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Il fibroma all'utero può ostacolare fertilità e sessualità?

WOMAN, WORRIED, FACE

B-D-S Piotr Marcinski | Shutterstock

Silvia Lucchetti - pubblicato il 21/09/19

Questo tumore benigno così frequente nelle donne non deve essere sottovalutato per le conseguenze che è in grado di determinare.

Un articolo interessante a cura della professoressa Alessandra Graziottin (direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia medica San Raffaele Resnati), sul nuovo numero di “BenEssere, la salute con l’anima” si occupa di una patologia molto diffusa nelle donne: il fibroma uterino.

In Italia: tre milioni di donne in età procreativa

Il fibroma, o per meglio dire il fibromioma, è un tumore benigno che si sviluppa nel tessuto muscolare dell’utero rappresentando una patologia estremamente comune nelle donne in età fertile: il 70% di esse infatti ne presenta uno o più all’età di 50 anni. Tendono ad essere più frequenti con l’avanzare dell’’età, con un picco nella decade fra i 40 e i 50 anni. Si calcola, come evidenzia la professoressa, che nel nostro Paese ne soffrano tre milioni di donne in età procreativa: una su quattro.

Dopo la menopausa essi tendono spontaneamente a regredire se non viene somministrata la terapia ormonale sostitutiva a base di estrogeni. La loro presenza è spesso silenziosa, in particolare quando sono piccoli o posizionati a livello della parete esterna dell’utero, mentre se sono voluminosi oppure presenti al di sotto del rivestimento interno dell’organo (mucosa) causano una varietà di disturbi anche molto importanti.

I sintomi

I sintomi principali elencati nell’articolo sono costituiti dalle emorragie, che possono essere gravi, con la conseguente anemia da carenza di ferro, disturbi a carico della vescicae del retto per compressione quando diventano grandi – causando anche senso di peso al basso ventre – dolori nei rapporti sessuali. Uno degli effetti più sfavorevoli riguarda la fertilità, anche a motivo dell’età sempre più avanzata in cui si programma una gravidanza: quasi 32 anni per il primo figlio mediamente, con un 8% di donne che lo pianifica a 40 anni, con i conseguenti maggiori rischi per il feto e la gestante.

I problemi nel concepimento

Le difficoltà a concepire che i fibromi possono causare, insieme agli aborti anche ripetuti dopo l’instaurazione di una gravidanza, inducono depressione – su cui agisce sfavorevolmente l’anemia – perdita del desiderio sessuale e di motivazione ai rapporti intimi. Anche nelle donne che non hanno più necessità o potenzialità procreative, sottolinea la professoressa, l’isterectomia che si rendesse necessaria può indurre una depressione a causa del danno all’identità sessuale causato dalla perdita dell’organo, simbolo principe della femminilità. La relazione in quanto tale può risultare gravemente danneggiata, non solo dalle disfunzioni sessuali che dovessero manifestarsi, ma dalla stessa condizione di infertilità quando avere figli costituisse un fattore essenziale per la coesione della coppia.

Come tutelare la fertilità?

Come tutelare allora la fertilità conservando nel modo migliore l’utero? Quando i fibromi vengono scoperti casualmente attraverso l’ecografia pelvica o la visita ginecologica, e le loro dimensioni sono al di sotto dei 4-5 centimetri, l’opzione conservativa è assolutamente preferibile. In questo caso la terapia di prima scelta e più semplice è quella farmacologica con l’unico medicamento approvato a livello internazionale per la cura di questa patologia: l’Ulipristal acetato, sostanza che modula favorevolmente l’attività del progesterone, ormone che regola lo sviluppo dei tessuti uterini, compresi i fibromi. Le ulteriori strategie, in assenza di risposta al farmaco, continua la dottoressa, sono rappresentate dall’isteroscopia operativa se il fibroma è piccolo e sottomucoso, dalla radiologia interventistica e dalla laparoscopia per asportare i fibromi più voluminosi.

L’asportazione chirurgica dell’utero è l’opzione estrema per tutte le donne e, quando si associa anche la rimozione bilaterale delle ovaie e delle tube, l’intervento comporta la menopausa – se già non instauratasi naturalmente – e la necessità di ricorrere alla terapia ormonale sostitutiva.

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