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La storia incredibile della ricerca delle ossa di San Pietro

Alessia Giuliani | CPP
Papa Francesco bacia le reliquie dell'Apostolo Pietro sull'altare durante una Messa in Piazza San Pietro in Vaticano
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Addentrandosi nella storia della necropoli sotto il Vaticano, gli operai “viaggiavano indietro nel tempo”

Nel 1942 gli operai trovarono quello che ritenevano il Trofeo di Gaio. Anche se non c’era un sarcofago o una struttura che lo racchiudesse, scoprirono delle ossa in una piccola apertura del Muro Rosso. Il medico personale del Papa esaminò i resti e dichiarò che appartenavano a un uomo di circa 65 anni. Il mondo non avrebbe saputo dell’apparente scoperta fino a sette anni dopo, quando un giornalista italiano rivelò tutta la questione.

In un certo senso, tuttavia, la ricerca delle ossa di San Pietro era solo all’inizio.

In primo luogo, il Vaticano dovette assicurare che Roma venisse risparmiata dalla devastazione che flagellò altre città europee. Gli americani evitarono bombardamenti e altri attacchi a Roma grazie agli sforzi diplomatici di tre sacerdoti – monsignor Giovanni Battista Montini, Walter Carroll e Joseph McGeough (il primo sarebbe poi diventato Papa con il nome di Paolo VI, gli altri due erano di origine statunitense). Il Vaticano riuscì anche a far sì che i tedeschi in ritarata si astenessero dal devastare Roma.

La città sopravvisse alla II Guerra Mondiale e lo stesso fecero le presunte ossa di Pietro. Nel 1950, un anno dopo che la scoperta era diventata pubblica, la nota archeologa italiana Margherita Guarducci venne invitata a esaminare la necropoli scavata sotto il Vaticano, e scoprì che il team non aveva rispettato le “procedure archeologiche di base”, secondo O’Neill. L’esperta informò Papa Pio XII, che la incaricò del progetto.

Tra i primi compiti della Guarducci c’era il fatto di dover decifrare le iscrizioni sul Muro dei Graffiti, in precedenza ignorate. Trale lettere c’erano elementi cristiani profondamente simbolici come la P per Pietro, la R per Resurrezione e la T a indicare la croce. La Guarducci trovò poi un indizio fondamentale: un’iscrizione che recitava “Vicino Pietro”. Accanto a questa ce n’era un’altra che aveva notato in precedenza: “Pietro è qui”.

Un antropologo medico esaminò successivamente le ossa che si era inizialmente pensato fossero di San Pietro e stabilì che il ritrovamento era falso; in seguito verificò l’autenticità del secondo ritrovamento. Nel 1965, il Vaticano pubblicò un rapporto della Guarducci sulla nuova scoperta.

Ferrua, il predecessore della Guarducci, lanciò però una campagna di disinformazione sfidando l’autenticità del lavoro dell’archeologa. Dopo la morte di Papa Paolo VI nel 1978, la Guarducci perse uno dei suoi alleati fondamentali in Vaticano. Dalla sua posizione di Rettore del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, Ferrua riuscì a mettere da parte la Guarducci e fece rimuovere le ossa dal Muro dei Graffici. Il risultato fu che la verità sulle ossa di San Pietro rimase oggetto di controversie per decenni.

Papa Benedetto XVI ha poi ordinato una revisione della questione, conclusa sotto Papa Francesco. L’indagine ha ribadito le conclusioni della Guarducci, e il 5 dicembre 2013 Francesco ha fatto ricollocare le ossa nel luogo in cui riposavano in precedenza.

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