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Niente annuncia Cristo come la fratellanza: leggere e comprendere il documento congiunto

Twitter @HHShkMohd
Papa Francisco en el encuentro interreligioso en el Founder’s Memorial ©HumanFraternity
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Papa Francesco ha avuto grande coraggio storico e diplomatico, nel volere e nel firmare il “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” insieme con il grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb. Sul piano carismatico e profetico, però, egli ha fatto anche di più: con la serena franchezza del primo apostolo ha compiuto una mirabile impresa di evangelizzazione. Ai cristiani e ai musulmani insieme.

L’uso antico del concetto di fraternità

Ma a questo proposito potrà essere d’aiuto ricordare che l’uso del concetto di fraternità in riferimento alla comune umanità non è un mero tentativo giacobino di usurpare le prerogative cristiane, bensì affonda le proprie radici storiche proprio nella morale ellenistica. Nenni si sbagliava, utilizzando la categoria platonica di “Uomo ideale”, ma non di molto: infatti l’uso si affermò largamente nello stoicismo. Negli scritti neotestamentari la parola “fratello” viene soprattutto a indicare il correligionario (lo stesso accadeva in altre religioni coeve, specie nei culti misterici) e questa particolare accezione sarebbe stata recepita in alcune opere subapostoliche come la Didachè , in Clemente e in alcuni scritti degli apologisti. Ben presto, già a partire dal III secolo, l’uso si sarebbe rarefatto: nulla di strano, i fratelli si percepiscono tali in un contesto che li vede minoranza; quando già si avviano a essere “una piccola maggioranza” non sentono più il bisogno di rimarcare il particolare legame.

Già prima di questo naturale esito sociologico, però, qualche mente più fina delle altre aveva colto lo speciale nesso che collega la fraternità dei cristiani a quella fra tutti gli uomini. Mentre andava a Roma per esservi martirizzato, Ignazio d’Antiochia scrisse agli Efesini:

Pregate incessantemente per gli altri uomini, perché c’è speranza che essi si pentano per arrivare a Dio. Permettete loro di apprendere almeno dalle vostre opere. Siate miti di fronte alla loro ira, umili di fronte alla loro superbia, opponete le preghiere alle loro bestemmie, saldi nella fede di fronte al loro errore, pacifici di fronte alla loro ferocia, senza cercare di imitarli. Dimostriamoci loro fratelli nella bontà, adoperiamoci a imitare il Signore – chi ha patito più di lui l’ingiustizia? chi è stato più defraudato, maltrattato? –, affinché non si trovi in voi l’erba del diavolo, ma perseveriate in tutta purezza e temperanza in Gesù Cristo secondo la carne e lo spirito.

Ign., Eph 10

Quello operato da Ignazio è un passaggio delicato e statisticamente assai raro, nella letteratura cristiana antica: il contesto parenetico, in particolare, fa osservare che il Vescovo non sta svendendo il cristianesimo (figuriamoci, la parola stessa si attesta per la prima volta nelle sue lettere!), anzi ne sta definendo la specifica missione nel mondo. Sopportare il male in comunione mistica con il Cristo, che su di sé aveva preso e reso sostenibile «il peccato del mondo»: questo avrebbe fattivamente comportato la rivelazione agli altri dell’essenza del cristianesimo («permettete loro di apprendere almeno dalle vostre opere»).

Il primo Pietro e i suoi ultimi successori

Analogo consiglio diede Francesco d’Assisi ai suoi frati, nella Regola non bullata, ed è toccante che il figlio dell’altro Ignazio, Francesco di Roma, abbia voluto ripetere proprio stamattina queste parole durante la storica messa papale ad Abu Dhabi:

[…] vorrei soffermarmi brevemente su due Beatitudini. La prima: «Beati i miti» (Mt 5,5). Non è beato chi aggredisce o sopraffà, ma chi mantiene il comportamento di Gesù che ci ha salvato: mite anche di fronte ai suoi accusatori. Mi piace citare san Francesco, quando ai frati diede istruzioni su come recarsi presso i Saraceni e i non cristiani. Scrisse: «Che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio e confessino di essere cristiani» (Regola non bollata, XVI). Né liti né dispute – e questo vale anche per i preti – né liti né dispute: in quel tempo, mentre tanti partivano rivestiti di pesanti armature, san Francesco ricordò che il cristiano parte armato solo della sua fede umile e del suo amore concreto. È importante la mitezza: se vivremo nel mondo al modo di Dio, diventeremo canali della sua presenza; altrimenti, non porteremo frutto.

