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Poteva fuggire ma è rimasto a Homs durante il suo assedio. Ed è morto da martire

OJCIEC FRANS LUGT
Mohammed Abu Hamza / AFP
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Un uomo dal volto coperto ha bussato alla porta del monastero. “Deve abbandonare la chiesa”, ha gridato a padre Frans. “No, non me ne andrò, questa è la mia casa e non la lascerò”, ha risposto il gesuita. L'uomo gli ha subito sparato uccidendolo

Ucciso all’ingresso del monastero

Padre Frans “ricordava che era stato inviato in Siria come gesuita. È arrivato da ragazzo e ci ha trascorso circa 50 anni. Parlava fluentemente l’arabo”, ha affermato Lilian Nazha, associata alla parrocchia gesuita di Homs e che ha conosciuto padre Frans quando era una bambina di appena 6 anni.

Il sacerdote organizzava attività per i bambini nel monastero della parrocchia gesuita. Lilian lo definisce “mio padre”, e anche se sorride sempre, quando inizia a parlare del suo assassinio gli occhi le si riempiono di lacrime.

Durante l’assedio di Homs, padre Frans ha deciso di rimanere in città e di prendersi cura dei cristiani del suo quartiere, anche se nella pratica assisteva tutti, cristiani e musulmani.

Non aveva quasi nulla da mangiare. La sera, ha raccontato Lilian, si cucinava una zuppa con le foglie rimaste sugli alberi.

Un mese prima della liberazione, il 7 aprile 2014, un uomo dal volto coperto ha bussato alla porta del monastero. “Deve abbandonare la chiesa”, ha gridato a padre Frans. “No, non me ne andrò, questa è la mia casa e non la lascerò”, ha risposto il gesuita. L’uomo gli ha subito sparato uccidendolo.

È stato sepolto nella Homs assediata. Fuori dalle mura è stato celebrato un secondo funerale, senza il corpo. Vi hanno partecipato molte persone, accorse per ringraziarlo per essere stato il ponte che collegava tutti.

Un uomo santo

Padre Frans era arrivato a Homs da Damasco. Prima aveva vissuto anche ad Aleppo. È stato fondamentale per la costruzione del centro Al Ard, con una scuola e una casa per ospitare 45 persone disabili e affette dalla sindrome di Down.

Al Ard riuniva persone di varie religioni che avevano perso la propria casa. I giovani accorrevano per aiutare a produrre il vino. I disabili aiutavano e con orgoglio portavano frutta e verdura in cucina.

“Avevo 9 anni quando abbiamo iniziato ad andarci con regolarità”, ha raccontato Lilian. “Le persone cucinavano insieme. C’era un senso di comunità straordinario”.

“Non era solo il progetto di padre Frans. Era psicoterapeuta di formazione, e ci insegnava sempre qualcosa, soprattutto durante le gite in montagna. A 70 anni organizzava regolarmente escursioni e campeggi estivi che duravano da 3 a 10 giorni. Chi l’ha conosciuto dice che ce l’aveva nel sangue”.

“Cristiani, musulmani e non credenti camminavano insieme. Non contava se eri uomo o donna, povero o ricco. Partecipavano persone con idee politiche diverse. Era un momento per parlare e stringere rapporti”.

“Sapeva che condividere lo sforzo di una dura salita in montagna e la necessità di confidare gli uni negli altri durante la camminata faceva sì che le persone iniziassero a guardarsi come fratelli. Guidava tutto il gruppo. Venivano con noi anche stranieri provenienti dall’Europa, dalla Francia ad esempio. Ha sempre creduto che le persone potessero vivere insieme, nonostante le posizioni diverse. Ci ricordava anche costantemente che siamo tutti fratelli e che ci dobbiamo amare a vicenda”.

“È stato senz’altro un uomo santo! Molti lo pensavano. Dentro di lui c’era la pura bontà. La gente sentiva che era come Gesù. Tutti potevano andare a parlare con lui. Non creava alcuna distanza”.

“Quando parlavo con lui, sentivo di essere unica ai suoi occhi, anche se assolutamente tutti coloro che hanno parlato con lui hanno avuto la stessa sensazione”.

“Alcuni musulmani lo chiamavano sempre ‘santo’”.

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