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“Oggi Dio ha scelto te per farsi Provvidenza”

AFRICA, DONNA, BAMBINO
Shutterstock
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Ho visto Dio incarnarsi di nuovo: Margherita, in cammino da sola col suo bimbo malato, ha costruito una capanna di bambù che sembrava Betlemme

di Padre Umberto Davoli, missionario 

Mi rivedo spesso in cammino sugli altipiani d’Africa: foresta e cielo, cielo e foresta. Capannucce per nulla invadenti, fatte di elementi essenziali: fango, fieno e rami d’albero; sentieri sempre uguali e sempre diversi, spesso percorsi da viandanti dal passo contenuto e paziente, come di chi non ha scadenze né conosce orologio e dove il cammino è assaporato e non meno prezioso della meta, perché, come dice il proverbio, “la foresta ricompensa sempre chi la attraversa”.

L’africano sembra perpetuamente in cammino. Ogni evento di qualche peso (un matrimonio, un funerale, la nascita di un bambino nell’ambito della famiglia estesa), diventa subito occasione di lunghi viaggi disagiati e talvolta pericolosi attraverso foreste, paludi e savane.

Spinti dall’urgenza di cementare quelle profonde relazioni umane che sole danno sapore alla vita, affrontano con serena incoscienza queste loro piccole e ricorrenti odissee, accettando ogni disagio pur di non mancare mai agli appuntamenti del cuore; i loro non sono semplici viaggi, bensì pellegrinaggi: pellegrinaggi della solidarietà, se non di autentica carità. Spesso partono senza denaro, senza provviste, senza sapere dove potranno far sosta e pronti, se occorre, a crearsi provvisori ripari, se sorpresi dalla pioggia o quando incombe la notte.

Mi sovviene di Margherita, la donnetta gracile e macilenta che incontrai sull’imbrunire presso il lago Bangweolo. Avevo portato il Padre Provinciale a Nsombo per una visita ufficiale ai missionari di quella missione. Nel primo pomeriggio, mentre egli si intratteneva con loro, ero partito per una rapida visita alla missione di Samfya, sull’altra riva del lago. Poco prima del tramonto ero ripartito per Nsombo: una ventina di chilometri fino al bivio per Chinsali e un’altra ventina per ritornare sulle sponde del Bangweolo.

Dopo pochi minuti s’era alzato un vento gelido, mentre una pioggia fitta e minuta rimbalzava sulle foglie lucide dei masuku. Ben presto vidi la donna arrancare controvento, carica di un grosso borsone e di un fagotto greve sulla schiena: un bimbo malaticcio di forse quattro anni. La vidi girarsi di colpo allo scoppiettio del motore, e c’era ansia e implorazione sul suo volto emaciato. Ovviamente frenai deciso. Salì sulla vettura snocciolando una interminabile litania di ringraziamenti, intercalati da un eloquente ritornello: “E poi dicono che non c’è un Dio per i più poveri!”.

MADRE, AFRICANA, BAMBINO
Shutterstock

Appena messasi a suo agio sul sedile, però, notai che mi lanciava ripetute occhiate, mentre un sorriso saputo le illumina va il volto.

“Che hai da guardarmi così?

“E’ perché io ti conosco!”

“’Mi conosci? Impossibile! Io abito molto lontano: sono ben più di mille chilometri da qui! Sono di Ndola, nel Copperbelt”.

“Anch’io”, disse con semplicità.

“Sono Margherita, del rione di Ghifubu. Non sei tu che celebrasti da noi, la notte di Natale?”.

La guardai meglio e riconobbi il suo viso familiare.

“’Ma cosa fai qui.. e dove stai andando a quest’ora, sotto la pioggia e con un bimbo malato?”

“Ritorno a Ndola. Sono venuta la settimana scorsa perché Dio ha donato un figlio a mio fratello: sono venuta a celebrare la sua nascita”.

Intanto il bambino tossiva: una tosse secca e ostinata che gli squassava penosamente il piccolo petto e ad ogni colpo di tosse il tormento della sua gola infiammata gli dipingeva una smorfia di dolore sul volto.

Arrivammo al bivio per Chinsali: dovevo lasciarla.

“Ed ora che farai per la notte?”

“Non è un problema: vieni, ti faccio vedere!”.

Lasciò il piccolo in macchina e si affrettò verso un grosso cespuglio di bambù. Con un coltello che aveva nel suo vecchio e logoro borsone cominciò con lena a tagliare alcuni grossi rami; mi chiese di conficcarli al suolo su un piccolo spiazzo riparato da frondosi alberi di mipundu, più a fondo che potevo. Intanto ella preparava le frasche e mazzetti di erba elefante da intrecciare a copertura del tetto improvvisato. In venti minuti si era fatta un ricovero per la notte, ben protetto dalla pioggia. Poi tolse una coperta lisa dal borsone, la stese per terra e vi adagiò il bambino.

“Vedi, ora me lo stringo al seno, così io lo tengo ben caldo… e lui riscalda me! Domattina all’alba, quando passerà il primo camion per portare il pesce a Chinsali, mi troverà qui pronta ad approfittarne!”.

“Ma hai almeno qualcosa da mangiare, un po’ di soldi per il viaggio?”.

“No, ho finito tutte le provviste e mio fratello è in un momento di magra: la pesca gli è andata male ultimamente”.

Rovistai nel baule della macchina, dove tengo sempre il pronto soccorso, vestiti e cibo da dare ai poveri. Trovai un po’ di biscotti, un provvidenziale sciroppo per la tosse e le allungai un po’ di soldi. Sorrise con gratitudine:”Lo sapevo che Dio non mi avrebbe abbandonata!”.

E subito aggiunse sottovoce una frase che mi scese nel cuore come una rivelazione che doveva arricchirmi per gli anni a venire: “Oggi Dio ha scelto te per farsi Provvidenza per i suoi poveri; deve amarti tanto, il Signore!”.

L’abbracciai stretta al mio petto e quando salii in macchina sentivo gli angeli cantare al mio fianco. Le lanciai un ultimo sguardo: era raggomitolata sulla coperta lisa, col suo bimbo stretto al cuore. Sapeva tanto di Betlemme!

Perché in ogni povero illuminato dalla fede, è sempre Dio che si incarna di nuovo.

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