’assemblea, ancorché ridotta in base alla capienza dei luoghi di culto.

Vogliamo dunque soffermarci sulla prospettiva ideale e non immediata, ovvero come declinare la presenza di sieropositivi sulla base dei parametri indicati e dei rischi relativi alla trasmissione del virus in sospensione nell’aria, per una proposta anche in attesa di aver a disposizione le indagini di sieroprevalenza. Assumiamo già di avere una stima di sovrapposizione tra l’80 e il 90%, tale per cui è sufficiente avere il 75% di sieropositivi per arrivare presumibilmente al 60% di immuni.  Proponiamo

La realizzazione di un cordone di protezione tramite i fedeli sieropositivi (probabili immuni) intorno ai fedeli non testati secondo moduli quadrati cui ad ogni vertice corrisponde un fedele, 3 sieropositivi ed uno non testato. I fedeli si siedono una fila sì ed una no a coppie distanziate di 2 metri, di modo che il modulo si ripeta ogni quattro file. La posizione del fedele non testato cambia lungo la stessa fila per ogni modulo, di modo che i fedeli non testati abbiano una distanza di almeno 4-4,5 metri l’uno dall’altro. Con la presenza dei sieropositivi probabili immuni intorno, le emissioni di aerosol in sospensione degli eventuali infettivi trovano lungo le proprie direttrici quelle dei probabili immuni, con una ben minore possibilità di formazione di “nuvole di aerosol” virale, o comunque con una carica virale fortemente ridotta.

APPENDICE – UN CORDONE PER L’IMMUNITÀ IN CHIESA

spiegazione della disposizione proposta con grafiche allegate

Un modello di questo tipo consente la presenza di 40 fedeli in una chiesa parrocchiale del tipo più classico, con navata unica divisa su due lati da una ventina di file di banchi lunghi o corti accostati: 30 di questi fedeli sono sieropositivi, 10 non testati. Adottare una soluzione del genere (al contrario di altre in cui si prevede il semplice distanziamento e l’uso di DPI accessibili alla popolazione) agisce su tutte e 3 le modalità note di trasmissione, probabili o plausibili, dell’infezione:

  • eliminando il rischio di contagio per l’emissione precipite (droplets);
  • eliminando o comunque riducendo al minimo il rischio di contagio da superficie;
  • abbattendo significativamente il rischio di contagio da emissione in aerosol tramite una distanza di 4 metri trai potenziali infetti e suscettibili d’infezione e realizzando intorno a loro un cordone di probabili immuni in ogni direzione che diminuiscono le eventuali concentrazioni di virus in aerosol.

Prima/senza degli esami di sieroprevalenza – fase 2.1 e 2.2

La disposizione del tipo descritta è valida solo e soltanto a partire dalla più volte citata stima di sovrapposizione. Ci si chiede se non si possa mutuare una soluzione adattandola nell’intertempo che ci separa dalle analisi di sieroprevalenza necessarie. Come già anticipato, in misura parziale si può realizzare un omologo modulo censendo i positivi al tampone guariti e poi negativizzati di ogni comunità parrocchiale, pressoché certamente immuni. È chiaro che essendo questi molti meno dei 30 parametrati (meno che nelle zone più colpite), non si può che averne un piccolo nucleo per le parrocchie di tutto il territorio nazionale. Un discorso a parte vale per la Lombardia, che con oltre 23mila tra dimessi e guariti può già fornire migliaia di praticanti immuni alle diocesi: vale la pena che la Conferenza Episcopale della Lombardia valuti questa possibilità (lo stesso potrebbe cominciare a fare la Conferenza Episcopale delle Marche e la diocesi di Piacenza).

In assenza delle analisi di sieroprevalenza sulla popolazione non vediamo un criterio oggettivo che possa supplire, offrendo protezioni comparabili dal rischio di trasmissione per aerosol. È però vero che una riduzione sensibile si può presumere come valida se le stesse distanze presentate nel nostro modello vengono mantenute tra fedeli non testati anche in assenza dei probabili immuni, ovvero oltre i 4 metri. Questa considerazione, a parità di dimensioni della chiesa, limita la composizione dell’assemblea dai 40 fedeli, di cui 30 idealmente sieropositivi – probabili immuni – e altri 10 non testati, ai soli 10 non testati (più gli eventuali negativizzati ai tampone molecolare). In un certo senso questa valutazione offre anche una giustificazione all’auspicio del Segretario Generale don Ivan Maffeis a VaticanNews in merito alle proposte portate al Governo sulla ripresa delle celebrazioni cum populo:

È importante iniziare a porre alcuni segnali che ridiano la speranza e che, nella responsabilità di ciascuno, possano portare a un ritorno alla vita comunitaria, che naturalmente per forza di cose sarà ancora ridotta e regolamentata, quindi ad esempio si può immaginare che una chiesa che può contenere 200 persone magari ne vedrebbe 10.

