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Si può obbligare un sacerdote a violare il segreto della Confessione?

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Nessun presbitero è costretto a rispettare una legge umana che cerca di minare la confidenzialità assoluta della Confessione

“Esiste un caso in cui la custodia del segreto si è rivelata particolarmente efficace. Parlo del segreto della Confessione, il segreto che il confessore mantiene sui peccati che gli sono stati confessati. Si tratta evidentemente di un valore considerato fondamentale nella Chiesa cattolica, instillato con talmente tanta forza nelle coscienze da essersi mantenuto come una delle norme più rispettate”.

Queste parole fanno parte del piccolo saggio Segreti e no, dello scrittore triestino ed eterno candidato al Premio Nobel Claudio Magris (1939), che aggiunge: “Ci sono stati sacerdoti che hanno violato vari comandamenti, ma pochissimi sacerdoti hanno rivelato il segreto della Confessione”.

E la colpa del peccatore davanti a Dio?

Questo “caso di successo” nella storia dell’umanità riportato da Magris ha un fondamento teologico: il sigillo o il segreto di coscienza, come il rapporto con Dio di colui che si confessa. Ed è un esempio, continua lo scrittore, “della preoccupazione più viva di tutelare il segreto non come mistero ineffabile, ma come difesa della dignità della persona e della sua intimità, della sua verità interiore”.

Tutto questo non interessa i legislatori australiani che hanno approvato una norma legale che ordina ai sacerdoti cattolici di violare il segreto della Confessione in caso di crimini di abuso sessuale di minori e altri crimini di cui vengano a conoscenza nel confessionale, senza tener conto della sacralità del sacramento della Confessione e della teologia del sigillo.

La Confraternita Australiana del Clero Cattolico (ACCC, dalle iniziali in inglese) ha obiettato a questa normativa, che potrebbe obbligare a derogare a uno dei pilastri fondamentali della vita sacramentale della Chiesa cattolica. Sarebbe come dichiarare la legge umana – approvata nelle legislature di Australian Capital Territory, South Australia e Tasmania – superiore alla legge divina.

“Visto che la natura del peccato implica la colpa del peccatore davanti a Dio e l’assoluzione affidata da Cristo al sacerdote, che deve esprimere un giudizio sulla sincerità del peccatore, il sigillo del sacramento si applica a un rapporto personale del penitente, in coscienza, con Dio, e come tale non è meramente una materia di legge canonica ma di legge divina, dalla quale la Chiesa non ha il potere di dispensare”, dice il comunicato dell’ACCC.

“Nessun sacerdote è costretto a rispettare una legge umana che cerchi di minare la confidenzialità assoluta della Confessione”, aggiunge. Più avanti nel comunicato, la Confraternita sottolinea che i sacerdoti non possono rispettare e non rispetteranno una legge di questa natura, che è inoltre ispirata a una “concezione radicalmente inadeguata del sacramento”.

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