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Disegno di legge per sussidi ai caregiver: il diritto di scegliere la famiglia ed essere tutelati

FAMILY
JP WALLET|Shutterstock
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Il dibattito sul nuovo disegno di legge in Italia che tutela i caregiver riapre la questione sul sostegno a chi sceglie la famiglia: che assistiamo un malato o siamo neomamme che educano i propri figli, è il valore della cura che dobbiamo riscoprire e tutelare.

I sacrifici per la famiglia li facciamo tutti. E’ difficile mettere ogni singolo “sforzo” sulla bilancia e anche se fosse davvero possibile, dividere tutto a metà e far quadrare i conti, sia economici che di impegni difficilmente quantificabili (la seduta di psicolanalisi con un tredicenne alla prima cotta vale almeno centotrenta euro ogni quaranta minuti, tipo) non sempre è salutare per la famiglia stessa. Dietro alla ricerca di quella totale parità, anche in casa, che spesso la società ci porta a cercare, c’è il rischio che pure la famiglia diventi un contratto asettico di lavoro, un commercio di favori e doveri, mentre il sacrificio è parte integrante del “sì”. E anche se i tempi cambiano, le donne lavorano e i mariti hanno imparato a fare un piatto di pasta e passare lo straccio (e pure col prodotto giusto invece che col bagnoschiuma del cane), c’è ancora una grande fetta della popolazione che ha come occupazione principale proprio la “cura dei familiari”.

A volte è una scelta, altre una necessità dettata da molti fattori, affettivi ed economici, in ogni caso legittimi e difficili da giudicare da fuori. Secondo un recente articolo di “Avvenire”, in Italia sono 7,3 milioni i “caregiver familiari”: mamme, papà, figli, nipoti che assistono tutti i giorni un parente disabile, malato o anziano. Sempre di più sono anche le neomamme che lasciano il lavoro per fare le “casalinghe”: uno studio riportato su “Il Messaggero che analizza il periodo dal 2011 al 2017, evidenzia circa 165.562 donne che hanno lasciato il lavoro per le difficoltà di mettere d’accordo pannolini e ufficio. Part-time non concessi, nidi costosi, voglia sacrosanta di crescere i propri figli nonostante la maternità copra un periodo irrisorio paragonato ai bisogni economici ed emotivi di un bimbo sotto i cinque anni.

E’ un misconoscimento del valore della cura, che dobbiamo evitare

Facile puntare il dito e trincerarsi dietro frasi che purtroppo sento spesso: “potevano pensarci prima di farli”, “potrebbe lavorare e pagare l’ospizio” e simili. Più difficile comprendere da fuori i bisogni emotivi dei malati, ma anche dei familiari coinvolti, difficile giudicare con così tanta sicurezza una scelta complessa, su cui influiscono tanti aspetti: i sussidi di accompagnamento che non coprono le esigenze reali di un non autosufficiente, le situazioni economiche delle singole famiglie e non per ultimo anche le ragioni affettive, perché no? Non si riduce sempre tutto e solo a una questione di soldi. Una moglie può voler stare vicino al marito nella “cattiva sorte”, ne ha il diritto, come una mamma di crescere ed educare suo figlio (e qui sarebbe anche diritto del piccolo oltretutto). Insomma, quando si tratta di famiglia è troppo facile farne solo una questione di conti, ridurre il “sacrificio” a due colonne dare e avere: quante lavatrici ho fatto io e quanti stendini hai messo fuori tu. Alcune scelte si fanno anche per amore, in nome del benessere vero di un malato o un nostro caro. Purtroppo c’è anche chi la vive come una costrizione e un peso, come ricorda Alessandro Chiarini, presidente del Coordinamento nazionale Famiglie con Disabilità (Confad) riportato sempre da Avvenire:

Da parte della classe politica finora c’è stato un muro di indifferenza perché si considerano ancora i caregiver come dei volontari senza sapere che molti vivono in povertà perché costretti a lasciare il loro lavoro per dedicarsi a tempo pieno all’assistenza del congiunto, un’attività massacrante, anche psicologicamente.

Quindi, se è vero che anche le “cure familiari” hanno un valore in termini economici (uno studio del portale ProntoPro.it citato da “Il Giornale”, stimava lo stipendio di una mamma a tempo pieno in 3.045 euro netti al mese), se non vogliamo parlare di stipendio per chi assiste un familiare o del tanto discusso “reddito di maternità”, è necessario quanto meno ripensare un sistema di assistenza e sussidiarietà per questi soggetti che non sono minimamente riconosciuti né tutelati: non hanno copertura assicurativa nel caso diventassero loro, i malati, e neanche sostegno psicologico per affrontare una situazione spesso pesante da sostenere.

Non solo redditi, anche aiuti concreti

Qualcosa si sta muovendo,

leggo sempre su Avvenire,

nell’ultima settimana di questo mese la Commissione Lavoro del Senato comincerà a discutere il disegno di legge n.1461, testo unico firmato da senatori di tutti i gruppi, che prevede il riconoscimento e il sostegno a chi svolge questo ruolo (di caregiver familiare). I soldi ci sono già: il Fondo appositamente istituito ammonta a 65 milioni per il triennio 2018-2020. Risorse “congelate”, però, finché non c’è la legge.

Qualcosa si muove quindi almeno sul lato dell’assistenza casalinga anche se, secondo le associazioni, i fondi sembrano non essere adeguati e le misure riduttive: servirebbero anche interventi reali come agevolazioni nei tempi delle visite, misure di smartworking ad esempio per fare in modo di

dare ai familiari la possibilità di fare una scelta senza essere costretti a diventare per forza caregiver continuando però il proprio progetto personale di vita nella certezza che il proprio caro è assistito adeguatamente,

come sostiene Vincenzo Falabella, presidente del Fish (Federazione italiana per il Superamento dell’Handicap), riportato da Avvenire. Questa esigenza vale anche per le casalinghe. Paola Profeta, professore associato di Scienza delle Finanze all’università Bocconi, afferma come riportato da “Il Messaggero” che

Nei paesi dove le donne lavorano di più, come Francia e paesi nordici, nascono anche più bambini. Noi siamo intrappolati in un equilibrio negativo,

a testimonianza che no, non è solo questione di dare uno stipendio a chi sta a casa. Va cambiata per prima, la mentalità che non riconosce quello della “cura” come un bene da tutelare, un valore prima di tutto umano che abbiamo anche il diritto di scegliere. Per noi e per chi amiamo.

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