Intervista del 17 aprile

Ci sembra estremamente avveduta la proposta di una 1a fase interna alla “fase 2” che contempli un’assemblea contenuta, in attesa di dati oggettivi che possano indicare la presenza nella popolazione di anticorpi neutralizzanti. Da parte nostra ci permettiamo di aggiungere, oltre all’accorgimento di mantenere queste 10 persone il più possibile omogeneamente distribuite lungo tutta la navata, se non distanziate di 4 metri le une dalle altre, comunque a distanza sensibilmente maggiore di 2 metri. La formulazione di un eventuale “tasso di riempimento”(ma il 30% immaginato e proposto dalla Conferenza Episcopale Francese ci pare francamente imprudente) – che potrebbe essere condivisibile attorno al 5% secondo le parole di Maffeis – deve sempre essere accompagnata da valutazioni di natura dimensionale del luogo di culto.

Ci si può ragionevolmente aspettare che entro Pentecoste le istituzioni sanitarie abbiano avviato le analisi di sieroprevalenza sulla popolazione in tutt’Italia da settimane, così che possano fornire una stima di sovrapposizione solida. Si può quindi pensare che la fase 2.1 con assemblee limitate ad una decina di persone (per una chiesa parrocchiale di dimensioni classiche) non duri più di un mese. Con l’arrivo della stima si può avviare quella che abbiamo qui proposto sulla base di una ricercata immunità di gruppo, a costituire una fase 2.2 nella progressione graduale verso una partecipazione ordinaria ai riti.

Le nostre proposte

Fissare scadenze nel contesto odierno è un azzardo anche per gli epidemiologi. Noi non lo siamo e non ci permettiamo previsioni del genere, ma crediamo di poter dire che una partecipazione alle assemblee semplicemente a discrezione dei fedeli che lo desiderano – pur con tutte le protezioni individuali – sia impensabile prima del Corpus Domini e improbabile anche prima della Solennità dei Santi Pietro e Paolo. Tutto chiaramente dipenderà dal tempo necessario all’appiattimento della curva epidemica, ad oggi in calo lieve e costante, nella speranza che il calo si confermi anche durante l’effettuazione delle indagini di sieroprevalenza (le quali amplieranno di molto il campione dei test molecolari).

A partire dalla nostra proposta cardinale, presentiamo qui la nostra serie in completezza relativamente all’accesso alle celebrazioni, consapevoli che in buona parte siano misure già elaborate dalle Vostre Eccellenze:

