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La sobrietà, stile di vita da recuperare urgentemente

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Egor Fomin - Shutterstock

Mathilde De Robien - pubblicato il 28/08/18

Lo psicanalista e biologo medico Jean-Guilhem Xerri la ritiene un rimedio ai grandi mali del nostro secolo

La nostra interiorità soffre e lo manifesta con vari segnali: aumento del numero di disturbi ansioso-depressivi, dipendenze che coinvolgono soggetti sempre più giovani, eccesso di consumo in casa, violenza, iperattività… Come siamo arrivati fin qui? Jean-Guilhem Xerri, psicanalista e biologo medico, laureato presso l’Institut Pasteur, affronta il tema con rigore e autorità nel suo libro Prenez soin de votre âme [Cura la tua anima], pubblicato il 2 febbraio 2018 da Editions du Cerf.

L’autore denuncia la definizione di essere umano oggi prevalente, che non è altro che una concezione puramente naturalistica e materialistica della persona, negando totalmente la sua dimensione spirituale.

Negare questa dimensione significa amputare l’esseere umano di una parte di se stesso. “Quale alternativa c’è che non sia deprimersi o consumare in eccesso per riempire il vuoto?”, si chiede l’autore.

Per dimostrare che la salute psicologica dell’essere umano dipende dalla qualità della sua vita spirituale, Xerri si basa sugli insegnamenti ereditati dai Padri del deserto. Fuggendo dall’agitazione del mondo dei primi secoli del cristianesimo, questi saggi hanno vissuto come eremiti e hanno così sperimentato la sobrietà, un esercizio che oggi risulterebbe utile, perfino fondamentale, per le nostre anime in pericolo.

L’essere umano, un essere vivo come gli altri?

L’autore parte dalla constatazione che la società attuale va male: si moltiplicano le crisi economiche, sociali, politiche e ideologiche, esplode la sofferenza psicologica e si disprezza la vita spirituale, trascurata a favore dell’eccesso di consumo. E se tutto questo fosse collegato? E se disfarsi di Dio e della religione avesse conseguenze negative per il nostro stile di vita e la nostra salute mentale? E se la definizione naturalistica e materialistica che abbiamo oggi dell’essere umano si ripercuotesse sul nostro modo di vivere?

Questo è ciò che dimostra Jean-Guilhem Xerri ripercorrendo la storia della filosofia attraverso i secoli e l’evoluzione della visione dell’essere umano. Nell’antichità, Aristotele affermava che l’uomo è un animale razionale, fatto di animalità e razionalità, di corpo e anima, uniti.

In epoca classica, il pensiero cartesiano, dualista, ha apportato una distinzione tra anima e corpo. L’uomo non è un animale, perché è dotato di anima, e il suo corpo è una macchina. Nel XIX e XX secolo, lo strutturalismo ha reso l’essere umano un oggetto di scienza. Non ha più un’essenza propria: non esiste come tale, ma attraverso le relazioni che lo uniscono agli altri. È isolato e osservato in base al suo comportamento, alla sua cultura, alla sua psicologia, alle sue motivazioni…

Alla fine del XX secolo, con l’avvento della genetica e della neuroscienza, l’essere umano – ed è la concezione che prevale al giorno d’oggi – è stato considerato un essere vivo come gli altri. Stiamo assistendo a un fenomeno di naturalizzazione, di biologizzazione di tutto il suo essere.

Secondo l’autore, questa visione naturalistica e materialistica dell’uomo è la causa di un malessere ambientale. Negare la dimensione spirituale dell’essere umano significa amputare una parte di se stessi. La società riduce la persona ai suoi aspetti biologici e psicologici.

“Questa perdita di coerenza danneggia l’essere umano, forse fino alla morte. Lo strutturalismo di ieri e il neuroessenzialismo di oggi realizzano questo lavoro masochistico di decostruzione dell’essere umano e della sua interiorità”.

Depressione, dipendenza, iperattività, iperconsumo… Sono tante le manifestazioni della sofferenza del nostro essere amputato della sua dimensione spirituale. Per questo è urgente prendersi cura della propria anima, scoprendo gli insegnamenti che ci hanno lasciato i Padri del deserto.

