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L’itinerario spirituale dei Beatles

THE BEATLES
Shutterstock | Michele Paccione
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Successi e fallimenti, e qualche riflessione anche per la nostra epoca

Al di là del clamore suscitato dalla sua sfortunata affermazione secondo la quale i Beatles erano più popolari di Gesù Cristo, le sue radici giudaico-cristiane rimasero in vigore: “Non sono un cristiano praticante, come mi hanno educato, ma non ho idee che non siano cristiane”, rivelò.

Venne accusato di ateismo, soprattutto per la sua esortazione a un mondo senza un paradiso trascendente e senza religioni nella celebre Imagine, anche se altre persone più benevole videro in quel brano un invito all’ecumenismo.

“La gente ha l’idea che io sia anticristiano o antireligioso, ma non è assolutamente così. (…) Sono una persona molto religiosa, sicuramente non sono ateo”, dichiarò nel 1980, anno della sua morte.

Nello stesso anno disse di essere cresciuto come cristiano, e che solo allora comprendeva alcune delle cose che Cristo diceva nelle sue parabole. Due canzoni scritte qualche settimana prima di essere assassinato sembrano rivelare perfino un ritorno al cristianesimo più esplicito, anche se la moglie Yoko Ono ha nascosto quel materiale per trent’anni.

Il rapporto di Paul McCartney con la religione è meno stretto. Di origini irlandesi da parte di entrambi i genitori, battezzato ed educato nel cattolicesimo, crebbe però in una famiglia in cui la religione non aveva grande rilevanza.

In seguito si definì agnostico. Nel 1963 diceva della religione: “Può essere che ne avrò bisogno quando invecchierò, per consolarmi quando morirò, ma non ora”. Alcuni credono di vedere in Let it be un riferimento mariano, anche se varie testimonianze non avallano questa ipotesi. Paul provò l’LSD nel 1966, e per lui fu un’“esperienza religiosa”. “Non sapevo di cosa parlasse la gente quando diceva che Dio è dentro di te, che è amore e la verità. L’unica immagine che avevo di Lui era quella di un anziano in cielo con una lunga barba. Non sto dicendo che mi dedicherò alla Chiesa o cose de genere. Per me è qualcosa di molto più personale. Dio è una forza di cui tutti facciamo parte. Vuol dire però che ora credo che la risposta a tutto sia l’amore”.

La sua canzone All you need is love (che ha un precedente nel brano The Word di Lennon) è la chiara manifestazione di questa idea, elemento essenziale della maturità del quartetto di Liverpool e di Paul in particolare.

“Sappiamo tutti cosa ci piacerebbe vedere nel mondo oggi: pace”, indicava nel 1967; “essere capaci di capirci a vicenda”. Su di sé diceva nel 1990: “Non sono religioso, ma molto spirituale”. Alcuni dicono che continui a meditare ogni giorno.

La definizione di “beatle spirituale” per eccezione spetta però a George Harrison. Figlio di una devota cattolica, venne battezzato ed educato nel cattolicesimo, anche se la sua esperienza formalista finì per allontanarlo.

Nel 1966 diceva: “Credo più nelle religioni dell’India che in tutto quello che ho imparato dal cristianesimo. (…) La loro religione non è come quello che sembra essere il cristianesimo, andare in chiesa la domenica mattina perché si pensa che si debba fare anziché andarci perché si vuole”.

Nell’induismo trovò qualcosa che “è in ogni secondo e minuto della tua vita, in come agisci, come ti comporti e come pensi”. Andò in pellegrinaggio in India, e imparò anche a suonare il sitar con Ravi Shankar.

È stato lui che nel 1967 ha fatto sì che i Beatles conoscessero il Maharashi Makesh Yogi, divulgatore della meditazione trascendentale in Occidente, e un anno dopo si recassero a Rishikesh, scatenando un momento di grande creatività che si tradusse in seguito nel cosiddetto White Album.

Dio fu sempre la grande preoccupazione di George, anche se il suo misticismo era collegato anche alle esperienze con l’LSD.

Il più ascetico della band, dichiarava: “Abbiamo fama e fortuna, ma questo non è amore, non è pace”. Divenne poi devoto della setta Hare Krishna.

Nel 1981 parlava così di Dio: “Tu sei l’unico, sei il mio vero amore, sei mio amico, e quando la vita finisce sei la luce nella morte. Sei il mio amore, mandi la pioggia e porti il sole, rimani solo e dici la verità, sei l’incoraggiamento della vita”.

La sua opera come solista My Sweet Lord riassume la sua visione. Riguardo a questo brano, commentò nel 2000 a El País: “I cori che cantano Alleluia e Hare Krishna sono una specie di richiamo alla saggezza e al ritorno a Dio, qualunque egli sia. Senza questo aspetto spirituale, la vita attuale sarebbe per me un’esperienza vuota”. Dicono che le sue ultime parole siano state “Amatevi gli uni gli altri”.

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