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L’Iran esce dall’accordo nucleare del 2015

Hassan Rohani, président de la République islamique d'Iran © Fatemeh Bahrami / ANADOLU AGENCY

TEHRAN, IRAN - JANUARY 17: Iranian President Hassan Rouhani (C) gives a speech during a press conference in Tehran, Iran on January 17, 2016. Yesterday, international sanctions on Iran were lifted within nuclear deal. Fatemeh Bahrami / Anadolu Agency

Agi - pubblicato il 06/01/20

Teheran si ritiene libera per quanto riguarda il numero di centrifughe impiegate. La decisione sui prossimi passi di dismissione dall'accordo del 2015 era attesa per oggi e, dopo l'uccisione di Soleimani, il disimpegno era più vicino

L’Iran non rispetterà più nessuno degli impegni presi con l’accordo del 2015 sullo sviluppo del nucleare. Lo ha annunciato la tv iraniana citata dall’agenzia Associated Press, secondo cui Teheran si ritiene libera da tutti i vincoli imposti dall’accordo del 2015 per quanto riguarda il numero di centrifughe impiegate, ma resta aperta alle ispezioni dell’Aiea “come prima”.

L’accordo del 2015 prevede, fra le altre cose, un limite al numero di centrifughe impiegabili per la produzione dell’uranio arricchito. Superare questo limite significa accelerare la produzione dell’elemento che è anche alla base della produzione di testate atomiche.

L’affondo finale di Teheran, per rispondere all’uccisione di Qassem Soleimani, è stato quello, dunque, del nucleare e del programma di disimpegno dagli obblighi internazionali già iniziato. La decisione sui prossimi passi di dismissione dall’accordo del 2015 era attesa per oggi e, dopo l’attacco di giovedì notte, in molti hanno ipotizzato che la bilancia avrebbe potuto per l’uscita definitiva dall’intesa o per l’espulsione degli ispettori.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Abbas Mousavi, aveva confermato oggi in un intervento televisivo: “Riguardo la quinta fase, la decisione era già stata presa, ma considerando l’attuale situazione, saranno fatte alcune modifiche, in un importante incontro questa sera”, ha riferito Mousavi.

Intanto sale la tensione in Medioriente. L’Iraq convoca l’inviato Usa a cui denuncia una “violazione della sovranità territoriale”. Il Parlamento di Baghdad si riunisce e inizia il pressing sul governo per il ritiro delle truppe straniere per decidere le proprie mosse. Durante la sessione straordinaria, trasmessa in diretta sulla televisione di Stato e alla presenza del premier dimissionario Adel Abdul-Mahdi, i deputati hanno approvato una risoluzione che “obbliga il governo a preservare la sovranità del Paese ritirando la sua richiesta di aiuto”.

Sia l’Iran che l’Iraq hanno quindi chiesto l’intervento dell’Onu contro la decisione americana. Su tutti si erge il grido di Hezbollah. Il numero uno, Hassan Nasrallah, si è detto convinto che l’uccisione del comandante iraniano aprirà una “nuova fase” nella regione e ha invitato l’Iraq a liberarsi da quella che definisce “l’occupazione” Usa.

Intanto il presidente americano, Donald Trump, alza il tiro, e ai pasdaran che minacciano di colpire “35 obiettivi americani“, replica con una serie di tweet e avverte che gli Usa possono colpire 52 siti iraniani, tanti quanti gli ostaggi che furono sequestrati dell’ambasciata Usa a Teheran.

“L’Iran sta parlando in modo molto audace di colpire alcuni beni statunitensi come vendetta per aver liberato il mondo del loro leader terrorista che aveva appena ucciso un americano e ferito gravemente molti altri, per non parlare di tutte le persone che aveva ucciso durante la sua vita, incluso di recente centinaia di manifestanti iraniani.  Stava già attaccando la nostra ambasciata e si stava preparando per ulteriori colpi in altre località. L’Iran non è stato altro che problemi per molti anni. Che questo serva da avviso che se l’Iran colpisce qualche americano o beni americani, abbiamo nel mirino 52 siti iraniani (che rappresentano i 52 ostaggi americani presi dall’Iran molti anni fa), alcuni ad un livello molto alto e importante per l’Iran e la cultura iraniana, e quegli obiettivi e l’Iran stesso, saranno colpiti molto velocemente e molto duramente. Gli Stati Uniti non vogliono più minacce!”, ha scritto Trump. In precedenza un comandante delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Ghulam Ali Abu Hamza, aveva minacciato: “Oltre a Tel Aviv, ci sono 35 obiettivi americani nella regione a portata dei nostri lanci”.

“Gli Stati Uniti e Israele – ha aggiunto – devono vivere in uno stato di terrore costante dopo l’uccisione del martire Soleimani”, segnalando tra gli obiettivi lo Stretto di Hormuz “dove passano decine di navi da guerra americane”, il Golfo di Oman e il Golfo Persico. Intanto, un fiume umano si è riversato per le strade della città sud-occidentale iraniana di Ahvaz, al confine con l’Iraq, per partecipare ad una processione funebre in onore di Soleimani. All’alba sono arrivati all’aeroporto internazionale della città i resti del generale e dei miliziani uccisi. Nel pomeriggio saranno trasportati nella città santa di Mashhad, dove si terrà un’altra cerimonia funebre. “Morte all’America”, lo slogan scandito da una folla immensa. Al punto che le autorità sono state costrette a cancellare la cerimonia di questa sera a Teheran.

Qui l’originale

Tags:
armi nucleariiran
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