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Il segreto dei veri successi della tua vita

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Photo by Miguel Bruna on Unsplash

padre Carlos Padilla - pubblicato il 14/02/19

Non sono io che trionfo, ma Dio in me

La fecondità è di Dio, non è mia. E non riesco a far sì che l’albero dia frutto. Non riesco a far riempire le mie reti di pesci. L’abbondanza viene da Dio, non da me.

I successi nella mia vita hanno bisogno del mio “Sì” e della grazia di Dio che benedice il mio sforzo: “Presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare”.

Vedere la vita così mi dà molta più pace. Vedo quello che non è frutto diretto del mio sforzo,ma di Dio. Vedo il potere di Gesù che agisce nella mia povertà, nei miei limiti. Non sono io che trionfo, ma Dio in me.

Ma non sempre ottengo ciò che sogno, e spesso la pesca è infruttuosa. Tante volte per colpa mia. È frutto del mio peccato.

E allora mi sento come Pietro. Mi vedo peccatore e indegno. Le sue parole sono spesso le mie: “Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: ‘Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore’”.

Quando vedo il mio peccato, la mia debolezza, la mia povertà, temo e mi allontano da Dio. Vedo i suoi miracoli nella mia vita e non credo di avere diritto a tutto ciò che ricevo.

Tutto è dono, è grazia immeritata. E non sono degno perché sono impuro e pecco. Non voglio stare con Lui perché mi sento indegno. Posso capirlo con la ragione, ma il mio cuore si ribella.

So molto bene che Gesù non mi chiama perché sono puro e immacolato. Gesù non cerca chi è degno. Ma anche così mi costa accettarlo con il cuore. Non capisco come mi possa amare se non faccio tutto bene.

Egli conosce i miei limiti e anche il potere della mia vita. Sa che non sfrutto tutto ciò che è in me. E mi chiede di credere nel potere infinito delle mie forze.

Mi esorta a seguirlo e a confidare. Mi ama perché crede in me, non perché io sia perfetto. Crede nel potere nascosto dentro di me. Vuole che confidi in me stesso.

Ho dei superpoteri che non ho ancora scoperto. Ho molte più capacità di quelle che uso. Sono molto più intelligente, posso amare molto di più. Ho tante potenzialità che Gesù desidera solo che sfrutti.

E allo stesso tempo desidera solo che abbia bisogno del suo potere, della sua forza, della sua grazia. Non vuole che conti solo sulle mie capacità.

Diceva padre Josef Kentenich: “Una sana sfiducia genera nell’anima precauzione, rispetto e docilità. Precauzione perché è un fatto che, nel corso della storia, non di rado gli uomini che venivano considerati dei ‘pilastri’ sono quelli poi caduti più in basso, e perché il cuore umano è sempre esposto alla tentazione del tradimento” [1].

Posso cadere, lo so. So molto bene che non posso essere fedele sempre, fino alla fine della mia vita. Non voglio confidare solo nelle mie forze per rimanere a galla quando navigo in mare aperto.

Confido in Gesù che cammina con me e fa sì che la pesca sia miracolosa. Mi invita a seguire i suoi passi e a vivere solo per Lui, perché solo così la mia vita sarà feconda: “Gesù disse a Simone: ‘Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini’”.

Gesù vede in me l’ansia di eternità. E vede il mio desiderio di vivere continuamente pesche miracolose. Conosce la mia vanità e il mio orgoglio. E capisce che nelle umiliazioni imparerò il significato della parola umiltà.

Mi accetta nella mia povertà. Ama la mia piccolezza. Vede in me tutte le mie infedeltà continue. Le mie goffaggini e le mie cadute. Sa come sono e conta su di questo nonostante le mie promesse di fedeltà eterna. Per questo mi chiama a vivere una vita nuova.

Voglio seguire Gesù quando pesca di più. Come accade ai discepoli. Anche se mi costa lasciare quello di cui godo proprio quando mi va tanto bene.

Nel momento della pesca meravigliosa lascio le reti a riva e seguo Gesù. Lo faccio come i discepoli, perché mi fido di Lui: “Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”.

I discepoli lasciano le reti a terra e seguono Gesù. Anch’io voglio farlo. La vocazione è un’irruzione di Dio nella mia vita. Un ricominciare.

Gesù arriva e mi chiama per nome. Irrompe e cambia tutti i miei progetti. Riesce a togliermi le paure che mi paralizzano. E riesce a far sì che creda in tutto ciò che posso diventare se mi lascio modellare da Lui, come un bambino.

Lascio le reti, lascio tutto. E lo seguo.

[1] Kentenich Reader Tomo 3: Seguir al profeta, Peter Locher, Jonathan Niehaus

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