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Ho finalmente capito perché Chesterton accosta le fiabe ai riti della religione

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Chiara Bertoglio - pubblicato il 22/02/19

Ma questo bambino c’è, dentro di noi, con la sua freschezza, la sua voglia di “giocare” (di qualcosa di bello, lieve e gioioso fatto senza altro scopo che la gioia e la bellezza); ed è la parte migliore di noi, quella che non si è fatta corrompere dal calcolo, dal potere, dal prestigio, dall’egoismo, dal do ut des.
Quando per la prima volta lessi Ortodossia di Chesterton, ricordo che rimasi assai perplessa dal suo accostare le fairy-tales ai riti della religione. Mi sembrava molto pericoloso, come paragone, perché sembra dar ragione a chi, ateo od agnostico, deride come credenze favolistiche la fede dei cristiani. In questi giorni, invece, mi è tornato in mente quello che scrive Chesterton, e ho capito il senso profondo delle sue affermazioni. Favole, fiabe, fairy-tales, “magia” nel senso buono, sono tutti dei modi in cui lo spirito umano riesce a dar forma ad una nostalgia di incantamento che abita dentro tutti noi. Non è la fede ad essere “della stessa pasta” delle favole, ma sono le favole a dar voce ad un istinto che è la sete di assoluto e di bellezza che vive nel cuore dell’uomo, e che è il primo, primordiale modo in cui l’Assoluto cerca di entrare in relazione con noi. Il nostro mondo pieno di sofferenza e di male non riesce più a “conversare con Dio nella brezza della sera”, come, nelle parole poetiche della Bibbia, accadeva all’umanità innocente (e come ancora oggi sembra di vedere in certi momenti di beatitudine pura dei bambini piccoli). Il modo in cui l’Infinito bussa alla nostra porta è proprio creando in noi una tendenza istintiva verso l’incantamento, una gioia immediata che proviamo quando troviamo qualcosa che appaga la nostra natura – natura assetata di infinito, che solo l’infinito può appagare. Come le piante rifioriscono quando ricevono acqua e luce, così anche le antenne del nostro spirito sono pronte a captare ed a dirigersi verso qualcosa che ricorda loro la profonda vocazione dell’animo umano: vocazione alla bellezza, alla pienezza, alla felicità.

L’illuminarsi dello sguardo delle persone che sorridevano spontaneamente davanti a tre maschere di carnevale era proprio questo: la reazione istintiva che porta l’ape al fiore, e il fiore alla luce.
E forse anche la Chiesa dovrebbe ricordarselo: va bene l’ascesi, ma se si è pregustato, almeno per un po’, l’incanto del Tabor. Va bene essere attenti, sempre di più, ai poveri ed ai sofferenti in cui abita il Crocifisso, ma senza trascurare quel seme di bellezza e di splendore che dà senso anche al servizio (altrimenti, se ci occupiamo solo del corpo dei nostri fratelli trascurando ciò che dà cibo allo spirito, implicitamente neghiamo la loro dignità umana trasformandoli in “animali” che hanno bisogno solo di cure materiali). Ritrovare una liturgia che sappia incantare, affascinare, far intuire una bellezza che non è di questo mondo ma a cui questo mondo è chiamato; ritrovare un garbo nelle relazioni, nei gesti, nelle parole, che dica che l’uomo e la donna sono chiamati ad una bellezza interiore luminosa; ritrovare la capacità di stupirci e meravigliarci di fronte a ciò che ci trascende: questi, secondo me, sono compiti da perseguire ogni giorno, a tutti i livelli, con umiltà e semplicità ma anche con lo sguardo gioioso di chi sa rimanere silenzioso e felice di fronte al firmamento.

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carnevalechestertonfavolefedefiabavenezia
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