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Il «bio» fa bene alla salute?

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Paul De Maeyer - pubblicato il 02/11/18

Secondo uno studio francese, i cui dati vanno confermati, i cibi biologici riducono l’incidenza di tumori al seno e di linfomi non Hodgkin

Come per tanti altri argomenti, anche per quanto riguarda il consumo dei prodotti biologici – spesso abbreviati semplicemente in «bio» – ci sono gli scettici da un lato e i sostenitori convinti dall’altro. Da anni si discute sui benefici, quelli presunti o veri, di questi prodotti – in particolare dei cibi «bio» – rispetto a quelli coltivati con i metodi convenzionali.

I promotori del «bio» sostengono infatti che i cibi «organici», come vengono chiamati in inglese, non solo siano fondamentali nella lotta per la salvaguardia dell’ambiente e della biodiversità, ma anche per la salute degli stessi consumatori, già minacciata dal cosiddetto «cibo spazzatura» o – in francese – la malbouffe.

I protocolli applicati nell’agricoltura biologica infatti non ricorrono ai classici diserbanti (molto discusso è attualmente l’uso del glifosato o glifosate) e pesticidi, mentre negli allevamenti – di norma naturali e non intensivi – non sono ammessi gli antibiotici, tranne in quei casi in cui le cure non convenzionali risultino inefficaci.

Studio francese

Secondo un nuovo studio francese, pubblicato il 22 ottobre scorso sulla rivista Journal of the American Medical Association (JAMA) sotto il titolo Association of Frequency of Organic Food Consumption With Cancer Risk, l’effetto protettivo dei cibi biologici sulla salute umana non è una chimera ma una realtà.

Dai dati raccolti dall’équipe guidata dalla professoressa Julia Baudry, del CentredeRecherche Épidémiologie et Statistique presso l’Università della Sorbona a Parigi, emerge infatti che le persone che consumano con maggiore frequenza alimenti di origine biologica hanno meno probabilità di sviluppare tumori (-25%) rispetto a chi li consuma solo saltuariamente o anzi mai.

Nell’ambito dello studio di coorte NutriNetSanté, gli studiosi hanno seguito per un periodo medio di 4 anni e mezzo, tra maggio 2009 e novembre 2016, un campione costituito da 68.946 persone, in maggioranza volontari di sesso femminile (il 78% dei partecipanti), con un’età media di 44,2 anni.

Durante il periodo di follow-up gli scienziati hanno registrato tra i partecipanti 1.340 nuove diagnosi di tumore, tra cui 459 casi di cancro al seno (il 34,3%), 180 casi di tumore alla prostata (il 13,4%), 135 tumori della pelle (il 10,1%), 99 tumori del colon-retto (il 7,4%), 47 linfomi non Hodgkin o LNH (il 3,5%), e 15 altri linfomi (l’1,1%).

L’équipe di ricercatori è arrivata alla conclusione che una maggiore frequenza di consumo di alimenti biologici era associata a «un rischio ridotto» di sviluppare linfomi non Hodgkin e tumori al seno in post-menopausa. Non è stata rilevata invece alcuna associazione per altri tipi di cancro, così si legge nella ricerca.

Lo studio francese conferma solo in parte una precedente ricerca inglese, il Million Women Study (2014), il quale aveva individuato solo una minima o anzi nessuna riduzione dell’incidenza di tumori associata al consumo di cibi biologici, «tranne eventualmente per il linfoma non Hodgkin».

Possibile spiegazione

Mentre i tumori sono anche in Francia una delle principali cause di morte – a livello mondiale sono stati diagnosticati nel 2012 più di 14 milioni di nuovi casi –, gli autori non hanno potuto offrire una spiegazione chiara e netta per l’esito della loro ricerca.

Come possibile spiegazione hanno avanzato però due tesi. La prima è l’assenza o la presenza molto ridotta di residui di antiparassitari o pesticidi di origine sintetica negli alimenti biologici rispetto a quelli convenzionali.

Nel 2015, l’International Agency for Research on Cancer ha riconosciuto ad esempio il carattere carcinogeno di alcuni pesticidi, così ricorda lo studio. Mentre il malatione e il diazinone sono stati classificati come prodotti «probabilmente carcinogeni» per l’uomo, i pesticidi tetraclorvinfos e il parathion come «possibilmente carcinogeni».

