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“Dobbiamo evitare un bagno di sangue in Libia”. Intervista a Emanuela Del Re

AP
En esta foto del sábado, 26 de julio del 2014, obtenida de un video tomado por un perodista independiente que viaja con la brigada mioitar Misarata, combatientes de la milicia islámica disoparan contra el aeropuerto de Trípoli para tratar de arrebatarle el control a milicias rivales del pueblo de Zintan. (Foto AP/AP video)
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La numero due della Farnesina all’Agi: “L’Italia ha l’autorità e la statura morale per mediare la pace. Siamo un Paese che non ha agende nascoste e non approfitta delle crisi interne per un tornaconto personale”

È un periodo complicato per chi si occupa di diplomazia nel mondo. Lo è anche per la viceministro degli Esteri e della Cooperazione internazionale, Emanuela Del Re, appena rientrata dall’ennesima missione oltreconfine: “Un momento sicuramente pieno, e va avanti dal giugno 2018”. Da quando venne scelta nel primo governo Conte per affiancare Enzo Moavero Milanesi alla guida della Farnesina; poi è stata confermata nel secondo governo Conte, come vice di Luigi Di Maio.

“L’Italia è presente nel panorama globale e la sua diplomazia è apprezzata. Perché è un Paese che non ha agende nascoste, non approfitta delle crisi interne per un tornaconto personale. Ci troviamo a dover cercare equilibri non sempre facili”, spiega in un’intervista all’Agi. “Sono appena tornata da Ginevra dove al summit dell’Onu sulle migrazioni ho presentato il modello italiano dei corridoi umanitari”, racconta con una punta di orgoglio, ma con modestia e senza la pretesa di essere tra i primi della classe. “Siamo gli unici al mondo a fare le evacuazioni umanitarie dalla Libia. Lo abbiamo già fatto con oltre ottocento persone e questo ci viene riconosciuto. La settimana scorsa a Bruxelles abbiamo ricevuto il plauso degli europarlamentari di tutte le espressioni politiche. La Francia sta adottando questo modello in Niger ed Etiopia. Perché è un’esigenza umanitaria innegabile e i tempi sono maturi affinché si possa lavorare a un modello europeo di corridoi umanitari”, spiega.

“In Libia possiamo parlare con tutti”

E l’impegno italiano viene riconosciuto anche in Libia dove “l’Italia può parlare con tutti”. “Lo dimostra anche l’esito significativo dell’ultima visita del ministro Di Maio. Noi siamo sempre rimasti in Libia, con la nostra ambasciata a Tripoli, l’unica di un Paese occidentale. Con l’ospedale umanitario. Con le evacuazioni di bambini malati di leucemia dalla Cirenaica: una richiesta che mi arrivò espressamente dal generale Khalifa Haftar e ad oggi sono nove i bambini già ricoverati al Bambin Gesù di Roma”. Con umiltà, “credo si possa dire che l’Italia abbia l’autorità e la statura morale per mediare la pace”, sostiene Del Re.

Sul fronte libico la sintesi è drammaticamente chiara: “Dobbiamo evitare il bagno di sangue. Non ci può essere un conflitto militare risolutivo, nemmeno se Haftar prendesse Tripoli. La guerra non si fermerà. È una tragedia in divenire, parliamo già di 25 mila famiglie sfollate. Per questo dobbiamo dialogare con tutti”. Nel ‘tutti’ è compreso anche il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che in questo momento distribuisce le carte anche nella guerra libica. “Un attore fondamentale nel Mediterraneo anche se effettivamente difficoltoso da gestire”. Così come innegabile la “difficoltà” con la Francia che “resta un Paese autonomo con la sua diplomazia da rispettare”.

L’Italia però “può agire da catalizzatore, come elemento di raccordo, sul piano multilaterale”. “Abbiamo virtù non frequenti che possiamo sfruttare per essere veicolo di questo messaggio: abbiamo la capacità di sedere a tutti i tavoli decisionali e dialogare, senza imporre la nostra opzione”, chiarisce la ‘numero due’ della Farnesina. Servirà anche a questo il ruolo dell’inviato speciale del governo italiano in Libia: “È chiaro che una persona sola non potrà risolvere la crisi di un Paese in guerra. Non vorrei che si caricasse questa prossima nomina di aspettative: servirà però certamente una figura agile, che faccia da raccordo, che conversi tranquillamente con tutti gli attori, sia quelli che sono all’interno della Libia che quelli fuori. Per questo è un lavoro che non può fare la nostra ambasciata a Tripoli”, mette in chiaro Del Re. Ma la viceministro evita di sbilanciarsi sui possibili nomi: “Non ho ancora idea di chi possa essere, sono valutazioni che andranno fatte”.

La cooperazione con l’Africa

Nonostante occupi la prima voce, non c’è solo Libia nell’agenda della diplomazia italiana. “C’è anche tanta Africa, anche se non ne parliamo spesso. Un esempio? La settimana scorsa sono stata in Sudafrica, nostro primo partner commerciale nell’Africa Subsahariana, eppure l’ultima visita ufficiale italiana era datata nel 2007”.

E c’è tanta cooperazione: “La ritengo il braccio operativo più importante della nostra diplomazia estera. In Africa siamo attivi in undici Paesi con importanti progetti che vanno dal Niger all’Etiopia e stiamo puntando sul Sudan, considerando il periodo di transizione che sta vivendo”, sottolinea Del Re. “La Cooperazione ci permette di essere nelle maglie della società dei nostri Paesi partner e può essere anche un valido argine alle migrazioni irregolari”. Non è un caso che il numero più recente di Jeune Afrique abbia dedicato uno speciale proprio alla presenza umanitaria italiana nel Continente nero. E in copertina c’è lei, Emanuela Del Re, con la sua bionda chioma, e tutt’intorno un nugolo di bambini.

 

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