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Imola, inaugurato nuovo Centro Aiuto alla Vita. Ecco perché ho voluto esserne parte

CAV, IMOLA
Annalisa Teggi
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Lo scorso 28 settembre nel mio paese è nato un nuovo CAV; ne faccio parte come mamma che ha vissuto la benedizione di 3 figli e il dolore di un aborto spontaneo.

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Quando ho saputo che sarebbe sorto a Imola un Centro di Aiuto alla Vita, mi sono detta che dovevo metterci un po’ di me. Fosse anche solo un frammento d’unghia. Perché? Per nuda e umile gratitudine. Non posso essere indifferente a ciò che la Provvidenza ha messo, nel tempo, sulla mia strada. Oggi sono mamma di tre bimbi.

Era il 6 settembre 2009 quando ebbi un aborto spontaneo. Ricordo quel giorno, il sole che cominciava a spuntare e io che lo guardavo da un’anonima finestra d’ospedale. Di lì a poco un dottore avrebbe confermato che il battito cardiaco sentito il giorno prima si era interrotto.

Perché il sole sorgeva luminoso e indifferente al mio dolore? Perché era capitato che mia figlia mai potesse vedere un’alba o un tramonto? Perché si dice che le donne sono libere di abortire ma io non ero libera di impedire un aborto spontaneo? Uno tsunami di domande mi travolgeva. L’evidenza nuda della fragilità della vita fu una sberla forte. Come una carezza, però, mi giunse la voce di un autore che stavo traducendo in quel periodo, G. K. Chesterton. Da una dura crisi esistenziale se ne uscì innamorato della vita: “Tutto è meraviglioso, se paragonato al nulla”.

Il buio di certi dolori non dovrebbe farci mettere in discussione il dato della vita, quanto illuminarlo. Potevamo non esserci, e invece siamo. Per 5 minuti o 100 anni, siamo. Prestanti o malati, innanzitutto siamo. Qualcosa – io gli do il nome di Padre – ci ha sottratti al nulla, senza averci chiesto un curriculum impeccabile. Il nulla, per ciascuno di noi, è stato sconfitto gratis. Ogni obiezione sacrosanta all’essere vivi (il male ricevuto, la malattia, l’ingiustizia) deve essere guardata come un gradino successivo, il pavimento è: potevi non essere, invece sei.

Questo ha cambiato il mio sguardo, riempiendolo di una luce intoccabile che accompagna le molte discese nell’ombra. Essere parte di un gruppo umano che costruisce uno spazio di compagnia per chi affronta con dolore la venuta al mondo di un figlio è un dono che ho fatto, innanzitutto, a me stessa.

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