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“Gesù, questo sconosciuto”: il suo volto indignato

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Un invito a ritrovare in Gesù il vero volto di Dio

La tradizione e la dottrina cristiana annoverano l’ira tra i vizi capitali. Si tratta infatti di una passione che può avere una potenza distruttiva, verso noi stessi e verso gli altri. Ma è sempre sbagliato arrabbiarsi? E Gesù non si è mai arrabbiato?

In realtà, c’è un’ira che risponde alla natura e alla forma del vizio capitale, ma c’è anche un’ira che rivela la nostra passione per la giustizia e per la verità. Forse abbiamo maturato talvolta una falsa spiritualità che – come ha affermato Papa Francesco – risponde a un nostro bisogno di pace artificiale, di essere anestetizzati e di restarcene tranquilli, lontano dalle tribolazioni del mondo. E, invece, dinanzi al male, ai soprusi nei confronti dei più deboli, alla discriminazione e alla violenza, alle ferite inferte nei confronti della creazione, non esiste forse una giusta indignazione cristiana? San Giovanni Crisostomo afferma: “chi non si sdegna quando c’è motivo, pecca”.

Anche Gesù si è arrabbiato ed è stato preso dalla collera, benché noi abbiamo – come ha scritto il fondatore della Comunità di Bose Enzo Bianchi – una certa timidezza e ritrosia a mettere in rilievo certi sentimenti di Gesù.

Gesù sente viscere di compassione per il dolore delle persone che incontra e protesta contro le ingiustizie che lo generano; non è un personaggio neutro, un maestro del “politicamente corretto”, un capo-popolo schiavo del consenso. É un uomo profondamente libero che prende posizione dinanzi agli uomini e alla storia. Rigetta la diplomazia del conformista, non è né un pusillanime né uno che fugge dai conflitti della vita. Non è venuto a portare la pace, ma ad accendere un fuoco.

Proprio per questo, anche Gesù si indigna. La sua ira non è mai rivolta contro qualcuno, ma è invece il segno della sua partecipazione solidale al destino dell’uomo e del mondo, contro l’indifferenza, l’omertà, la complicità col male.

Quando si trova davanti a un lebbroso, Gesù è “mosso a compassione”. Il verbo utilizzato, però, è orghízomai che traduce “andare in collera”. Gesù sente nelle sue viscere un moto di rabbia per la situazione di sofferenza ed emarginazione di quell’uomo (cfr. Mc 1,41).

La collera di Gesù è più evidente dinanzi all’atteggiamento dei dottori della Legge, degli scribi e dei farisei in diverse occasioni. Egli non tollera che in nome di Dio e di una purezza esteriore, essi arrivino a discriminare i peccatori e maltrattare i deboli. Quando allora entra nella sinagoga e guarisce un uomo dalla mano paralizzata, sentendosi osservato e giudicato dai farisei, “volge verso di loro uno sguardo di collera, rattristato per la durezza dei loro cuori” (Mc 3,1-4).

Nei loro confronti Gesù pronuncia per sette volte la parola “Guai a voi”. Li chiama ipocriti e sepolcri imbiancati, gente che pulisce l’esterno del bicchiere ma dentro è marcia. E, preso da un moto di vera indignazione, dice loro: “serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna? (Mt 23,33).

La scena che più di tutte ci fa vedere la collera di Gesù è nel Tempio di Gerusalemme. Egli vede il Tempio trasformato in una casa di affari e di commercio e, allora, prende una frusta di cordicelle e inizia a scacciare i mercanti, rovesciando i tavoli e buttando a terra il denaro. Si indigna non perché in preda all’ira, ma a causa dello zelo che ha per la Casa del Signore. Ciò significa, che esiste una santa indignazione per la giustizia e per la verità, che ci permette di vincere l’apatia e l’indifferenza e di combattere il male. Diceva don Pino Puglisi: “non ho paura delle parole dei violenti, ma del silenzio degli onesti”.

C’è una santa collera, allora, che fu anche quella di Gesù: mai contro le persone, mai per generare l’odio e la violenza, ma per denunciare il male, scuotere le coscienze, svegliare la storia a un ritrovato senso della giustizia e della verità.

Guardando la storia di Gesù e la sua giusta indignazione, possiamo imparare ad accogliere anche i moti della nostra rabbia interiore. Come ci insegna il vecchio monachesimo circa la lotta con di demoni, non dobbiamo sopprimere la rabbia con violenza ma, come con tutte le passioni, dobbiamo anzitutto dialogarci, prenderci confidenza e cercare di interrogarci su cosa ci voglia dire e su quale disagio interiore essa ci vuole manifestare: da cosa nasce? Cosa l’ha suscitata? Dove può condurmi?

C’è una santa indignazione contro la sofferenza ingiusta, contro la violenza, contro le ferite inferte ai poveri, contro le mafie, contro ogni forma di discriminazione. Questa indignazione permette al cristiano di diventare buon samaritano: non uno che passa oltre nell’indifferenza, ma uno che si ferma per curare le ferite del mondo. Allo stesso modo, l’ira contro il peccato – ogni forma di peccato – è una giusta ira. Non si rivolge mai contro la persona, ma combatte il male perché il bene si faccia strada.

Ho bisogno di un Dio indignato contro il male che mi minaccia, contro i nemici interiori che mi tolgono il fiato e mi rendono schiavo, e contro le strutture del male culturale, sociale, economico e politico che minacciano il mondo in cui vivo e distruggono la pace tra gli uomini. Non voglio un Dio neutro e pacifico che mi guarda dall’alto dei cieli, ma un Dio passionale e appassionato, che combatte al mio fianco.

E guardando a Gesù, scopriamo questo Dio che si commuove nelle viscere. Con Lui possiamo lottare perché la luce ritorni a splendere nell’oscura notte del male.

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Francesco Cosentino, sacerdote calabrese, è docente di Teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana e officiale della Congregazione per il clero. Tra le sue pubblicazioni recenti: Immaginare Dio. Provocazioni postmoderne al cristianesimo (Cittadella, 2010); Il Dio in cammino. La rivelazione di Dio tra dono e chiamata (Tau, 2011); Sui sentieri di Dio. Mappe della nuova evangelizzazione (San Paolo, 2012); Incredulità (Cittadella, 2017).

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