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Adun: in quella grotta in Thailandia ho visto l’opera di Dio

ADUN THAILANDIA GROTTA

©Compassion International

Valerio Evangelista - pubblicato il 10/08/18

“Non potevamo fare nulla per cambiare la situazione. L'unica cosa che potevo fare era pregare”. Per il 14enne è stata la fede in Cristo a strappare dalla morte lui e i suoi compagni di squadra, rimasti intrappolati per quasi tre settimane in una grotta in Thailandia

Nei primi giorni dell’estate 2018 il mondo è rimasto con il fiato sospeso per la sorte dei giovani calciatori dispersi insieme al loro allenatore in una grotta della Thailandia del nord.

Le dinamiche dell’accaduto sono ormai di dominio pubblico. Dodici membri di una squadra di calcio locale (i Moo Pa, cioè i Cinghiali), di età compresa tra gli 11 e i 17 anni, sono stati condotti dal coach nel lunghissimo complesso carsico di Tham Luang. Un gesto sconsiderato, dato il divieto assoluto di ingresso durante i mesi monsonici (da luglio a novembre). Le improvvise e violenti piogge hanno allagato i cunicoli, costringendo la squadra a ripararsi in una grotta per giorni e giorni, senza viveri né beni di prima necessità.

Alle operazioni di soccorso hanno preso parte oltre mille persone provenienti da diversi paesi. La mobilitazione internazionale – e la conseguente copertura mediatica – è stata imponente. È stata posta molta enfasi sull’aspetto umano ed empatico della vicenda, comprensibilmente. Si è discusso del ruolo che la meditazione buddista, praticata dall’allenatore, avrebbe avuto nel far mantenere la calma ai ragazzi. Abbiamo sofferto alla notizia della triste sorte di Saman Kunan, il volontario morto durante le operazioni di soccorso. Si è parlato di cosa abbia spinto 11 dei 12 ragazzi sopravvissuti ad intraprendere nove giorni di noviziato tra i templi buddisti nella provincia.


SGT MAJOR SAMAN KUNAN

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Questo approccio comunicativo è stato umanamente toccante e culturalmente suggestivo. Esiste però una straordinaria “storia nella storia”, di cui poco o niente è stato scritto, che andrebbe raccontata in maniera approfondita. È la vita di quel dodicesimo ragazzo che non ha preso parte al percorso di noviziato buddista. È l’identità di una persona che i giornali hanno distrattamente liquidato come “il cinghialotto non buddista”, dal nome della squadra di calcio a cui appartiene, oppure con un leggermente meno vago “l’unico cristiano del gruppo”. È l’esperienza di fede autentica che emerge nelle difficoltà apparentemente irrisolvibili. È un dettaglio fondamentale che offre ulteriori strumenti per comprendere i fatti.

Adun (che alcuni erroneamente trascrivono Adul) è originario del Wa, una regione semi-autonoma al confine tra Birmania e Cina nota per la guerriglia, per le coltivazioni di oppio e per il traffico di metanfetamine. Lasciata la propria terra insieme ai genitori per cercare un futuro migliore in Thailandia, a sette anni ha iniziato a frequentare i centri dell’organizzazione cristiana Compassion (che tramite adozione a distanza sostiene quasi 2 milioni di bambini vulnerabili in tutto il mondo), grazie alla quale ha potuto accedere a un’eccellente istruzione primaria e crescere nei principi del Vangelo. Questo suo percorso personale è stato di vitale importanza per la buona riuscita delle operazioni di soccorso nei cunicoli di Tham Luang. È infatti soltanto per la sua straordinaria capacità linguistica (a soli 14 anni Adun parla perfettamente inglese, thailandese, birmano, mandarino e wa) che i sommozzatori britannici hanno potuto comprendere le esatte condizioni in cui versavano i tredici malcapitati, nonché quali fossero le loro esigenze più immediate.

Unico del gruppo a parlare inglese (in un paese dove meno di un terzo della popolazione è in grado di comprendere questa lingua), Adun si è contraddistinto anche per la lucidità e la serenità con cui ha condotto le comunicazioni con l’esterno della grotta. Quando i soccorritori sono finalmente riusciti a liberare il condotto da cui recuperare i ragazzi, sono rimasti folgorati dal sorriso ottimista di Adun. Una calma interiore che, come ha dichiarato lui stesso, è un dono che viene direttamente da Dio.

“Questa crisi ha insegnato a tutti i cristiani l’importanza di sperare e di confidare in Dio, nell’unità della preghiera”, ha commentato il reverendo Decha Janepiriyaprayoon, di Bangkok. “Crediamo che Dio abbia usato Adun nel comunicare in inglese con il team di soccorso. Abbiamo sperimentato il potere della preghiera. La nostra vita spirituale è stata ravvivata, la nostra fede e il nostro amore sono stati rafforzati”, ha concluso il religioso.

Molte chiese cristiane thailandesi, a prescindere dall’appartenenza confessionale, si sono unite in preghiera facendo proprie le parole di San Paolo in Filippesi 4:6-7:

“Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù”.

Quando i genitori di Adun hanno saputo che suo figlio e gli altri ragazzi erano vivi, hanno ringraziato Dio e l’intercessione dei credenti:

“Grazie di cuore per le preghiere e per l’incoraggiamento”, ha raccontato commossa la mamma. “Sono grata a Dio e felice che i soccorritori abbiano trovato mio figlio e gli altri bambini. Sono così felice di averlo visto, anche semplicemente sullo schermo del telefono di uno dei soccorritori. Grazie a tutti coloro che hanno pregato per noi e per i ragazzi”.

Dopo essere tornato sano e salvo nel mondo esterno, alla solennità della cerimonia buddista Adun ha preferito andare nella sua chiesa per raccontare l’intervento della Provvidenza nel buio di quella grotta:

“Era la decima notte. Molti di noi stavano perdendo la pazienza, la speranza, l’energia fisica e il coraggio”, ha condiviso con i fedeli della comunità del suo villaggio, la Maesai Grace Church.

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testimonianze di vita e di fede
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