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San Malco, la persecuzione delle donne da sposare e l'Angelo di Dio extended version

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Una penna spuntata - pubblicato il 03/10/19

Dalla vita romanzesca di San Malco scritta da San Gerolamo ( in parte probabilmente romanzata dall'autore), passando per Reginaldo di Canterbury è nato e si è diffuso pian piano nei secoli il culto all'Angelo Custode insieme alla preghiera che tutti noi conosciamo e amiamo.

C’era una volta un povero disperato di nome Malco, costantemente perseguitato da donne che volevano sposarlo.

Credo che molti, a questo punto, cominceranno a mugugnare che essere corteggiati non è ‘sta gran persecuzione, ma tant’è: ognuno ha le sofferenze che gli spettano, e vi assicuro che San Malco non si divertiva proprio per niente, nella sua miseranda situazione. Tutto era iniziato quando il giovane Malco aveva cominciato a farsi adulto, e i suoi genitori si erano messi a cercare una brava ragazza da fargli sposare.

“No, io non voglio sposarmi: io voglio entrare in convento e diventare monaco”, aveva detto Malco.

I genitori non se lo erano filati proprio per niente e avevano cominciato a organizzargli appuntamenti al buio ogni tre per due – fino al punto che, esasperato per la situazione, il povero ragazzo era stato costretto a rompere del tutto i suoi rapporti con la famiglia, e scappare in convento per farsi monaco.

Seguono alcuni anni di operosa tranquillità.

Un triste dì, una notizia luttuosa raggiunge Malco: il vecchio padre è passato a miglior vita. Profondamente turbato dalla notizia, il monaco chiede di potersi allontanare dal convento, per riallacciare i rapporti con la famiglia e stare vicino a sua madre in questo periodo di lutto.

“Meglio di no, fratello”, risponde l’abate.

“Ma io ci terrei veramente tanto”, insiste il giovane monaco.

“Non mi sembra affatto un’idea prudente”, ribadisce il superiore.

“Me ne tange assai poco di quello che sembra a te”, decreta il ribelle Malco, e lascia il suo convento contro il volere dell’abate.

L’abate avrà pure avuto un atteggiamento un po’ da… ehm… però, alla prova dei fatti, Malco avrebbe fatto molto meglio a dargli retta. Il monaco fuggitivo si unisce infatti a un gruppo pellegrini diretti verso la sua città natale, e il viaggio procede benissimo… finché una cosca di briganti non assalta la pia comitiva, riducendo in schiavitù gli inermi viaggiatori.

Malco si ritrova venduto a un mercante di schiavima non è quello il suo problema principale: il problema è che il mercante di schiavi vuol giustamente disporre dei suoi schiavi come meglio crede, e destina Malco a quale compito?

Non immaginatevi chissà quali terribili torture: il mercante di schiavi insiste perché Malco faccia sesso.

Eh sì. Del resto, è un giovane in forze, e alquanto piacente: se gli diamo come moglie quest’altra schiava qui, che è decisamente una bella pupa, la natura farà il suo corso e la genetica ci metterà il suo. Nell’arco di pochi anni, avremo tanti piccoli bellissimi schiavetti, da vendere a caro prezzo a chi ha il pallino degli schiavi bambini.


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Fra tutte le mansioni a cui poteva essere destinato un giovane schiavo, il ruolo di stallone da riproduzione era probabilmente l’incubo peggiore del povero, casto Malco.

Costretto a forza dal suo schiavista a sposare la schiava-bella-pupa, Malco mette subito le cose in chiaro con la sua sposa e rifiuta categoricamente di consumare il matrimonio. Frattanto, la istruisce nella fede per il vero Dio e contestualmente progetta la fuga: un bel dì, al sorgere del sole, i due sposini riescono a scappare e si dirigono presso il monastero da cui Malco, anni prima, si era imprudentemente allontanato.

Casti baci e castissimi abbracci fra i due sposi forzati ormai pronti alla separazione, e ognuno va per la sua strada: Malco ottiene che sua moglie venga accolta in un monastero femminile, e poi, timorosamente, bussa alla porta del monastero a cui lui apparteneva.

