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Festeggiamenti, proteste ed elezioni

© Public Domain / Wikipedia
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I festeggiamenti per il patto con la Fyrom (che diventerà Macedonia del Nord) la conclusione della quarta e ultima valutazione del programma di salvataggio e l’accordo sul debito pubblico sono stati accompagnati da nuove turbolenze politiche

Il governo Tsipras ritiene di avere tutte le ragioni per festeggiare i suoi successi sul fronte diplomatico e finanziario: ha messo fine, in effetti, a una disputa di quasi 30 anni con la Fyrom (altrove chiamata Macedonia, ndr), ha concluso l’ultima valutazione del programma di salvataggio e dopo delicati negoziati ha stabilito condizioni più favorevoli per la riduzione del debito greco, almeno a medio termine. Tsipras si presenterà così agli elettori come il leader che ha archiviato la Troika e che guida il Paese verso un nuovo sviluppo economico.

Ma non tutti in Grecia sono d’accordo. L’accordo con la Fyrom, ad esempio, è stato un compromesso con molti punti positivi ma con altrettanti punti grigi e ha provocato la reazione, la commozione e la rabbia non solo dei nazionalisti più sfegatati. Al Nord del Paese l’ 87% della gente è ad esempio contraria al patto. Percentuali alte si registrano anche in altre parti del Paese.

Quasi tutti i partiti sono contrari, e Nea Dimokratia ha depositato in parlamento addirittura una proposta di sfiducia, che anche se non ha ottenuto i voti necessari, ha provocato una rottura nella coalizione governativa, visto che alcuni deputati del partner politico di Tsipras, Anel (i nazionalisti), il giorno dopo hanno abbandonato il loro partito.

Ormai la maggioranza del governo è limata a soli 152 deputati (su 300). Anel ha messo in chiaro che non voterà l’accordo quando sarà presentato in parlamento. Inoltre, quest’ accordo ha provocato rotture anche in altri partiti che si presentano divisi come divisa è anche la gente. Divisioni esistono anche nello stesso Syriza, il partito di Tsipras. Ci si chiede tuttavia se la divisione nei partiti sia dovuta al loro patriottismo o a considerazioni meramente elettorali. Si costata che tanti deputati che hanno votato in favore dell’accordo non osano visitare i loro distretti elettorali perché verrebbero accolti in modo ostile.

La conclusione della quarta valutazione del programma è certamente una tappa positiva e apparentemente ci sarà una uscita “pulita” dall’ultimo salvataggio, come desiderava il premier. Ma l’accordo sul debito pubblico appare veramente oneroso, visto che non si tratta di un taglio del debito e nemmeno di un alleggerimento. Si tratta di un allungamento di 10 anni delle scadenze dei prestiti accompagnato da eventuali ulteriori misure con un check-up ogni tre mesi per verificare il rispetto delle riforme concordate. In breve si tratta di libertà vigilata.

Mario Draghi sottolinea che «l’adozione del set di misure sul debito concordato dall’Eurogruppo migliorerà la sostenibilità del debito a medio termine», il che può essere vero, ma ci si chiede come ci possa essere sviluppo in un ambiente tanto recessivo, visto che le misure significano ulteriori tagli sulle entrate e ulteriori aumenti sulla tassazione.

Sul fronte dei profughi le cose non vanno nemmeno discretamente. C’è un aumento del 90% degli arrivi rispetto all’anno scorso, e la Turchia ha sospeso l’accordo bilaterale con la Grecia sul rimpatrio dei migranti economici che non ottengono l’asilo ad Atene vendicandosi per la non-estradizione dei turchi piloti. Come se non bastasse, Berlino discute il ritorno dei profughi al Paese di prima ammissione, cioè la Grecia, una prospettiva che peggiorerà ulteriormente la situazione.

Anche se le elezioni sono previste per settembre 2019, scenari alternativi non mancano per elezioni in autunno o nei primi mesi del 2019. Alcuni analisti parlano di un grande rimpasto di governo in vista. Altri vedono nuove alleanze nel Parlamento visto che se Anel non voterà l’accordo con la Fyrom il governo avrà bisogno di altri sostenitori, altrimenti sarà costretto a procedere con nuove elezioni.

La strada è sempre lunga per i greci.

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