  1. FASE A 2 FASI – Composizione e disposizione dell’assemblea Suddivisione della fase 2 in due stadi interni secondo l’esecuzione e l’estensione delle analisi di sieroprevalenza sulla popolazione.
    • Fase 2.1, a partecipazione contenuta in assemblea con fedeli per non più del 5% della capienza, disposti lungo tutta la navata e a seconda della possibilità di distanziarli sensibilmente di più di 2 m l’uno dall’altro (idealmente 4 metri) e comunque mai in banchi immediatamente successivi.
    • Fase 2.2, con una partecipazione più nutrita grazie alla presenza di fedeli testati per la presenza di anticorpi neutralizzanti, in misura tale da garantire una probabile composizione dell’assemblea almeno al 60% di immuni e disposti nella chiesa a garantire un cordone di protezione alla restante quota di fedeli non testati, ad una distanza minima di 2 m.
  2. SERVIZIO d’ORDINE per REGOLAMENTAZIONE, CONTROLLO e SANIFICAZIONE
    Le diocesi e le parrocchie si dotino di un servizio d’ordine tra gli stessi fedeli per regolare l’accesso ai luoghi di culto per le celebrazioni e controllare che siano evitate pratiche imprudenti durante e immediatamente dopo, agevolando un deflusso senza prossimità. Siano in numero proporzionato ai fedeli dell’assemblea, preferibilmente individuati tra guariti e negativizzati in fase 2.1 e/o sieropositivi in fase 2.2 (d’ora in poi “probabili immuni”), oppure muniti di mascherine almeno FFP2. Il servizio d’ordine si occuperà anche di sanificare mediante igienizzazione e disinfezione le superfici di contatto (banchi, porte…) al termine della celebrazione.
  3. DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE
    • L’accesso alla celebrazione ai fedeli sia permesso solo in presenza di una mascherina almeno del tipo chirurgico indossata correttamente.
    • Ove possibile si mettano a disposizione all’ingresso per i fedeli soluzioni per l’igienizzazione delle mani.
    • L’uso dei guanti è da valutare compatibilmente con la possibilità di igienizzare le mani all’ingresso, il che accoppiato con la sanificazione delle superfici rende forse eccessivo l’utilizzo dei guanti, i quali richiederebbero l’accorgimento di non portarsi le mani al volto nemmeno durante l’adorazione e di levarseli prima di ricevere l’Eucaristia.
  4. RESTRIZIONE IN BASE ALL’ETÀ
    • Ai fedeli al di sopra dei 65 anni non probabili immuni rimanga interdetto l’accesso ai luoghi di culto, in ragione dell’alto rischio di essere infettivi e di decorso grave dell’infezione.
    • A questo proposito occorre notare che la fascia con più contagiati è quella tra i 50 e i 59 anni (18,4%), sebbene con una letalità inferiore al 3% (Dati del rapporto ISS del 23 aprile). Le singole diocesi valutino se estendere l’interdizione o applicare restrizioni per questa fascia d’età sulla base delle specificità dei territori, nella coscienza che anche senza senza decorso fatale l’età è ben rappresentata in terapia intensiva di pazienti CoViD+ e che una persona esposta all’infezione diventa infettivo anche per chi è a stretto contatto (ad esempio nel proprio nucleo familiare, o con i genitori anziani di cui spesso è primo contatto).
    • Sconsigliamo che minori in età preadolescenziale accedano alle celebrazioni, non per l’infettività (dove sono i meno colpiti in assoluto), ma per la maggiore difficoltà a garantire comportamenti corretti e prudenti.
  5. PARTECIPAZIONE FAMILIARE
    • La partecipazione di un membro per famiglia è certamente da incoraggiare. In merito, sebbene si registri un tasso di letalità nettamente minore tra le donne, i contagi sono equamente distribuiti tra donne e uomini((Ibidem.)), così né le madri né i padri avrebbero minore probabilità di essere vettore di contagio per la propria famiglia, perciò non sussiste particolare motivo di preferenza sotto i 65 anni.
    • Al contrario, l’individuazione di un familiare convivente probabile immune spesso indica la presenza di altre persone con anticorpi nello stesso nucleo familiare. Diventa qui fondamentale la collaborazione delle famiglie numerose con figli in età almeno adolescenziale, perché venendo distribuiti su più celebrazioni contribuiscano a realizzare l’immunità.
  6. PORTE CHIUSE – FINESTRE APERTE
    Fondamentale è prevenire l’ingresso in chiesa di più persone rispetto a quelle individuate come adeguate a comporre l’assemblea per la celebrazione, chiudendo le porte (consigliato) o interdicendo l’ingresso tramite il servizio d’ordine. Al contempo va fatto tutto quanto possibile per ventilare l’ambiente interno, aprendo e lasciando aperte tutte le finestre. Laddove sia possibile tenere aperte le porte mantenendo l’ingresso interdetto ai fedeli in sovrannumero, si valuti la possibilità solo se c’è la garanzia di evitare il loro accalcarsi all’esterno. Le porte siano invece spalancate tra una celebrazione e l’altra per assicurare il cambio del volume d’aria.
  7. NO A CRITERI DI CONSUMO
    Nel decidere in quale modo convocare le assemblee ristrette vanno assolutamente evitati criteri come prenotazioni o autogestioni basate su un arrivo anticipato, che innescherebbero dinamiche deleterie in seno alla comunità e che riflettono una visione individualista dell’accesso ai Sacramenti. Né si deve lasciar intendere che i limiti numerici siano basati su esclusive ad esaurimento (“numero chiuso”).
  8. PER UN’OFFERTA COMUNITARIA
    In ogni momento di questa fase i Vescovi e i sacerdoti siano solleciti a spiegare a fedeli quali criteri vengono adottati per convocare le assemblee, specialmente nei momenti in cui ancora sono ristrette. Si adottino quelli che meglio si fanno segno di un’offerta comunitaria mediante la gerarchia della Carità: se ne potrebbe inferire un incoraggiamento a scegliere coloro che sono con la loro vita chiari segni della comunione ecclesiale, come i più prossimi alla vita e la pastorale delle parrocchie, coloro che collaborano all’edificazione e all’educazione spirituale della comunità, che si prodigano in opere di misericordia, che sono testimoni visibili di vita cristiana nella società. Tale criterio resterebbe comunque insanabilmente problematico, presupponendo un’inerranza di giudizio dei Pastori che non si può pretendere e soprattutto una composizione elitaria dell’assemblea che ripugna al sensus fidei cattolico. Piuttosto si potrebbero prediligere i guariti, i medici, gli infermieri, gli operatori sanitari, le forze dell’ordine, gli amministratori e tutti coloro che – stando costantemente al centro di questa crisi – sono certamente tra le persone che più hanno partecipato delle sofferenze per cui rivolgiamo una speciale intenzione in offerta: sarebbe un criterio oggettivo e al contempo non elitario per quanto necessariamente esclusivo. Siamo certi che i nostri Vescovi continueranno a esercitare il proprio munus docendi nell’educare anche e soprattutto in quest’occasione il gregge alla crescita nella fede (come già hanno fatto in molte occasioni di questi tempo), anche recuperando enfasi su preziosi tesori della nostra dottrina come la soddisfazione vicaria tra le membra della Chiesa, perché nessuno si senta veramente escluso.
  9. PER LA COMUNIONE
    • Si consiglia il servizio di diaconi e ministri straordinari per amministrare l’Eucaristia, se nell’assemblea non è possibile escludere la presenza di persone infettive e il sacerdote non è un probabile immune. In questo è appropriato che il sacerdote non sia solo per ridurre i suoi contatti: dovendo già normalmente i sacerdoti visitare persone fragili per il proprio ministero, bisogna sempre mettere in opera tutte le precauzioni per ridurre al minimo la possibilità che diventino infetti e vettori d’infezioni. I ministri igienizzino adeguatamente le mani prima di prestare servizio.
    • È opportuno evitare la formazione di una fila per la Comunione, o recandosi per la somministrazione ai banchi dei singoli fedeli, oppure facendo in modo che il fedele lasci il proprio banco solo dopo che il precedente vi è tornato (indirizzati dal servizio d’ordine).

