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Daniel era un bullo. Oggi si laurea davanti alla PM che lo condannò

graduation
Freedomz|Shutterstock
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Una storia di rivincita, per lui, Daniel Zaccaro, 27 anni e un passato da bullo che gli è costato il carcere, ma anche per tutti quelli che hanno creduto in lui, che non hanno mollato e che oggi sono ad applaudirlo: la PM che lo ha condannato per prima.

Ogni genitore aspetta quel momento: quello in cui essere stati duri, aver detto quel “no” che ci è costato un “ti odio, sei la mamma peggiore che potessi avere” che ti fa rigirare nel letto e domandarti se davvero sia stato necessario, quel momento in cui tutti i limiti, i divieti, i paletti che mettiamo per il bene dei nostri figli, spesso non capiti (come è giusto che sia), si rivelano invece la cosa giusta. E ci ridanno fiducia in noi stessi, quei momenti, nel nostro ruolo di educatori, ci dicono che no, non le sbagliamo proprio tutte, che a volte tenere botta anche se ci costa porte in faccia e silenzi che ci mettono in crisi, è la scelta migliore per i nostri figli. Che poi lo riconoscono anche loro. Dopo aver sbollito la rabbia, dopo aver firmato una tregua a patatine fritte e Coca Cola e averci dato la possibilità di spiegare senza urla e quelle scene da oscar per il miglior attore nella categoria “dramma”.

Immagino perfettamente allora, la gioia, la soddisfazione e anche quante conferme avrà regalato  – il 12 febbraio 2020- la laurea conseguita dal ventisettenne Daniel Zaccaro a tutte le persone che lo hanno rimesso sulla buona strada. Un percorso che, prima della laurea in Scienze della Formazione alla Cattolica di Milano, è passato per il carcere e le comunità affidatarie. Un percorso che di sicuro avrà interrogato i genitori sulle loro capacità educative, ma anche tutte le persone che hanno lavorato in squadra nel tentativo di recuperare questo ex bullo con una storia di rapine, furti e pestaggi. Una storia normale per il resto, senza le premesse difficili che possiamo immaginare. Un ragazzo di Quarto Oggiaro (Milano) con una famiglia presente e due genitori che in tutti i modi hanno tentato di educarlo al rispetto e al valore del lavoro, che lui, schivo alle regole e persino agli affetti, ha negato fin quando è arrivata la condanna della PM del tribunale dei minori. Condannato in tutte le udienze in cui era imputato, senza sconti: per lui si apre il carcere di Beccaria e poi di San Vittore e dal 2015 la comunità Kayròs di don Claudio Burgio. Oggi, tutte quelle persone sono lì ad applaudirlo, a festeggiare un traguardo personale prima che scolastico: il bullo che diventa educatore.

Chi lo avrebbe mai detto di quell’adolescente chiuso e ribelle, restio alla disciplina anche in carcere? Quello che a San Vittore legge per la prima volta un libro di testo scolastico, quell’Inferno dantesco che in fondo, parla anche un po’ del suo personale inferno, dove la violenza e il sopruso erano all’ordine del giorno, ironia della sorte poi, proprio da dietro le sbarre, come in un girone senza uscita dove Daniel è costretto a guardare in faccia quella realtà che aveva sempre fuggito. Oggi, a ricordare a questo ragazzo il vero traguardo che festeggia ci sono tutti: la PM del tribunale dei minori che lo ha condannato, Don Claudio Burgio e pure Fiorella, la docente in pensione che ha fatto studiare a Daniel quel primo libro scolastico a San Vittore, l’Inferno di Dante.

È una grande vittoria di tutti noi, questa,

dice la PM,

Daniel racconta agli adolescenti come è riuscito a trovare dentro di sé la forza del cavaliere Jedi. Ma io glielo dico sempre, a costo di sembrare pedante: attento a non farti sedurre dal lato oscuro della forza. (Huffinghto Post)

Un lavoro di squadra di cui essere fieri, come ricorda anche Don Claudio:

Dietro questo bellissimo traguardo, oltre alla bravura di Daniel, ci sono tante persone e molte istituzioni civili ed ecclesiali che insieme hanno saputo collaborare in questi anni. È la storia di un lavoro di squadra. Questa è la città che mi piace e che ispira il mio impegno educativo quotidiano. Ora toccherà a Daniel raccogliere questo impegno e trasmetterlo ad altri giovani con tutta l’esperienza e la competenza maturati in questo percorso. (Corriere Milano)

Le parole più belle però, che restituiscono a tutte queste persone l’unico ringraziamento che conta per il loro lavoro, la conferma che la cosa giusta, spesso, passa per scelte severe, dure e dolorose, soprattutto quando qualcuno si è già addentrato per una strada troppa buia da cui uscire da solo, le ha dette proprio Daniel:

La brutalità è indice di povertà di pensiero. È l’espressione di chi non sa comunicare in altro modo. I violenti hanno profondissimi problemi di linguaggio. Quando non sai chiamare il dolore e la rabbia con il loro nome ti scateni così, come un animale. Io l’ho capito, e lo voglio spiegare al maggior numero di ragazzi possibile.

Nessuno è un caso perso o troppo disperato. L’educazione non è mai vana, forse bisogna cambiare il linguaggio o il modo, ma alla fine, anche da un bullo può nascere un educatore, se abbiamo il coraggio di ascoltare quello che il suo atteggiamento ci sta dicendo davvero: non mollare con me.

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