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Chi era il prigioniero nel braccio della morte che ha scoperto un “santo che gli dormiva nell'anima”?

Jacques Fesch

AFP

Silas Henderson - pubblicato il 19/04/19

Giustiziato a Parigi nel 1950, è stata aperta la sua causa di canonizzazione

Mentre egli era ancora lontano, suo padre lo vide e ne ebbe compassione; corse, gli si gettò al collo e lo baciò. E il figlio gli disse: “Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te: non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai suoi servi: “Presto, portate qui la veste più bella e rivestitelo, mettetegli un anello al dito e dei calzari ai piedi; portate fuori il vitello ingrassato, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato””.

Luca 15, 20.24

Il 1° ottobre 1950, un ragazzo di 27 anni è stato giustiziato a Parigi per aver ucciso un poliziotto durante un furto non riuscito. Jacques Fesch, l’assassino, era una vittima dei genitori che lo avevano trascurato e dell’isolamento e della noia che possono accompagnare una vita privilegiata. Era un dissoluto. Viveva una vita scapestrata, passando da una relazione all’altra e cambiando continuamente lavoro, per poi ritrovarsi padre di una bambina non desiderata in un matrimonio infelice. Come il figliol prodigo, però, anche Jacques ha conosciuto la gioia e la pace di chi riceve il perdono e un amore immeritato e incondizionato.

I tre anni che Jacques ha trascorso in isolamento in attesa dell’esecuzione sono stati un tempo di conversione e trasformazione. Ha imparato cosa significava amare sua figlia e sua madre e ha trovato un amico e un sostegno nel cappellano del carcere. La sua fredda indifferenza nei confronti del futuro e del mondo che lo circondava – e i suoi sentimenti ostili nei confronti di Dio – hanno lasciato spazio a un profondo senso di pentimento per il suo crimine e a una serenità radicata nella preghiera e nella fede. Mistico improbabile, il diario che ha tenuto durante la sua prigionia rivela un uomo la cui vita è stata trasformata dall’amore riconciliatore e guaritore di Dio. È stata aperta la sua causa di canonizzazione.




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La parabola del figliol prodigo ci ricorda che ciascuno di noi può allontanarsi dall’amore di Dio cercando senza sosta la propria strada. Ciò non vuol dire che siamo cattivi o condannati. Ne L’Abbraccio Benedicente, Henri Nouwen ha affermato: “Abbandonare la casa significa ignorare che Dio ha ‘formato le mie reni’ e mi ha ‘intessuto nel seno di mia madre’ (Salmo 139, 13). Abbandonare la propria casa è vivere come se non avessimo ancora una dimora e dovessimo cercare in lungo e in largo per trovarne una”, e tuttavia, anche quando cerchiamo di “abbandonare la casa”, volendo fare da soli per asserire la nostra indipendenza, Dio resta al nostro fianco.

La lezione che Jacques Fesch ha imparato negli anni in cui è rimasto in prigione è la stessa che ha appreso il figliol prodigo nella parabola: arriviamo a conoscerci attraverso la perdita, ed è allora che diventiamo liberi di vedere chi siamo davvero e di cosa siamo fatti.

Il dono dell’autoconoscenza è, al di sopra di tutto, una lezione di umiltà – una visione semplice e priva di impedimenti di come siamo davanti a Dio. L’umiltà ci permette di lasciarci alle spalle l’illusione della nostra autosufficienza e dell’amore di noi stessi per poter tornare a casa dal Padre quando abbiamo preso un’altra strada. La lezione della parabola è che Dio è sempre paziente e disposto a riaccoglierci a casa, indipendentemente da quello che possiamo aver fatto o da quanto ci siamo allontanati.




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E voi, quando avete “abbandonato la casa” come il figliol prodigo? Chi o cosa vi ha aiutati a riscoprire la gioia dell’amore e della misericordia di Dio?

In che modo la storia di Jacques Fesch sfida le vostre idee di giustizia e misericordia? Credete che ci sia qualcuno esente dal perdono divino?

Parole di Saggezza:

“Possa il tuo amore attirarti la misericordia del Signore, e possa Egli farti vedere che nella sua anima c’è una santa che dorme. Gli chiederò di renderti così aperta e flessibile da poter capire e fare ciò che Egli vuole che tu faccia. La tua vita non è nulla, non è nemmeno tua. Ogni volta che dici ‘Mi piacerebbe questo o quello’ ferisci Cristo, derubandolo di ciò che è Suo. Devi mettere a morte tutto ciò che è dentro di te tranne il desiderio di amare Dio. Non è affatto difficile. Basta avere fiducia e ringraziare Gesù per tutte le potenzialità che ha posto dentro di te. Sei chiamata alla santità, come me, come chiunque, non dimenticarlo”.

Jacques Fesch in una lettera a sua madre.

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