Torniamo quindi a chiederci se la Chiesa non possa contribuire alla fase 2 non solo recependo i risultati dalle indagini delle autorità civili, ma contribuendo in prima persona a raccogliere ed analizzare i dati così come abbiamo descritto, appoggiandosi a laboratori appartenenti a strutture già legate a vario titolo alla Chiesa o a terzi. Del resto è la Storia della Chiesa a raccontarci come durante le peggiori epidemie l’autorità ecclesiastica abbia fornito contributi imprescindibile ai processi di osservazione e decisione delle autorità civili, da sempre attenta a ponderare le conoscenze (scientifiche in primis) del proprio tempo per mettere in moto l’inesauribile creatività suscitata dallo Spirito.  

Perseguire una giustizia superiore (cf. Mt 5,20)

Certamente tutto questo comporterebbe un notevole investimento (in termini di tempo e di soldi): si potrebbe inoltre contro-obiettare che anche i test sierologici non sono scientificamente sicuri, e soprattutto che spetterebbe allo Stato, non alla Chiesa, garantire la sicurezza dei cittadini. Tutto vero, Eminenza, ma se l’alternativa è attenersi formalisticamente a precauzioni che già sappiamo non poter garantire una profilassi sanitaria efficace((Per non parlare della proposta del “numero chiuso per parrocchia”…)) – e proprio perché in gioco ci sono la dignità della Chiesa e soprattutto i diritti di Dio – forse vale la pena investire in una giustizia superiore al farisaico adempimento di formalità inefficaci.

Si tratta di salvare l’uomo, si tratta di edificare l’umana società,

Gaudium et spes 3

ci ricorda il Magistero conciliare, che fa qui eco alla massima evangelica:

…dove infatti è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore.

Mt 6,21

[nella pagina seguente, consigli pratici per un distanziamento meno inefficace]

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