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“L’anima mia magnifica il Signore”: Maria nella Visitazione

JOYFUL MYSTERY
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Seconda Predica di Avvento 2019 di Padre Raniero Cantalamessa

In questa meditazione saliamo con Maria “verso la montagna” ed entriamo nella casa di Elisabetta. La Madre di Dio ci parlerà in prima persona con il suo cantico di lode che è il Magnificat. Oggi tutta la Chiesa si stringe intorno al successore di Pietro che celebra il suo 50° di sacerdozio e il cantico della Vergine è la preghiera che più spontaneamente sale dal cuore in circostanze come questa. Una meditazione su di esso è un nostro piccolo modo di partecipare anche in questo momento a tale ricorrenza.

Per comprendere il posto e lo scopo che il cantico della Vergine ha nel vangelo di Luca, è necessario premettere qualche cenno sui cantici evangelici in genere. Gli inni disseminati nei vangeli dell’infanzia – Benedictus, Magnificat, Nunc dimittis – hanno la funzione di spiegare poeticamente il senso spirituale degli eventi narrati -Annunciazione, Visitazione, Natale -, conferendo a essi la forma di una confessione di fede e di lode.

Come tali, essi sono parte integrante della narrazione storica. Non sono degli intermezzi o dei brani staccati, perché ogni evento storico è costituito da due elementi: dal fatto e dal significato del fatto. I cantici inseriscono già la liturgia nella storia. “La liturgia cristiana – è stato scritto – ha i suoi inizi negli inni della storia dell’infanzia”[1]. Noi abbiamo, in altre parole, in questi cantici, un embrione della liturgia natalizia. Essi realizzano l’elemento essenziale della liturgia che è di essere celebrazione festosa e credente dell’evento di salvezza.

Molti problemi rimangono insoluti circa questi cantici, secondo gli studiosi: gli autori reali, le fonti, la struttura interna… Noi possiamo prescindere, fortunatamente, da tutti questi problemi critici e lasciare che essi continuino a essere studiati con frutto da quelli che si occupano di questo genere di problemi. Non dobbiamo attendere che siano risolti tutti questi punti oscuri, per poterci già edificare con questi cantici. Non perché tali problemi non siano importanti, ma perché esiste una certezza che relativizza tutte quelle incertezze: Luca ha accolto questi cantici nel suo vangelo e la Chiesa ha accolto il Vangelo di Luca nel suo canone.

Questi cantici sono “parola di Dio”, ispirata dallo Spirito Santo. Il Magnificat è di Maria perché a essa lo ha “attribuito” lo Spirito Santo e questo fa sì che esso sia più “suo” che se lo avesse scritto materialmente di suo pugno! Infatti a noi non interessa tanto sapere se il Magnificat l’ha composto Maria, quanto sapere se l’ha composto per ispirazione dello Spirito Santo. Se anche fossimo certissimi che esso fu composto direttamente da Maria, esso non ci interesserebbe per questo, ma perché in esso parla lo Spirito Santo.

Il cantico di Maria contiene uno sguardo nuovo su Dio e sul mondo; nella prima parte, che abbraccia i versetti 46-50, lo sguardo di Maria si porta su Dio; nella seconda parte, che abbraccia i restanti versetti, il suo sguardo si porta sul mondo e la storia.

Un nuovo sguardo su Dio

Il primo movimento del Magnificat è verso Dio; Dio ha il primato assoluto su tutto. Maria non si attarda a rispondere al saluto di Elisabetta; non entra in dialogo con gli uomini, ma con Dio. Ella raccoglie la sua anima e la inabissa nell’infinito che è Dio. Nel Magnificat è stata “fissata” per sempre un’esperienza di Dio senza precedenti e senza paragoni nella storia. È

l’esempio più sublime del linguaggio cosiddetto numinoso. È stato osservato che l’affacciarsi della realtà divina all’orizzonte di una creatura produce, di solito, due sentimenti contrapposti: uno di timore e uno di amore. Dio si presenta come “il mistero tremendo e affascinante”, tremendo per la sua maestà, affascinante per la sua bontà. Quando la luce di Dio, per la prima volta, brillò nell’anima di Agostino, egli confessa che “tremò di amore e di terrore” e che anche in seguito il contatto con Dio lo faceva “rabbrividire e ardere” insieme. [2]

Troviamo qualcosa di simile nel cantico di Maria, espresso in modo biblico, attraverso i titoli. Dio è visto come “Adonai” (che dice molto di più del nostro “Signore” con cui viene tradotto), come “Dio”, come “Potente” e soprattutto come Qadosh, “Santo”: Santo è il suo nome! Nello stesso tempo, però, questo Dio santo e potente, è visto, con infinita fiducia, come “mio Salvatore”, come realtà benevola, amabile, come “proprio” Dio, come un Dio per la creatura. Ma è soprattutto l’insistenza di Maria sulla misericordia che mette in luce questo aspetto benevolo e “affascinante” della realtà divina. “La sua misericordia si stende di generazione in generazione”: queste parole suggeriscono l’idea di un fiume maestoso che sgorga dal cuore di Dio e attraversa tutta la storia umana. Ora questo fiume è giunto a una “chiusa” e riparte a un livello superiore. “Si è ricordato della sua misericordia”: la promessa ad Abramo e ai Padri si è compiuta.

La conoscenza di Dio provoca, per reazione e contrasto, una nuova percezione o conoscenza di sé e del proprio essere, che è quella vera. L’io non si coglie che di fronte a Dio, “coram Deo. In presenza di Dio, la creatura, dunque, conosce finalmente se stessa nella verità. E così vediamo che avviene anche nel Magnificat. Maria si sente “guardata” da Dio, entra ella stessa in quello sguardo, si vede come la vede Dio. E come vede se stessa in questa luce divina? Come “piccola” (“umiltà” qui significa reale piccolezza e bassezza, non la virtù dell’umiltà!) e come “serva”. Si percepisce come un piccolo nulla che Dio si è degnato di guardare. Maria non attribuisce l’elezione divina alla sua virtù dell’umiltà, ma al favore divino, alla grazia. Pensare diversamente (come hanno fatto certi autori famosi) significa distruggere di colpo l’umiltà di Maria. L’umiltà ha uno statuto tutto speciale: ce l’ha chi non crede di averla; non ce l’ha chi crede di averla.

Da questo riconoscimento di Dio, di sé e della verità, si sprigiona la gioia e l’esultanza: “Il mio spirito esulta…”. Gioia prorompente della verità, gioia per l’agire divino, gioia della lode pura e gratuita.

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