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Un angelo che scende dal cielo? Non è un fotomontaggio ed è un vero spettacolo

LEE HOWDLE, PHOTO, GLORY
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Il fotografo inglese Lee Howdle è riuscito a catturare in uno scatto meraviglioso il fenomeno ottico molto raro della «gloria».

Lee Howdle vive in Inghilterra ed è il direttore di un supermercato; in questi giorni si sta guadagnando l’attenzione dei media grazie alla sua passione per la fotografia. Sta facendo il giro del mondo lo scatto da lui pubblicato su Instagram una settimana fa. È un’immagine così intensa e perfetta da lasciare in molti il sospetto che fosse un fotomontaggio; invece non c’è nulla di posticcio.

Il signor Howdle si trovava a camminare sulle colline del parco nazionale di Peak District, proprio nel cuore dell’Inghilterra, e ha assistito allo spettacolo di quella che potrebbe sembrare un’apparizione celeste ma che invece è un meraviglioso e rarissimo effetto ottico: guardando ai piedi della collina, tra la nebbia, Howdle ha visto una sagoma gigante circondata nella parte superiore da un alone multicolore. Era nel posto giusto per poter ammirare una versione deluxe della propria ombra, trasformata da luce e nebbia in uno spettacolo magico:

La mia ombra mi appariva enorme e circondata da questo arcobaleno. Ho scattato qualche foto e ho proseguito a camminare, l’ombra mi seguiva e sembrava un angelo che mi stesse accanto nel cielo. Era magico. (da The Sun)

Il fenomeno ottico in questione si chiama Spettro di Brocken o «gloria» ed è molto raro apprezzarlo. Spieghiamo cosa accade: si verifica quando una persona si trova su una collina o montagna e ha le nuvole o la nebbia al di sotto dell’altezza a cui si trova, deve anche avere il sole alle proprie spalle; a quel punto l’ombra del proprio corpo è proiettata sulle nubi o sulla nebbia, le cui goccioline d’acqua colpite dai raggi solari creano anche l’effetto arcobaleno. Si verifica molto più frequentemente con la sagoma di un aereo quando è in volo.

Il nome di questo fenomeno deriva dal monte Brocken in Germania, dove l’effetto ottico apparve e fu descritto da Johann Silberschlag nel 1780. Senza il supporto delle conoscenze scientifiche quella vista suscitò inevitabilemente dei pensieri legati al soprannaturale, tanto che poi il monte Brocken divenne un luogo di riti magici. In Cina, poi, lo stesso fenomeno si chiama Luce di Budda.

È inevitabile che, vedendo dei riflessi umani nel cielo, la nostra immaginazione si spalanchi a ipotesi suggestive. In molti altri casi, anche la semplice presenza di una nube dalla forma emblematica e comparsa sul luogo di una tragedia, ha fatto pensare a presenze celesti che venissero in soccorso dei drammi umani. Naturalmente l’uomo è portato a sentire il bisogno di avere un rapporto col Cielo, ma lasciarsi trasportare dalla pura suggestione – o, peggio, indugiare su superstizioni che nulla hanno di veramente spirituale – ci priva di quel dono davvero grande che Dio ci ha fatto: la meraviglia.

Guardare lo scatto di Howdle come puro effetto ottico non toglie lo straordinario dalla scena, anzi ci riporta a quella naturalezza vera di uno sguardo pieno, che per essere tale deve ospitare lo stupore. La semplice scomposizione della luce solare nello spettro di colori dell’arcobaleno grazie alla presenza di goccioline di nebbia dovrebbe riportare il nostro pensiero alla constatazione che tutto tranne che un generico caso deve essere all’origine del Creato.

Nessuna superstizione, apri gli occhi

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”, disse Shakespeare per bocca del suo Amleto. La superstizione è proprio la trappola mentale che ci impedisce di vedere la realtà nella sua stupefacente grandezza. Sognare cose strane, essere schiavi dei nostri pensieri, ci allontana dal luogo dove Dio ha messo mille segni per chiamarci a sé: contemplare la realtà con cuore spalancato e sincero genera nel nostro intimo una domanda di senso, il bisogno di dare un nome al Creatore.

Sì, anche un effetto luminoso che ha del meraviglioso, innesca in noi un senso di mistero e stupore che nulla ha a che vedere con le derive di una suggestione spirititistica. È bellissimo che nell’ambito dell’ottica si chiami «gloria» ciò che il fotografo Lee Howdle ha immortalato. Perché la gloria, che solitamente associamo alla definizione di «fama», ci parla – andando più nel profondo – di una pienezza che si manifesta chiaramente. È il nostro destino: un giorno capiremo in chiarezza chi siamo; tutte le ombre che ci coprono fuori e dentro mentre siamo mortali, spariranno e godremo il bene eterno di essere come Dio ci pensò dal principio. Quando la natura ospita fenomeni di intensa bellezza che rimandano a questo nostro bisogno di gloria, ecco che lo sguardo diventa tutt’uno con l’anima.

Quel gran genio di Dante intuì questo grande desiderio umano, evidentemente lo provava su di sé per primo, e quando si trovò a cominciare la cantica più bella di tutte, ma che poteva sembrare la più astratta, e cioè il Paradiso, piantò la gloria già nel qui e ora della realtà umana. Così comincia il primo canto del Paradiso:

La gloria di colui che tutto move

per l’universo penetra e risplende

in una parte più e meno altrove.

Solo pura poesia? Parole strane? Cosa voleva dire? Voleva invitarci a guardare ogni frammento di spazio con l’occhio dei veri investigatori: la gloria di Dio – che godremo nell’aldilà – è ficcata già dentro la realtà di questo universo; non in modo puro e chiarissimo – in una parte più e meno altrove – eppure c’è, e chi chiama. La meraviglia che proviamo di fronte a certi spettacoli naturali entusiasmanti non è solo un movimento emotivo e superficiale, piuttosto è proprio accogliere l’invito che Dio ha seminato nella sua creazione. Richiama la nostra attenzione, per ricordarci che c’è un disegno e uno scopo dietro la complessa trama dell’esistente. La meraviglia, in questo senso, è un alleato contro la disperazione.

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