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La liturgia è umana quando è fedele all’umanità di Cristo

MARRIAGE,LONDON
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Occorre continuare sul cammino di umanizzazione della liturgia avviato dal Concilio Vaticano II?

di Goffredo Boselli

Una delle acquisizioni del V Convegno ecclesiale di Firenze* è quella di aver raggiunto la consapevolezza che la realizzazione del nuovo umanesimo in Gesù Cristo non può prescindere dalla natura profondamente umana della liturgia. E che l’azione sacramentale della Chiesa è un autentico cammino di umanizzazione evangelica.

La liturgia come risorsa di umanità, come luogo di costruzione del nuovo umanesimo in Gesù Cristo, consapevoli che è un’umanità sempre da evangelizzare e da convertire. La liturgia, infatti, assume e trasfigura tutto l’umano, perché nel gesto sacramentale l’agire di Dio e l’agire dell’uomo operano in sinergia: spirituale e umano sono uno. Tutto l’umano entra nell’azione liturgica. E non può essere diversamente se tutto l’uomo — corpo, spirito e intelligenza — è implicato nella liturgia.

La santità della liturgia si mostra nella sua umanità

Non manca chi nella Chiesa invoca una risacralizzazione della liturgia. Occorre, invece, esser convinti che negli anni che ci stanno davanti sarà più che mai necessario proseguire quel cammino di umanizzazione della liturgia avviato dal Concilio. La santità della liturgia si mostrerà nella sua umanità, così come la divinità di Cristo si è rivelata nella sua umanità. Incamminare le comunità cristiane verso la ricerca di una sempre maggiore umanità della loro liturgia significa far sì che i credenti assidui come quelli occasionali, attraverso l’umanità della Parola e del gesto liturgico, l’umanità dell’ambiente e dello stile liturgico, entrino in contatto e facciano esperienza dell’umanità di Dio rivelata nell’umanità di Gesù Cristo. Dobbiamo essere abitati dalla certezza che quell’umanità di Gesù, diventata narrazione evangelica, può anche diventare ritualità liturgica. I sacramenti della Chiesa sono, infatti, rivelazione dell’umanità di Dio e narrazione dell’umanità di Cristo. Una liturgia capace di essere sacramento dell’umanità di Cristo, capace di accogliere e trasfigurare tutto l’umano di chi la celebra. Così l’umanità della liturgia sarà, nell’oggi della Chiesa, l’espressione più eloquente del mistero dell’incarnazione del Verbo.

Ma quale umanità? Gesù Cristo ha rivelato Dio attraverso la sua umanissima vita: comunicava con un linguaggio comprensibile a tutti, dai dotti farisei alla gente più semplice e incolta, con parole chiare e per questo riconosciute autorevoli. Faceva gesti molto semplici e quotidiani e li rendeva eloquenti, capaci di dire la sua compassione, la prossimità all’umano in tutte le sue condizioni. Gesti capaci di rispondere alle attese e alle domande della gente che andava a lui e, al tempo stesso, capaci di esprimere il suo desiderio profondo nei loro confronti. Gesti umanissimi attraverso i quali ha rivelato l’amore di Dio e la venuta del suo regno. Cos’altro è la liturgia cristiana se non la Parola e il gesto di Cristo nella Parola e nel gesto del suo corpo che è la Chiesa?

Più sarà umana più sarà cristiana

Una sola, dunque, è la domanda che la Chiesa di ogni tempo è chiamata a porsi: la liturgia che celebriamo è ciò che il Signore ha voluto che fosse? I riti che compiamo, il contenuto dei testi che preghiamo, le forme che gli diamo, così come certi abiti liturgici che indossiamo sono davvero cristiani, cioè sono conformi al modo di vivere e di essere uomo di Gesù? Certe posture ieratiche e sacrali corrispondono al suo stile quotidiano fatto di semplicità e sobrietà, al suo modo di relazionarsi con le persone che si avvicinavano a lui perla carica umana che sentivano? Quando celebriamo, non è affatto ingenuo domandarsi: Gesù farebbe questo gesto liturgico, lo farebbe in questo modo, lui che si è mostrato così attento ai gesti perché con essi narrava la prossimità e la compassione di Dio? Gesù reciterebbe questo testo liturgico, lui che ha insegnato ai suoi discepoli a pregare? Gesù indosserebbe certi paramenti sontuosi e barocchi, lui che quando ha lavato i piedi dei Dodici le vesti se l’è tolte, e nudo è stato inchiodato sulla croce per l’unico e vero sacrificio? Accetterebbe di essere il liturgo di una liturgia spettacolare, lui che è entrato in Gerusalemme su un umile puledro figlio d’asina? Non sono domande ingenue o infantili, sono invece esercizio di inesausta vigilanza evangelica sulle nostre liturgie.