La seconda Beatitudine: «Beati gli operatori di pace» (v. 9). Il cristiano promuove la pace, a cominciare dalla comunità in cui vive. Nel libro dell’Apocalisse, tra le comunità a cui Gesù stesso si rivolge, ce n’è una, quella di Filadelfia, che credo vi assomigli. È una Chiesa alla quale il Signore, diversamente da quasi tutte le altre, non rimprovera nulla. Essa, infatti, ha custodito la parola di Gesù, senza rinnegare il suo nome, e ha perseverato, cioè è andata avanti, pur nelle difficoltà. E c’è un aspetto importante: il nome Filadelfia significa amore tra i fratelli. L’amore fraterno. Ecco, una Chiesa che persevera nella parola di Gesù e nell’amore fraterno è gradita al Signore e porta frutto. Chiedo per voi la grazia di custodire la pace, l’unità, di prendervi cura gli uni degli altri, con quella bella fraternità per cui non ci sono cristiani di prima e di seconda classe.

Già il primo Pietro aveva esplorato questa via – mistica e quotidiana – di evangelizzazione silenziosa, sempre basata sulle beatitudini anche se nel suo caso non stava esplicitamente commentando la pericope matteana:

Carissimi, non siate sorpresi per l’incendio di persecuzione che si è acceso in mezzo a voi per provarvi, come se vi accadesse qualcosa di strano. Ma nella misura in cui partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi perché anche nella rivelazione della sua gloria possiate rallegrarvi ed esultare. Beati voi, se venite insultati per il nome di Cristo, perché lo Spirito della gloria e lo Spirito di Dio riposa su di voi. Nessuno di voi abbia a soffrire come omicida o ladro o malfattore o delatore. Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome.

1Pt 4, 12-16

Nel 1967 san Paolo VI scriveva:

Lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità. Come dicevamo a Bombay: «L’uomo deve incontrare l’uomo, le nazioni devono incontrarsi come fratelli e sorelle, come i figli di Dio. In questa comprensione e amicizia vicendevoli, in questa comunione sacra, noi dobbiamo parimenti cominciare a lavorare assieme per edificare l’avvenire comune dell’umanità». E suggerivamo altresì la ricerca di mezzi concreti e pratici di organizzazione e di cooperazione, onde mettere in comune le risorse disponibili e così realizzare una vera comunione fra tutte le nazioni.

Questo dovere riguarda in primo luogo i più favoriti. I loro obblighi sono radicati nella fraternità umana e soprannaturale e si presenta sotto un triplice aspetto: dovere di solidarietà, cioè l’aiuto che le nazioni ricche devono prestare ai paesi in via di sviluppo; dovere di giustizia sociale, cioè il ricomponimento in termini più corretti delle relazioni commerciali difettose tra popoli forti e popoli deboli; dovere di carità universale, cioè la promozione di un mondo più umano per tutti, un mondo nel quale tutti abbiano qualcosa da dare e da ricevere, senza che il progresso degli uni costituisca un ostacolo allo sviluppo degli altri. Il problema è grave, perché dalla sua soluzione dipende l’avvenire della civiltà mondiale.

Paolo VI, Populorum Progressio 43-44

Se con Ignazio d’Antiochia la fraternità fra tutti gli uomini era affermata, sì, e anche in contesto dogmatico, tuttavia nell’allocuzione di Paolo VI a Bombay (era il 3 dicembre 1964) il nesso tra la fraternità universale e la figliolanza divina emerge più limpido. Non vorrei sbilanciarmi perché non ho sotto mano gli atti del Vaticano II, ma non è improbabile che a quella data Papa Montini avesse già sotto mano qualche bozza della futura Costituzione sulla Chiesa nel Mondo contemporaneo, la Gaudium et spes (sarebbe stata firmata e pubblicata il 7 dicembre 1965). Al numero 22 si legge:

In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo.

Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro (28) (Rm5,14) e cioè di Cristo Signore.

Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione.

Nessuna meraviglia, quindi, che tutte le verità su esposte in lui trovino la loro sorgente e tocchino il loro vertice. Egli è « l’immagine dell’invisibile Iddio » (Col 1,15) (29) è l’uomo perfetto che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio, resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato.

