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L’astronauta Nespoli: in cielo sono coscienza pura (VIDEO)

PAOLO NESPOLI
Public Domain
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Quanto è bello che un uomo del cielo ricordi ai bambini, e a noi, due parole bellissime (e dimenticate!) della vita sulla terra: anima e coscienza.

È una cosa grave la gravità?

Intervenendo a un evento presso il Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci di Milano, l’astronauta Paolo Nespoli ha posto questa domanda ironica a due bimbe, per tentare di spiegare come ci si sente in orbita, in assenza di gravità. A quanto pare non è facile liberarsi del peso del corpo, cioé adattarsi a essere sospesi richiede un tempo lungo. Per farlo capire alle fanciulle, Nespoli chiama prima in causa i supereroi volanti come Superman, poi si rivolge agli adulti presenti per una riflessione più profonda:
Sulla Terra abbiamo sempre la coscienza del nostro corpo, dal peso ai vestiti che indossiamo. Nello spazio, in assenza di gravità, sembra di essere coscienza pura, sembra di avere solo mente e anima mentre ci si sta guardando in giro. (da Repubblica)
Ormai si sente così poco questa parola, coscienza. Mi ha lasciato stupita che la usasse un uomo di scienza e ingegneria, un elettricista spaziale – come si definisce lui.

Avrebbe potuto usare sinonimi più asettici, ma ha scelto le parole giuste: anima, coscienza. In effetti chi si catapulta a tu per tu con le stelle deve porsi non solo domande fisiche, ma anche ontologiche. Allora mi sono messa a cercare di capire meglio chi è Paolo Nespoli, il cui nome mi era noto ma di cui sapevo davvero poco.

Dalla Brianza alla Stazione Spaziale Internazionale

E dalla Brianza arrivò a Beirut. Dopo la scuola militare di paracadutismo a Pisa, il giovane Nespoli fece parte del contingente della Forza Multinazionale di Pace in Libano col grado di maggiore dal 1982 al 1984; lì conobbe Oriana Fallaci, ebbero una relazione di 5 anni e fu proprio lei a convincerlo ad andare in America per diventare astronauta. Fu un cambio completo di prospettiva, dallo stare in mezzo ai conflitti terrestri a osservare il nostro pianeta dallo spazio. Allontanarsi dalla Terra, però, significa addentrarsi ancora di più nel mistero della nostra esistenza.

Anche un ingegnere aerospaziale come Nespoli, abituato ad addestramenti, protocolli, macchine e precisione, si concede tante passeggiate mentali sul senso dell’esistenza.  L’eccellente carriera astronautica che ha conseguito (nel corso delle sue tre missioni spaziali è stato complessivamente in orbita 313 giorni, 2 ore e 36 minuti) gli ha spalancato gli occhi sull’umano oltre che sulla scienza:

[…] capita di sentire gli astronauti parlare di quanto il nostro pianeta appaia fragile osservato da lassù. Quanto l’atmosfera che ci protegge e consente la vita sia uno strato sottile, che un soffio sembrerebbe poter spazzare via. Il famoso pallido puntino azzurro di Carl Sagan, per intenderci. Però, a pensarci bene, siamo noi a essere fragili, non la Terra. (da Wired)

Fragili e piccolissimi, con uno smisurato desiderio di conoscenza. Dal cielo Nespoli ha vissuto questo paradosso che tutti abbiamo addosso, proprio nel modo in cui Dante lo attribuì ad Ulisse: siamo una piccola barca che chiede cosa c’è oltre le Colonne d’Ercole. E nel vissuto di un astronauta deve senz’altro una pulsione forte questo tema del limite personale, mentre si sta nel bel mezzo di un universo sconfinato; lui stesso racconta di essere stato un militare sempre indaffarato a volersi confrontare con ostacoli sempre maggiori, per abbattere ogni genere di muro.

E oggi, mentre i giornalisti gli parlano delle possibilità di andare su Marte, Nespoli è già proiettato a pensare se in un futuro si arriverà su Proxima Centauri (stella che è a 150mila anni di viaggio da qui). E questo oltre dove ci porterà mai? Forse è tutt’uno col tornare all’Origine.

Quando l’ardore – direbbe appunto Dante – viene lanciato su nel cielo, oltre l’atmosfera terrestre, deve fare inevitabilmente i conti con la grossa domanda sul divino. Cosa risponde il ragazzo dell’oratorio, divenuto adulto astronauta che ha messo in discussione e vagliato il suo cattolicesimo d’origine?

Ammetto che a volte, mentre osservo il cielo dalla Stazione Spaziale, mi viene istintivo pensare a quanto non solo tutta la meraviglia che vedo non sembri casuale, ma pure che dev’esserci stato qualcuno con una conoscenza molto superiore alla nostra – che poi è la mia definizione di Dio – per mettere tutto al suo posto. Di contro, un secondo dopo, ricordo Einstein e quante cose irrealizzabili siamo invece riusciti a fare accumulando sapere e competenze.Quello che non riusciamo a spiegarci afferisce alla fede, rientra nel credo spirituale. Per paradosso, però, più riusciamo a conoscere, meglio capiamo quanto aumentino le cose da scoprire. Come diceva Socrate e al di là dei paradossi, più si è coscienti di quel che ci circonda, più si deve ammettere di non conoscerlo. La presunzione di sapere è indice di ignoranza. Non so se ho risposto; credo in Dio? Non lo so. (Ibid)

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