La liturgia è umana quando è fedele all’umanità di Cristo

La misura della qualità divina della liturgia è la sua conformità all’umanità di Cristo, un’umanità con la quale ha dato gloria a Dio e ha reso l’uomo capace di essere più umano. Questa è l’unica condizione affinché alla sua venuta il Signore Gesù si riconosca nella nostra liturgia. In quel giorno, se saremo stati servi vigilanti, vedremo con i nostri occhi, nella realtà e non più in mistero, il “liturgo del santo” (Eb 8,2) presiedere la sua stessa liturgia. E allora si adempiranno le parole della Scrittura: «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli» (Lc 12,37).

Il Signore che si cinge i fianchi e ci serve, questo sarà il compimento della liturgia cristiana. La liturgia è umana quando è fedele all’umanità di Gesù Cristo, solo così sarà fedele agli uomini e alle donne di oggi. Tanto più sarà umana quanto più sarà celebrazione del mistero di Dio.

Negli anni che ci stanno davanti sarà più che mai necessario incamminare le comunità cristiane verso la ricerca di una sempre maggiore umanità della loro liturgia, facendo in modo che i credenti assidui come quelli occasionali, attraverso l’umanità del gesto, del linguaggio e dello stile liturgico, facciano esperienza dell’umanità di Dio rivelata da Gesù Cristo. Dalla lettura delle sintesi mi è venuto spontaneo quanto scritto dal Cardinal Martini: “Se nei vangeli si parla poco o nulla di liturgia, ciò avviene perché essi sono di fatto una liturgia vissuta con Gesù in mezzo ai suoi (…) E’ questa la liturgia dei vangeli: essere attorno a Gesù nella sua vita e nella sua morte (…) Tutto ciò che i vangeli riferiscono di Gesù tra la gente è un’anticipazione della liturgia e, a sua volta, la liturgia è una continuazione dei vangeli” 1(C.M. Martini, “La liturgia mistica del prete. Omelia nella Messa crismale”, Rivista della Diocesi di Milano 89/4 (1998), pp. 641-648, p. 642.).

La liturgia dei vangeli, di cui parla il cardinale Martini, ci indica che sarà sempre più urgente che le nostre liturgie siano capaci di ricreare quel tipo di relazione che Gesù di Nazaret sapeva creare con le persone che incontrava. “La relazione – è stato detto nei gruppi – è lo stile del trasfigurare”. Una relazione che è fatta di gesti semplici, ordinari e insieme straordinari per la carica di umanità che trasmettono. “Occorre ritornare alla stanza al piano superiore” in cui Gesù ha celebrato l’ultima cena lavando i piedi ai discepoli. L’intera esistenza di Gesù è stata una liturgia ospitale, e anche le nostre liturgie sono chiamate a esserlo oggi più che mai. Per questo, negli anni che ci stanno davanti la santità della liturgia sarà chiamata a declinarsi come santità ospitale; non una santità di distanza ma di prossimità.

Di fronte a tutto questo, le liturgie di domani per essere cammini di prossimità, di misericordia, di tenerezza e di speranza saranno chiamate a diventare spazi di santità ospitale. Liturgie ospitali che sanno andare incontro alle persone fino a portare la fatica di chi fatica a vivere e a credere; che siano consolazione per chi è provato e ferito dalla vita, che siano capaci di dare ragioni per sperare. La cura delle relazioni e la tenerezza nel modo di presentarci, ci facciano sentire compagni di viaggio e amici dei poveri e dei sofferenti. La liturgia che ci attende sarà a immagine del Cristo che proclama: “ Venite a me voi tutti affaticati e oppressi e io vi darò riposo” (Mt 11,28). Solo così la liturgia della Chiesa sarà all’altezza della Vangelo di Cristo.

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