Poiché in lui la natura umana è stata assunta, senza per questo venire annientata (30) per ciò stesso essa è stata anche in noi innalzata a una dignità sublime.

Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo.

Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo (31) ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (32). Agnello innocente, col suo sangue sparso liberamente ci ha meritato la vita; in lui Dio ci ha riconciliati con se stesso e tra noi (33) e ci ha strappati dalla schiavitù del diavolo e del peccato; così che ognuno di noi può dire con l’Apostolo: il Figlio di Dio « mi ha amato e ha sacrificato se stesso per me» (Gal2,20). Soffrendo per noi non ci ha dato semplicemente l’esempio perché seguiamo le sue orme (34) ma ci ha anche aperta la strada: se la seguiamo, la vita e la morte vengono santificate e acquistano nuovo significato.

Il cristiano poi, reso conforme all’immagine del Figlio che è il primogenito tra molti fratelli riceve «le primizie dello Spirito» (Rm 8,23) (35) per cui diventa capace di adempiere la legge nuova dell’amore (36).

In virtù di questo Spirito, che è il «pegno della eredità» (Ef 1,14), tutto l’uomo viene interiormente rinnovato, nell’attesa della « redenzione del corpo » (Rm 8,23): « Se in voi dimora lo Spirito di colui che risuscitò Gesù da morte, egli che ha risuscitato Gesù Cristo da morte darà vita anche ai vostri corpi mortali, mediante il suo Spirito che abita in voi» (Rm 8,11) (37).

Il cristiano certamente è assillato dalla necessità e dal dovere di combattere contro il male attraverso molte tribolazioni, e di subire la morte; ma, associato al mistero pasquale, diventando conforme al Cristo nella morte, così anche andrà incontro alla risurrezione fortificato dalla speranza (38).

E ciò vale non solamente per i cristiani, ma anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia (39). Cristo, infatti, è morto per tutti (40) e la vocazione ultima dell’uomo è effettivamente una sola, quella divina; perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire associati, nel modo che Dio conosce, al mistero pasquale.

Tale e così grande è il mistero dell’uomo, questo mistero che la Rivelazione cristiana fa brillare agli occhi dei credenti. Per Cristo e in Cristo riceve luce quell’enigma del dolore e della morte, che al di fuori del suo Vangelo ci opprime. Con la sua morte egli ha distrutto la morte, con la sua risurrezione ci ha fatto dono della vita (41), perché anche noi, diventando figli col Figlio, possiamo pregare esclamando nello Spirito: Abba, Padre! (42).

Né si tratta di un’invenzione del Concilio, come si potrebbe leggere nella fumosa “pubblicistica cattolica” di cui dicevamo all’inizio: non è per caso che la genealogia di Gesù secondo Luca (3, 23-38) non culmini in Abramo ma in Adamo – detto “figlio di Dio” come il solo Cristo –; è anzi un’esposizione narrativa della cristologia adamitica che si rinviene nelle prime epistole paoline.

La sintesi dogmatica è chiara, e occorre comprenderla a fondo: l’uomo – e non “l’Uomo” ideale, bensì ogni uomo – è creato fin dall’eternità in Cristo, e non “nel Verbo di Dio”, bensì proprio in quell’Uomo – “universale concreto” – incarnatosi e nato dalla Vergine Maria. Questo spiega perché, come scriveva Ignazio, chi vive secondo lo stile di Gesù venga riconosciuto per fratello da ogni uomo. Ciò illustra altresì come mai la pura fraternità sia un vero e potente evento evangelizzatore: annunciare che tutti gli uomini sono fratelli fra loro non significa sminuire il cristianesimo o Cristo, ma al contrario affermare che tutti gli uomini sono fatti da Dio «per mezzo e in vista di Gesù Cristo» (cf. Col 1, 20). O come sintetizzava Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica:

Quest’uomo è la via della Chiesa, via che corre, in un certo modo, alla base di tutte quelle vie, per le quali deve camminare la Chiesa, perché l’uomo – ogni uomo senza eccezione alcuna – è stato redento da Cristo, perché con l’uomo – ciascun uomo senza eccezione alcuna – Cristo è in qualche modo unito, anche quando quell’uomo non è di ciò consapevole: «Cristo, per tutti morto e risorto, dà sempre all’uomo» – ad ogni uomo e a tutti gli uomini – «… luce e forza per rispondere alla suprema sua vocazione»96.

Giovanni Paolo II, Redemptor hominis 14

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