La seconda possibile spiegazione è che i prodotti «bio» contengono concentrazioni maggiori di «micronutrienti», ad esempio gli antiossidanti carotenoidi e i polifenoli, sostanze con un alto potenziale antitumorale. Uno dei micronutrienti più noti è la vitamina C, a cui il doppio Premio Nobel statunitense Linus Pauling (1901-1994) attribuì forti poteri anticancro, che poi sono stati smentiti dalla ricerca.

Osservazioni

Gli stessi autori osservano che lo studio presenta dei limiti e che quindi i risultati vanno confermati. Infatti, anche se molto ampio, il campione preso in esame dai ricercatori non è proprio rappresentativo della popolazione francese, un elemento che limita la «generalizzabilità», si legge.

«I partecipanti a NutriNet-Santé sono più spesso donne, sono ben istruiti e paragonati con la popolazione generale francese manifestano comportamenti più sani», così ricordano gli autori, che – in caso di conferma dei risultati – individuano nel «bio» una possibile «promettente strategia preventiva contro il cancro».

Anche se definisce lo studio su Jama «rigoroso», per il dottor Paolo Pedrazzoli, direttore dell’Oncologia al Policlinico San Matteo di Pavia ed esperto di nutrizione in oncologia, sarebbe «un errore dare subito per scontato che se mangi bio il rischio di ammalarsi di tumore si riduce drasticamente». «Ci sono molte variabili che possono incidere su questo dato», così ha detto al Corriere della Sera (24 ottobre).

L’impatto di diserbanti, pesticidi e simili è però forte. Come ricorda un articolo pubblicato su JAMA assieme allo studio francese, c’è un nesso tra l’uso di questi prodotti sintetici e l’insorgenza di certi tumori tra le persone che lavorano nei campi. Mentre il malathion viene associato ad esempio al cancro alla prostata, il diazinone al cancro del polmone. Del resto, così continua (e avverte) l’articolo, negli USA «più del 90% della popolazione ha pesticidi rilevabili nelle urine e nel sangue».

Il «bio» vola, ma…

Ciò che è sicuro è che il «bio» vola. Mentre nel 2007 il settore rappresentava in Francia un valore pari a 2 miliardi di euro, nel 2016 la cifra era più che triplicata, ovvero 7 miliardi di euro, con tendenza in continuo aumento, ricorda il sito actu.fr. Inoltre, la superficie coltivata con metodi biologici in Francia è cresciuta da 517.965 ettari nel 2002 a 1.537.000 ettari nel 2016.

Comunque il biologico presenta anche qualche problema: costa ad esempio di più, come osservano gli stessi autori della ricerca francese. I prezzi elevati dei prodotti «bio» costituiscono «un ostacolo importante», poiché li rende «meno accessibili» rispetto a quelli convenzionali, così scrivono.

Poi ci sono i coltivatori che decidono di abbandonare la loro scelta «bio», perché la ritengono (ancora) troppo inquinante. Questa almeno è la decisione del proprietario del «Château Lafon-Rochet», Basile Tesseron, che a Saint-Estèphe, nel territorio del Médoc, nel bordelese, coltiva 41 ettari di vitigni.

«Il bio non è sostenibile a Bordeaux oggi», ha raccontato Tesseron al sito della Revue du Vin de France. «I trattamenti con il rame lasciano dei residui nei terreni che non spariscono, la moltiplicazione dei passaggi conduce a un sovraconsumo di carburante per le macchine, che si consumano molto più rapidamente», ha spiegato. L’obiettivo del viticoltore del Médoc è scoprire un’alternativa al biologico e ai metodi convenzionali.

L’uso del rame (o meglio del verderame) come antifungino nella viticoltura (e in altre colture) biologica e/o biodinamica, ritenuto indispensabile da molti, è infatti discusso. Il metallo scende nei terreni, dove poi raggiunge le falde acquifere, con il rischio di inquinarle. A gennaio scade del resto l’autorizzazione europea dell’uso del metallo per usi agricoli e non è stato ancora raggiunto un accordo per il rinnovo, ricorda il quotidiano La Croix (25 ottobre).

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