Gli insegnamenti dei Padri del deserto

I Padres del deserto erano cristiani vissuti nei deserti di Mesopotamia, Egitto, Siria e Palestina tra il III e il VII secolo. Vivevano come eremiti in capanne o grotte o, per quanto possa sembrare straordinario, sulla cima di una colonna o di un albero. Perseguivano una vita di solitudine, lavoro manuale, contemplazione e silenzio, con l’obiettivo di crescere a livello spirituale. Ben presto si formarono insediamenti monastici e le persone iniziarono ad arrivare da ogni parte per chiedere consiglio a questi saggi.

Dalla loro esperienza senza precedenti derivarono gli apoftegmi dei Padri del deserto, un insieme di conversazioni o narrazioni scritte dai monaci che analizzano le grandi leggi della vita interiore, che Giovanni Paolo II considerava un invito a riscoprire le solitudini creatrici in cui si può prendere la via della ricerca della verità, senza maschere, né coercizioni o finzioni.

Dai Padri del deserto si possono trarre due grandi lezioni: in primo luogo, ogni persona quando nasce è incompleta ed è chiamata a rendere reale la sua umanità, e la vita spirituale è la fonte del suo futuro. In secondo luogo, ciascun essere umano è costituito da tre dimensioni, diverse nell’unità: corpo, anima e spirito.

Rafforzati da questa convinzione dell’unione intima tra corpo, psiche e aspetto spirituale, i Padri del deserto, che possono essere descritti come i primi terapeuti, elaborarono raccomandazioni per curare le “malattie dell’anima”, di scottante attualità. Tra queste raccomandazioni troviamo la pratica della sobrietà.

La sobrietà per curare l’anima

Per spiegare la funzione della sobrietà, Jean-Guilhem Xerri prende in prestito la metafora dello scultore: “Per creare la sua opera, lo scultore non aggiunge nulla alla materia, anzi, toglie ciò che è in eccesso per rivelare ciò che era già lì, per far emergere ciò che c’è di fondo spezzando l’apparenza della forma grezza. Allo stesso modo, siamo invitati a semplificarci perché appaia ciò che è già in noi, per aiutare il nostro essere interiore a tornare in superficie”.

Curare l’anima esercitando la sobrietà significa eliminare il superfluo, accontentarsi della giusta misura, allontanarsi da ciò che potrebbe turbare l’anima e spezzare l’equilibrio mente-anima-corpo. Al giorno d’oggi c’è una pletora di perturbatori dentro di noi: il rumore, le immagini, la pubblicità, la sovrabbondanza a livello materiale, l’erotizzazione, la dittatura della disponibilità permanente…

Entrare sobriamente nella nostra società richiede quindi una decisione reale. È ciò a cui esorta Jean-Guilhem Xerri: “Questo stile di vita non è riservato solo a pochi asceti o ai monaci, ma è diventato una necessità imperativa, sia per l’ecologia ambientale che per le nostre ecologie interiori”.

Papa Francesco ci ha esortati a una “sana sobrietà” nella sua enciclica Laudato Si’. La sobrietà vissuta con libertà e in modo consapevole è liberatrice, e apporta più disponibilità a ciò che è bello e profondo nella vita.

In modo molto concreto, Xerri ci invita a rivoluzionare il nostro stile di vita, introducendo più lentezza, silenzio e continuità. Ad esempio, fare una cosa sola alla volta, non interrompere un’azione, concedere al nostro cervello momenti di riposo nelle fasi di transizione anziché stare sempre attaccati al cellulare, rallentare i passi, imparare a dire no alle molteplici richieste, consumare ciò che è giusto e necessario, evitare gli acquisti compulsivi, dare al lavoro la giusta importanza, ascoltare il silenzio, ecc.

Alcuni la prenderanno come una moda da borghesi bohémien, altri diranno che è un lusso che non possono permettersi e che bisogna stare al passo coi tempi, ma se vogliamo vivere davvero dobbiamo scegliere la sobrietà, diventata una necessità fondamentale per le nostre anime maltrattate.

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