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Crisi dei gilet gialli, la psicoanalista Kristeva: in Europa “la politica è la nuova religione”

FRANCE YELLOW VEST
Antoni Lallican / Hans Lucas / AFP
Boulevard Haussmann, à Paris, le 8 décembre 2018.
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Chi sono i gilet gialli. Una crisi non solo politica ma esistenziale, così la psicoanalista francese Julia Kristeva ha letto la rabbia dei francesi. Le radici religiose sono state sostituite dalla politica, che però non può rispondere al bisogno esistenziale dell’uomo. Una lucida analisi.

Le riflessioni della psicoanalista francese Julia Kristeva non sono mai banali, una dimostrazione che davvero l’umanità si divide in pensanti e non pensanti, non tra credenti e non credenti. La laicissima intellettuale ha individuato da tempo che il grande deserto dei valori vissuto in Europa dipende in gran parte dall’illuminismo, dal taglio delle radici religiose, dal conseguente dilagare di un laicismo vuoto di ideali.

Pochi giorni fa la Kristeva ha ricevuto una laurea honoris causa alla Iulm di Milano, un’occasione per commentare la rivolta dei cosiddetti Gilet gialli nella sua Francia. Una protesta di migliaia di cittadini che sta bloccando l’intero paese, una rabbia scaturita inizialmente per l’aumento delle tasse sul gasolio ed allargatasi fino a diventare una protesta contro il presidente Emmanuel Macron. Ma, per molti osservatori, è un sintomo di una generale crisi esistenziale che, sopratutto in Francia, patria della secolarizzazione, è dilagata.

A riconoscerlo è proprio Julia Kristeva, atea dichiarata, ma anche semiologa, saggista e, come già detto, psicoanalista: «La cultura europea esiste, la sua lingua è il multilinguismo, e il comune denominatore è la cultura dell’individuo, della nazione, della politica. Sono creazioni giudaico-cristiane, che si sono sviluppate nel tempo. Il grande problema oggi è come armonizzare queste culture nazionali». Tuttavia, ha proseguito:

«Quel che è appena accaduto a Parigi a mio avviso è un avviso di tempesta per tutta l’Europa, non solo per la Francia. Non possiamo sperare di risolvere la crisi dei gilet gialli se non ci affidiamo alla filosofia e alla sociologia per affrontare la questione del senso delle persone, della nazione, degli ideali, del futuro. Una cosa è successa molto tempo fa in Europa, e solo in Europa: la rottura del filo della tradizione religiosa. Con la Rivoluzione francese — né dio né padrone — abbiamo cancellato dio, tagliato la testa al re e messo al loro posto l’ideologia dell’umanesimo, che ha finito per diventare un valore astratto. La politica è diventata la nuova religione, con l’idea che la democrazia rappresentativa possa risolvere i problemi della felicità, della morte, dell’avvenire, l’inferno e il paradiso qui sulla Terra. Abbiamo dato alla politica responsabilità enormi, e questo modello è crollato con la Shoah e i gulag. Sopravvive a stento un’idea più ridotta della politica come gestione dell’esistente, gestione che è comunque soffocata dalla finanziarizzazione dell’economia e della rivoluzione digitale. È una politica dell’impotenza, della contabilità, in cui fingiamo di credere che il problema sia davvero l’aumento del prezzo del diesel. Lo è ma solo in parte, e infatti anche quando l’aumento viene ritirato le proteste continuano. Ci troviamo in una specie di tardo Medioevo, quando uno dei miei grandi punti di riferimento, Duns Scoto, disse che non ci sono altri valori se non questo uomo, questa donna. Non i grandi ideali, non la materia, ma la persona. Direi che la politica dovrebbe non occuparsi più solo della contabilità ma anche della cultura, intesa come educazione e accompagnamento, magari partendo dai valori ancestrali del cristianesimo, dell’islam e del giudaismo. La questione adesso è interagire con persone che non credono a niente».

La stessa psicoanalista laica invocava, tempo fa, di «cambiare l’atteggiamento dell’illuminismo che si è costruito in contrapposizione alla religione e rivalutare il patrimonio spirituale del cristianesimo, dell’ebraismo e dell’islam, prenderlo sul serio. I giovani hanno bisogno di ideali, e quando sono fragili, senza lavoro e discriminati i loro ideali crollano, il desiderio di amore è inghiottito dal bisogno di vendetta, quel che Freud chiama la pulsione di morte».

Un tema complesso e, come sempre, stupisce la lucidità di questa intellettuale. Con lei, condividiamo il giudizio che la crisi francese non va ridotta solo ad un malessere politico (che c’è, ed è importante) ma ad un più grande vuoto esistenziale, all’attesa dalla politica di risposte che, da lì, non possono arrivare. Questo genera frustrazione, rabbia, delusione. La politica parla in direzione orizzontale, mentre l’ansia dell’uomo è verticale e, per quanto ci riguarda, c’è solo una fonte che intercetta in modo adeguato, compiuto, il senso religioso dell’uomo: l’ideale cristiano. Proprio ciò che è più culturalmente combattuto, respinto ed ostracizzato in Francia e nelle élite europee.

Qui l’articolo apparso sul sito Unione Cristiani Cattolici Razionali

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