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Angelo muore abbracciato alla mamma. Poteva salvarsi dalle fiamme, si è salvato per il Cielo

ANGELO VOLPI
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Affetto da sindrome di Down Angelo Volpi aveva 42 anni quando è morto, due giorni fa, asfissiato nell'incendio che ha avvolto la sua casa, insieme con la madre di 86 anni che sembra aver voluto proteggere fino alla fine

Poche cose, forse, ma quelle che contano. Angelo sapeva quelle cose e le sapeva insegnare, testimoniare, risuscitare nelle persone.

Era l’ultimo di quattro fratelli; l’unico rimasto a vivere con la mamma, la signora Rosa Lamberti rimasta vedova da diversi anni eppure sostenuta dal figlio disabile e dall’altro fratello vicino di casa, Flavio.

Si amavano, si amano ancora tutti in quella famiglia della provincia veneta. Siamo a Eora Conselve, a circa venti chilometri da Padova e nella cittadina di circa diecimila abitanti sono in tanti a conoscere e amare quel signore rimasto bambino per gioia, immediatezza, espansività. Salutava con grande entusiasmo, faceva battute, voleva strappare il sorriso a quelli che incontrava e ci riusciva benissimo.

Frequentava durante il giorno la cooperativa Alambicco. Non era solo ospite ma una vera presenza. Ora sulla pagina Facebook della cooperativa ma anche sui muri del bar Crazy, dove andava sempre a prendere il crodino all’immancabile appuntamento dell’aperitivo in famiglia del venerdì, e la brioche alla crema per la colazione del sabato mattina, c’è la sua foto.

Nel caso di Angelo il rischio di dipingere a tinte romantiche i tratti di una persona solo perché non c’è più per via di quella soggezione e ripulsa, in fondo, che incuta la morte, non c’è. Era buono, contento, affettuoso, amato. E simpatico. E temerario, pare.

L’immagine che campeggia nei luoghi che ora lo piangono e negli articoli di giornale, compreso il nostro, è quella che lo ritrae abbracciato a Papa Francesco. Era andato all’udienza generale del mercoledì un anno fa circa insieme agli altri ospiti e agli operatori e responsabili della Alambicco. Al passaggio del Papa aveva scavalcato la recinzione perché in lui probabilmente l’esigenza del contatto fisico, di quello che solo in un abbraccio si riesce a significare e trasmettere era più impellente che in altri.

L’abbraccio, gli occhi che possono brillarsi vicini, il sorriso, il calore del contatto.

Si presta alla confezione del pezzo, non c’è dubbio, eppure l’abbraccio può diventare l’emblema con il quale ricordarlo. Come la sua rappresentazione iconografica.

«Angelo poteva salvarsi, ha chiesto aiuto poi è tornato dalla madre per starle accanto», racconta il fratello Nicola. (Corriere)

E’morto abbracciato alla mamma, alle 2.30 circa della notte del 12 settembre 2018, in via Padova, a Conselve.

Anzi ha agonizzato abbracciato a lei. Perché i soccorritori lo hanno trovato ancora vivo sebbene in gravissime condizioni, che sono poi precipitate portandolo al decesso. Avrebbe potuto uscire, salvarsi trovando l’aria che la mamma invece non avrebbe più respirato.

Ha deciso di restare, per trovare il conforto che conosceva bene, e per proteggerla; per non farla sentire sola di fronte alla morte come lei non l’ha fatto sentire di fronte alla vita. Avranno attraversato difficoltà, è sicuro, sebbene sia prevalsa la gioia, l’accoglienza, l’integrazione quella sincera in una comunità vera. Senza troppa necessità di procedure, progetti pilota o esperimenti. Il Comune vuole ricordarlo con onore, dedicandogli una sala del Municipio, forse.

Poteva salvarsi, accidenti, perché non l’ha fatto? Ma Angelo si è salvato. Siamo praticamente sicuri.

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