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Cerchiamo davvero “la cura” o solo una scusa alla nostra infelicità?

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Oksana Kuzmina|Shutterstock

don Luigi Maria Epicoco - pubblicato il 24/03/20

Spesso anche la sofferenza diventa uno stile di vita, a volte ci basta arrovellarci sui perché di quell'ingiustizia, sul trovare un colpevole e un equilibrio anche nel dolore piuttosto che chiedere la Grazia di uscirne e tornare a camminare su una nuova strada.

Era un giorno di festa per i Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. V’è a Gerusalemme, presso la porta delle Pecore, una piscina, chiamata in ebraico Betzaetà, con cinque portici, sotto i quali giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici.
Un angelo infatti in certi momenti discendeva nella piscina e agitava l’acqua; il primo ad entrarvi dopo l’agitazione dell’acqua guariva da qualsiasi malattia fosse affetto. Si trovava là un uomo che da trentotto anni era malato.
Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?».
Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me». Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina».
E sull’istante quell’uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare. Quel giorno però era un sabato.
Dissero dunque i Giudei all’uomo guarito: «E’ sabato e non ti è lecito prender su il tuo lettuccio». Ma egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: Prendi il tuo lettuccio e cammina». Gli chiesero allora: «Chi è stato a dirti: Prendi il tuo lettuccio e cammina?».
Ma colui che era stato guarito non sapeva chi fosse; Gesù infatti si era allontanato, essendoci folla in quel luogo. Poco dopo Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio».
Quell’uomo se ne andò e disse ai Giudei che era stato Gesù a guarirlo. Per questo i Giudei cominciarono a perseguitare Gesù, perché faceva tali cose di sabato.

Giovanni 5,1-16

C’è una particolare atmosfera nel racconto del Vangelo di oggi. Una calca di malati è attorno a un luogo che era considerata una sorta di Lourdes dell’epoca. Un piscina con delle acque che pare avessero un potere taumaturgico. Però il potere di guarigione era legato alla velocità con cui si riusciva ad entrare in queste acque non appena si vedevano muovere. È inevitabile una sorta di guerra tra disperati. E proprio in quella calca di gente sofferente, Gesù si fa spazio e rivolge la parola a uno di loro che da moltissimi anni era prigioniero di una malattia:

Gesù vedendolo disteso e, sapendo che da molto tempo stava così, gli disse: «Vuoi guarire?».

La domanda sembra quasi inutile. Chi infatti non vorrebbe guarire da qualcosa che lo tiene prigioniero? Eppure non è una domanda inutile perché non di rado ci capita di abituarci talmente tanto a ciò che ci fa soffrire da non riuscire più a desiderare un cambiamento. In fondo cambiare è turbare un equilibrio che forse con fatica ci siamo costruiti proprio a partire da quella sofferenza. Gesù ha bisogno di guarire innanzitutto in quell’uomo un autentico desiderio di guarigione. Ma proprio per questo quell’uomo più che rispondere semplicemente di si, gli elenca tutti i validi motivi per cui non vale nemmeno la pena desiderare:

Gli rispose il malato: «Signore, io non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, qualche altro scende prima di me».

Ci sono sempre colpevoli e giustificazioni al perché siamo infelici e intrappolati. Ma siamo davvero convinti che questa cosa sia la cosa più importante? Gesù non pone delle condizioni per la sua guarigione, chiede solo il desiderio autentico di volerlo veramente.

Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». E sull’istante quell’uomo guarì e, preso il suo lettuccio, cominciò a camminare.

Questo è ciò che opera Gesù nella vita delle persone. La fede non serve a trovare colpevoli o ad analizzare cause. La fede serve a rendere possibile una vita diversa a partire da ciò che è seppellito nei nostri desideri più veri.

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