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Nel nostro lavoro scartiamo i deboli?

CIERPIENIE

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Dolors Massot - pubblicato il 25/12/19

Nella conversazione si nota lo “scarto”

Nelle parole che impieghiamo può emergere la cultura dello scarto, ad esempio nell’uso del “ma”:

  • “Questa donna è molto intelligente, ma vuole avere dei figli”
  • “Ha un buon curriculum, ma ha una famiglia numerosa”
  • “È molto valido, ma ha un figlio malato”
  • “Ha avuto un buon iter professionale, ma ha avuto la depressione”

Anziché pensare che queste situazioni possono rendere migliori le persone che devono affrontarle, vengono considerate degli impedimenti.

I “pesi” della famiglia

Si nota il senso dello “scarto” quando parlando di genitori anziani da assistere si considerano “pesi”. Dei genitori anziani o malati sono un peso??? Se pensiamo a tutto ciò che dobbiamo loro, a cominciare dalla vita, è ingiusto pensarla così.

Sul lavoro, dovrebbe essere normale tra colleghi poter parlare di come conciliare la vita familiare con quella lavorativa, e questo include le necessità dei genitori anziani, dei bambini, dei coniugi malati…

Non è umano che ci siano contesti lavorativi in cui si teme di essere sottovalutati o licenziati per via della propria situazione medica.

Valutare solo per la redditività economica

Ci sono valutazioni utilitaristiche in cui la persona viene considerata solo per quello che rende. Con gli anni magari non rende più come prima, un malato cronico deve eseguire controlli e curarsi… Tutto questo è vero, ma non è la realtà completa.

CONTRATA A MI PADRE
YouTube-contrataamipadre

Dimentichiamo che l’aspetto economico è solo una parte dell’analisi. È una circostanza. Il valore della persona va al di là delle circostanze, ed è uguale parlare di una persona sana, malata, piccola o anziana.

Condotte egoiste

Ci sono anche valutazioni egoiste: quella del collega che pensa solo al trionfo della squadra, dell’impresa o di se stesso, sempre a proprio beneficio. In quest’ottica, un membro dell’équipe che ha un incidente o una malattia diventa una zavorra, e questo si esprime in espressioni apparentemente “educate” come “È un peccato che tizio sia stato fuori qualche settimana, siamo rimasti senza il bonus”.

Guardare le cose da un’altra prospettiva, come una squadra di calcio

Attribuiamo le nostre perdite alle persone che non seguono il ritmo, dimenticando che una persona più grande può apportare esperienza e saggezza, e che un malato in un’équipe può rappresentare uno stimolo perché gli altri lavorino più sodo, come fanno le squadre di calcio quando manca un giocatore.

Il vero leader, il lavoratore autentico, il collega al cento per cento, è quello che non scarta. Di necessità fa virtù. Vede ogni difficoltà come una sfida e lotta per superarla.

Più flessibilità

Se parliamo di inclusione, valorizzeremo ciascuno per l’apporto che può offrire, ma questo sarà possibile se non consideriamo la salute in termini assoluti e siamo più flessibili essendo capaci di accettare che non siamo robot che rendono pienamente 365 giorni all’anno.

Essere più flessibili non significa essere poco produttivi per l’impresa, ma essere più realisti e più umani, e non c’è nulla che produca più impegno da parte dei lavoratori che trovarsi in un contesto lavorativo che valorizza le persone.

Tutto questo si applica sia a una situazione con appena due persone che a una multinazionale, e non è una lezione che deve applicarsi solo a governanti, presidenti e direttori. È uno stile di vita che vale per tutti, qualunque lavoro si svolga.

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