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Ho finalmente capito perché Chesterton accosta le fiabe ai riti della religione

WOMAN;TREE;NATURE;
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Non è la fede ad essere "della stessa pasta" delle favole, ma sono le favole a dar voce ad un istinto che è la sete di assoluto e di bellezza che vive nel cuore dell'uomo.

Qualche giorno fa è stato il compleanno di mio padre. E siccome venivamo tutti da un periodo piuttosto faticoso e stressante, per vari motivi, ho pensato di invitare i miei genitori a concederci una mini vacanza, di ventiquattr’ore, a Venezia. Un po’ perché, come si dice, “Venezia è sempre Venezia”; un po’ perché mio papà è legato profondamente a questa città da cui proviene parte della sua famiglia ed in cui ha trascorso numerose vacanze da ragazzo; un po’ perché mia mamma viene da una terra che è stata profondamente influenzata ed arricchita dalla presenza veneziana, dalla lingua all’architettura alle tradizioni culinarie. E un po’ perché io stessa sono una cafoscarina, ed alcuni dei miei ricordi più belli sono proprio legati alla città che sorge sull’acqua.

Così si decide, si prenota e si combina la gitarella. Ma siamo a carnevale: così, per aggiungere un po’ di allegria a questa vacanzina familiare, propongo ai miei genitori di andare in maschera. Non mi aspettavo che mio padre sarebbe stato d’accordo: lui è uno di quei gentleman d’altri tempi che quando si mette un completo blu anziché uno nero sembra già che stia facendo follie. Invece, inaspettatamente, papà è stato subito al gioco, curando il suo costume in un modo che non avrei mai immaginato. Addirittura si è confezionato da solo delle spettacolari fibbie per le scarpe, si è procurato un bastone molto chic e tutto un travestimento da nobile settecentesco. Anch’io e la mamma abbiamo trovato in casa il necessario, e così siamo partiti: sembravamo un po’ la proverbiale famiglia Brambilla, con bagagli adatti ad una spedizione al Polo Nord da incastrare negli spazi del treno e sul vaporetto, ma l’allegria non mancava.

Arrivati in albergo, abbiamo indossato i costumi e ci siamo preparati ad arrivare in piazza San Marco con l’intenzione di farci qualche fotografia. Quello che ci è accaduto, non ce lo saremmo mai immaginati. Per tre ore, siamo stati immortalati da centinaia (letteralmente) di turisti e fotografi, provenienti da tutto il mondo: americani del nord e del sud, africani, asiatici, tanti francesi, di tutte le età e di tutti i tipi. Ma, soprattutto, quello che ci ha commossi è stata la chiarissima percezione che, con i nostri semplici travestimenti e nel contesto apparentemente frivolo del carnevale, abbiamo in realtà contribuito, involontariamente ma con gran gioia, a rendere felici tantissime persone.

Era stupendo vedere illuminarsi lo sguardo di bambini, giovani, adulti ed anziani con volti e tratti che ne tradivano la provenienza da tutti i punti del globo. “Amazing”, diceva qualcuno; “Wow” qualcun altro; “qué lindo!” usciva dalle labbra di un terzo, “c’est merveilleux” aggiungeva un quarto. Ci hanno chiesto fotografie una giovane mamma che ha posizionato la culla del suo neonato in mezzo a noi, una signora che portava in giro la propria anziana mamma disabile, persone semplici, persone che sembravano ferite dalla vita, persone normalissime e persone originali. Così per tre ore.

Davanti all’apparizione di tre maschere, che avevano qualcosa di incantato e di fiabesco, si vedeva la reazione sempre uguale delle persone, pur nella loro diversità di età e di provenienza: un rallegrarsi e meravigliarsi in cui il sorriso e lo sguardo di ciascuno diventavano innocenti e felici come quelli dei bambini. Non solo: il fatto che i nostri volti fossero in parte coperti dalle maschere contribuiva a rendere spontanee e senza filtri le reazioni delle persone, per cui (sembra triste, a dirlo!) tanta gente si sentiva a suo agio nel sorridere e salutare dei perfetti sconosciuti come noi proprio perché non sembravamo “persone normali”. La maschera faceva sì che le persone si lasciassero andare al loro istinto di socievolezza e di semplicità senza i freni che la diffidenza e le regole sociali impongono. Come i bambini che sorridono spontaneamente agli sconosciuti, così i passanti ci sorridevano altrettanto semplicemente.

Senza volerlo, ma volentieri, abbiamo donato un momento di felicità infantile a tante persone.
E questo mi ha fatta pensare tanto. Perché il contatto con qualcosa di bello, di magico, di inaspettato faceva crollare le reazioni studiate, le difese, le sovrastrutture culturali che il tempo e la società ci costruiscono intorno; davanti a questo piccolo spettacolo, tutti ritrovavano la capacità di meravigliarsi e di gioire di una piccola cosa, quella gioia che avevamo tutti da bambini e che quasi tutti abbiamo dimenticato.

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