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Perché si dice che c’è “un Tommaso” dentro ciascuno di noi?

POKUSY

Mariano Nocetti/Unsplash | CC0

don Luigi Maria Epicoco - pubblicato il 03/07/19

Perché tutti desideriamo fare un'esperienza diretta della fede! Gesù guarisce la parte malata di questa pretesa giusta.

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».(Gv 20,24-29)

“Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!»”. Ascolto nelle confidenze della gente, discorsi che molto spesso si somigliano. Spesso qualcuno mi dice: “padre mi sento un pesce fuor d’acqua in comunità, perché mi sembra che gli altri facciano un’esperienza di Cristo che io non faccio. Ad esempio io non sento le stesse cose che sentono loro quando pregano. A me il vangelo non fa lo stesso effetto. L’Eucarestia è per me un dovere e non riesco a sentirlo un aiuto nelle mie giornate”. È così che cresce nel cuore di queste persone un senso di incomprensione, di diversità, il peso di non essere come gli altri. È la sindrome di Tommaso, che prima di essere venduto come colui che dubita è innanzitutto colui che “non era con loro”. La verità è che tutti abbiamo un Tommaso dentro. Tutti se ci guardiamo a partire sempre dalla messa in paragone con gli altri ci sembra di essere strani, diversi, tagliati fuori. Ecco perché la richiesta di Tommaso non è assurda, ma è comprensibile: “Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò»”. Tutti hanno diritto a volere fare della fede un’esperienza diretta e non una mera fiducia nel racconto degli altri. Ma Gesù guarisce la parte malata di questa pretesa giusta: “Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!»”. La cosa di cui Tommaso deve convincersi è che la verità di qualcosa, la verità di un rapporto, non è tale solo quando e se lo sentiamo. È tale anche quando non lo sentiamo, perché in fondo sappiamo che è vero. Avere il dono della fede non significa semplicemente “toccare” il costato di Gesù, ma sapere in fondo che Lui è reale anche quando non abbiamo nessun aiuto sensibile che ci dica che è così.
(Gv 20,24-29)
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