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Sapete cos'è la proattività? la "terapia" per combattere il Coronavirus!

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Zigres | Shutterstock

Silvia Lucchetti - pubblicato il 16/04/20

Padre Giovanni Cucci ci fa riflettere sul potere della speranza nella sua declinazione umana e religiosa

Nell’ultimo numero della rivista La Civiltà Cattolica il gesuita Giovanni Cucci, con l’articolo: “Psicologia del Coronavirus” affronta in modo sistematico numerosi aspetti di come la nostra mente si sta rapportando alla situazione straordinaria determinata da questa epidemia. I temi oggetto della sua riflessione sono il panico, l’ansia, l’ascolto, la proattività, le fake news, la resilienza, le relazioni affettive, il confronto con la morte. Molti di questi argomenti sono attualmente oggetto di interesse da più parti, e quindi tanto al riguardo abbiamo già letto o possiamo trarre da varie fonti. Nell’articolo di padre Cucci un particolare rilievo viene dato al tema della proattività declinato nella prospettiva della speranza anche di fronte al fantasma della morte.

Cos’è la proattività?

Si parte dalla affermazione che

Uno dei più grandi nemici della vita umana è la passività: subire gli avvenimenti senza reagire. La proattività è l’atteggiamento esattamente contrario: è la capacità di guardare in faccia il problema e chiedersi che cosa si possa fare. È una modalità fondamentale di esercitare il potere a disposizione (…) che rafforza il carattere e protegge dai pensieri negativi.

Alcuni eventi, come l’attuale pandemia, per l’imprevedibilità e l’estrema pericolosità che li caratterizza, acquisiscono le caratteristiche di un trauma psichico, di un’esperienza così forte da risultare in grado di annichilirci completamente. Ma

(…) le conseguenze di un trauma dipendono in gran parte da come una persona lo legge, dal suo mondo valoriale di riferimento e, soprattutto, se essa si trova da sola a farlo o se ha qualcuno accanto a sé in grado di aiutarla.

Grazie a questa connessione valoriale e umana aumentano le nostre capacità di resilienza che si traducono nel rimboccarsi le maniche, avendo fiducia nella possibilità di riprendere il controllo della situazione da affrontare come una sfida e non vivere solo come una minaccia incombente. Ecco la grande importanza che riveste in certi momenti il sentirsi parte di una comunità, la percezione di poter contare su legami forti e profondi, elemento che rappresenta una delle più potenti forme di protezione di fronte alla tragedie della vita.

L’atteggiamento proattivo è di grande aiuto anche per affrontare la morte, un altro aspetto che questa epidemia ha riproposto alle società occidentali con un’intensità e frequenza che si credevano scomparse per sempre.

Un impatto così massiccio ed in grado di sconvolgere la continuità e contiguità delle relazioni affettive, tanto che i medici e gli infermieri, oltre a quello dell’assistenza, hanno dovuto assumere anche il ruolo di cappellani, dando l’estremo saluto ai morenti e raccogliendo i loro ultimi messaggi e pensieri per i familiari. In queste situazioni limite, una grande risorsa può essere trovata nell’ “orizzonte dei valori di riferimento, specie se consentono di affrontare gli aspetti drammatici dell’esistenza, in particolare la malattia e la morte”.

Dare un significato all’esperienza dolorosa

Victor Frankl, nel libro autobiografico: “Uno psicologo nei lager” nota come la sopravvivenza in condizioni estreme non è tanto condizionata dalla resistenza fisica quanto dalla capacità “sapienziale”, di dare un significato alla propria dolorosa esperienza. Dare un significato in certi momenti vuol dire far risuonare dentro o fuori di sé parole di speranza, in grado di apportare beneficio alla sofferenza.

Fabrizio Benedetti, uno dei più grandi studiosi del cosiddetto effetto “placebo”, insegna che:

(…) le parole innescano gli stessi meccanismi dei farmaci, e in questo modo si trasformano da suoni e simboli astratti in vere e proprie armi che modificano il cervello e il corpo di chi soffre. È proprio questo il concetto chiave che sta emergendo, e recenti scoperte lo dimostrano: le parole attivano le stesse vie biochimiche di farmaci come la morfina e l’aspirina.

Ovviamente la potenza della parola si declina anche sul versante della distruttività: può far male più di un’azione fisica, fino a procurare la morte. Come ha recentemente affermato Papa Francesco a proposito delle fake news, così diffuse in questo momento:

Nessuna disinformazione è innocua; anzi fidarsi di ciò che è falso produce conseguenze nefaste. Anche una distorsione della verità in apparenza lieve può avere effetti pericolosi.

Chi crede esprime il massimo della proattività

Ancora Benedetti sottolinea l’importanza che la dimensione religiosa può assumere in chi si trova ad affrontare una malattia grave per cui è consapevole che non potrà guarire.

La speranza di vivere per l’eternità è il meccanismo di sopravvivenza più potente che ci sia in natura (…) Non esiste strategia più potente della religione, perché la religione ci fa vivere in eterno. Nessuna strategia di sopravvivenza nel mondo animale va oltre la morte, nella specie umana invece sì.

Chi crede esprime il massimo della proattività: infatti non accetta passivamente la morte come la fine della sua esistenza ma la affronta con la fiduciosa speranza nella rinascita. Speranza che proviene dal farmaco più potente: la Parola di Vita Eterna del Vangelo di Gesù Cristo.

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coronaviruspsicologia
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