L’abate che Malco aveva sfidato così apertamente, nel frattempo, era già morto; il nuovo abate non ha problemi a perdonare l’avventatezza e la disubbidienza del suo confratello… e “tutto è bene quel che finisce bene”: il monaco ritorna finalmente a fare il monaco, godendosi una vita di claustrale tranquillità. E ammonendo i novizi a non lasciare mai, per nessuna ragione, le mura sicure del convento; mai: nemmeno per un giorno, e nemmeno per giusta causa.

E comunque – e soprattutto – se l’abate dice “no”, è “no”. Per quanto ti possa sembrare irragionevole, in ogni caso, è comunque “no”.

E in effetti, nel poema di Reginaldo, si può trovare letteralmente di tutto un po’. Un bel dì, la storia di Malco arrivò alle orecchie di San Gerolamo, che fu molto incuriosito da questa vita avventurosa, chiese ed ottenne di poter incontrare il monaco, e mise per iscritto le sue peripezie.

Un bel dì – alcuni secoli dopo – lo scritto di Girolamo capitò sotto gli occhi di Reginaldo di Canterbury, un monaco benedettino vissuto a cavallo fra XI e XII secolo. Esaltato da questa storia edificante eppur avventurosa, Reginaldo pensò bene di espandere la materia per trarne un vero e proprio poema agiografico in sei libri, passato alla storia col titolo di Malcus o Vita Sancti Malchi.

…e, in effetti, questo poema è un piccolo gioiellino, anche perché non è così facile trovare un’agiografia così ricca di tematiche francamente inusuali: la rottura col padre, la ribellione all’abate, i sensi di colpa, il rapimento saraceno, la depressione nella schiavitù, lo shock del matrimonio forzato, la casta amicizia con la “moglie”… ‘nsomma: ce n’è per tutti i gusti!

Si possono trovare anche un sacco di preghiere, radunate perlopiù nell’ultima parte del poema – quella in cui vediamo un Malco anziano, finalmente tornato al suo monastero, dedito anima e corpo alla preghiera e all’adorazione divina. Il sesto libro del Malcus, in effetti, è una vera e propria raccolta di inni che Reginaldo immagina essere stati composti dall’anziano monaco. Ci sono preghiere alla Vergine, agli apostoli, alla Trinità, a Cristo in croce… e poi (a partire dal verso 288 del libro VI) ce n’è uno particolarissimo.
Meraviglioso.

“Meraviglioso” non tanto per i contenuti in sé, ma per il semplice fatto che – se avete vagamente nelle orecchie l’Angelo di Dio nella sua versione latina – noterete, come dire, una certa somiglianza

Recita infatti l’inno al proprio angelo custode, che Reginaldo di Canterbury immagina esser stato composto da San Malco:

Angele, qui meus es custos pietate superna,me tibi commissum serva, tueare, guberna;terge meam mentem vitiis et labe veternaassiduusque comes mihi sis vitaque lucerna.Angele, fide comes, sapiens, venerande, benigne,me movet et turbat mortis formido malignaeintentatque mihi poenas et tartara digne,tu succurre, precor, barathri ne mergar in igne.Angele, confiteor, quia saepe fidem violavispiritibusque malis numeroso crimine faviet praecepta Dei non, sicut oportet, amavi,proh dolor, et Christum prave vivendo negavi.Angele, quando meos actus per singula tangomeque reum mortis video, per singula plango,ora rigo lacrimis, mentem cruciatibus ango;his me solve malis, et laudes votaque pango.Angele, me iugi tua salvet cura rogatu,ne pro multimodo peream damnerque reatu,me de terribili tua liberet ars cruciatu,dignus ut angelico possim fieri comiatu.Angele, qui nosti, quae sunt in fine futura,qui medicus meus es, mea spes, mea vulnera cura,vulnera, mens quibus est, nisi cures me, peritura;ergo mei cordis fac sint penetralia pura.

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