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Tre anni fa il sisma nel Centro-Italia: la speranza oltre le macerie

MARCO ZEPPETELLA / AFP
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Nonostante le difficoltà legate soprattutto alla mancata ricostruzione, per Arquata del Tronto una rinascita sembra essere ancora possibile. Il racconto della vita della comunità attraverso le parole del parroco, don Nazzareno Gaspari, e la testimonianza di Rita che, da sfollata, ha riscoperto la fede

“Un futuro ci sarà, ma faccio fatica ad immaginarlo”. Commenta così la situazione attuale della comunità di Arquata del Tronto don Nazzareno Gaspari che dal 2017 è il parroco delle cinque parrocchie del paese in provincia di Ascoli Piceno, colpito dal violento sisma del Centro-Italia.

L’arrivo del parroco tra gli sfollati

“Quando sono arrivato – racconta il sacerdote – ho trovato una comunità che mai avrei immaginato. Credevo di sapere cosa stavano vivendo quelle persone perché avevo seguito la tragedia in tv e sui giornali, ma quando ho visto dal vivo il dolore dei parrocchiani mi sono reso conto che la realtà è ben diversa da quella che trasmetteva la televisione: l’impressione che ho avuto è stata molto più forte. Solo al mio arrivo ho veramente percepito la disperazione degli sfollati e ho sperimentato la forza distruttiva del terremoto sulle strutture e sulle persone. Ho visto gente impaurita e psicologicamente provata”. Il sisma ha distrutto case, chiese, scuole e negozi, ma soprattutto ha segnato “l’interiorità delle persone”.

Il bisogno di vicinanza e l’opera delle suore

“La prima cosa che ho notato è che le persone avevano, e hanno ancora, molto bisogno di vicinanza fisica. I primi mesi dopo il sisma qualche parrocchiano disse al vescovo: ‘La diocesi ha fatto molto per noi, ma abbiamo bisogno di qualcuno che ci stia vicino’, ricorda il parroco sottolineando che “sotto questo punto di vista la presenza delle suore immacolatine nelle zone del sisma è stata ed è molto preziosa”. Nel 2017, insieme a don Nazzareno, è arrivato ad Arquata del Tronto un piccolo gruppo di tre suore che sta dando grande conforto alle persone che ora vivono nelle Sae, Soluzioni abitative di emergenza, dislocate nelle varie zone del territorio.  Anche loro si sono trasferite lì, in un piccolo prefabbricato costruito insieme ad una chiesetta nella zona Sae di “Borgo Uno”. “Vanno a trovare le famiglie, anche solo per fare due chiacchiere e passare un po’ di tempo insieme”, prosegue il parroco spiegando che “la gente qui si sente sola e avere una Chiesa vicino significa avere una presenza che dona fiducia e speranza”.

Il Centro comunitario polivalente Agorà

Oltre alla chiesetta nella zona Sae di “Borgo Uno”, in questi anni, sono sorte altre strutture nel territorio di Arquata. Si tratta di segnali importanti di un percorso collettivo di ripresa difficile ma ancora possibile grazie soprattutto alla generosità di enti e associazioni. Nel 2017, accanto alle rovine della Chiesa dei Santi Pietro e Paolo, nella frazione di Borgo di Arquata, è stato realizzato il Centro comunitario polivalente Agorà. La prima attività della struttura, costruita dalla diocesi di Ascoli Piceno con il contributo della Caritas nazionale e delle Caritas Europe “è stata quella di ospitare le famiglie rimaste senza casa i cui figli dovevano rientrare in classe nella nuova scuola realizzata qui vicino”, racconta don Nazzareno, spiegando che “al piano terra del Centro, invece, c’è una sala multiuso per le attività sociali e ricreative come i corsi di chitarra o il catechismo dei ragazzi”.

Costruire un’unica comunità

Nuove strutture e nuovi spazi hanno quindi permesso alla collettività di andare avanti “con tutte le difficoltà che possono esserci dopo un sisma” riconosce il sacerdote. “È difficile ricominciare pensandosi come un’unica comunità – dichiara il parroco -, prima del terremoto la collettività di Arquata si radunava intorno a cinque parrocchie e 32 chiese. Ora, però, il terremoto ha cambiato la nostra quotidianità, spingendoci in una direzione diversa: quella di costruire un’unica comunità. Dobbiamo considerarci parte di una collettività più grande e non restare divisi in tante piccole realtà”. Si tratta di un passaggio che ha bisogno dei suoi tempi perché, spiega don Nazzareno, “le persone di queste zone sono molto legate alle loro abitudini, come quella di avere la chiesa a due passi da casa”. Tra le difficoltà evidenziate dal sacerdote anche quella di “ricostruire una collettività in mancanza di giovani”. “Ne sono rimasti pochi, la parrocchia offre iniziative, ma mancando i ragazzi manca la forza educativa del gruppo”. Nonostante ciò però, i segnali positivi ci sono. “Nel mese di giugno un gruppo di 7 giovani è andato in Zambia per vivere un’esperienza missionaria” racconta don Nazzareno. Molta solidarietà, chiese e casette nuove, ma il vero problema è che “manca la vera ricostruzione” spiega ancora il parroco evidenziando che “quello che sta distruggendo la gente a livello umano e spirituale è non vedere nessun segnale di ripresa: non si vedono né gru e né cantieri e soprattutto non si conoscono i tempi della ricostruzione. Questa mancanza di certezze sta scoraggiando le persone”.

La storia di Rita: la mia vita di cristiana è cambiata totalmente

Nonostante tutto c’è però chi, come Rita, non perde la speranza perché, come lei stessa afferma, “la vita va avanti”. Rita ha 72 anni ed è una delle decine di migliaia di sfollati che a causa del sisma ha visto la sua casa trasformarsi in un cumulo di macerie. Adesso vive, insieme al marito, in una Sae nel villaggio di Pescara del Tronto. Il sisma le ha portato via tutti i beni materiali che aveva, lasciandole però “un grande dono”. Oltre alla scossa esteriore ha vissuto un terremoto interiore che le ha stravolto la vita e le ha portato la serenità che tanto desiderava.

“Con il terremoto – racconta – il tempo si è fermato. Ho avuto molte occasioni per riflettere sulla mia vita e capire che in mezzo a queste macerie dovevo ‘prendere’ le esperienze più belle che mi sono capitate: l’abbraccio del vescovo, la vicinanza dei sacerdoti e di tutti coloro che mi hanno aiutata anche se non mi conoscevano. A seguito del sisma ho riflettuto anche sulla mia vita di cristiana. Prima mi ritenevo una praticante ma con il tempo ho capito che era solo un’abitudine: andavo a messa e poi mi dedicavo a tutte le cose che avevo da fare. Avevo tanti beni materiali, ma non li condividevo con gli altri, c’era sempre qualcosa che tenevo per me. Ora quel poco che ho lo divido con tutti e questo mi fa stare bene perché quando aiuto gli altri mi sento serena. Adesso posso dire che mi sento di essere veramente cristiana e di mettere in pratica il Vangelo. Ora apro la porta della mia piccola casetta a tutti perché in ogni persona che entra cerco di vedere Gesù”.

 

Qui l’originale di Vatican News

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