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Chi ha paura dei robot? Come cambia il lavoro… e le relazioni

ROBOT LAVORO

Shutterstock/Phonlamai Photo

Paul De Maeyer - pubblicato il 17/06/18

A lanciare l’allarme è stato nel gennaio scorso una ricerca del pensatoio indipendente Centre for Cities. Ciononostante Sunderland, dove si trovano tra gli altri gli stabilimenti della Nissan, è stata lodata dal presidente di TechUK, l’organizzazione che rappresenta quasi mille aziende del comparto tecnologico, “come la città che indica la via da seguire”.

La città ospita infatti un innovativo hub o centro tecnologico, chiamato Sunderland Software City, che attraverso il programma Go Reboot offre a giovani e meno giovani la possibilità di frequentare corsi di formazione e di riqualificazione professionale. “Per ogni posto di lavoro potenzialmente perso, c’è un posto di lavoro potenzialmente creato”, dichiara all’Huffington Post la responsabile della formazione professionale, Jill McKinney, che sottolinea l’importanza di “demistificare” il comparto tecnologico e digitale: sono settori come gli altri, non qualcosa da temere.

Uno studio pubblicato nel 2015 dalla nota azienda di servizi di consulenza e revisione Deloitte conferma questa visione ottimista, ricorda l’Huffington Post. La tecnologia ha infatti contribuito alla perdita di 800.000 posti di lavoro meno qualificati, ma allo stesso tempo ci sono le “prove evidenti” che essa ha permesso la creazione di quasi 3,5 milioni di nuovi impieghi più qualificati, così sottolinea lo studio.

Interessanti sono anche i dati emersi da una ricerca condotta per conto del Ministero per la Ricerca tedesco dallo Zentrum für Europäische Wirtschaftsforschung (ZEW o Centro per la Ricerca Economica Europea), con sede a Mannheim. Da un lato, così spiega lo Spiegel Online, l’automazione dei processi produttivi ha sostituito nel periodo 2011-2016 il 5% della forza lavorativa tedesca, ma dall’altro lato questa perdita è stata pienamente compensata dalla creazione di nuovi posti di lavoro. Infatti, dal 2011 al 2016 la digitalizzazione ha portato complessivamente ad un aumento dell’occupazione dell’1%, dichiara uno degli autori dello studio, Terry Gregory.

Un simile impatto lo aveva fatto registrare in passato l’introduzione della tecnologia dell’informatica e del computer, ricorda lo Spiegel. L’uso massiccio dell’elaborazione elettronica dei dati costò a molti impiegati e segretarie il posto. Tuttavia, secondo lo ZEW la computerizzazione ha fatto aumentare nel periodo 1995-2011 l’occupazione di quasi lo 0,2% su base annua.

L’altro lato della medaglia è che gli investimenti nelle nuove tecnologie hanno spinto  la disuguaglianza nel corso degli ultimi cinque anni. Infatti, così conclude la rivista, gli stipendi di professioni altamente retribuite sono cresciuti molto più rapidamente rispetto alle retribuzioni medie e basse.

Lo stesso argomento è stato anche sviluppato durante la sopracitata conferenza a Cambridge dal 93enne premio Nobel per l’economia (1987), Robert Solow. La più grande preoccupazione del noto economista del MIT è che i robot e l’intelligenza artificiale aumenteranno ulteriormente la disuguaglianza, “già sostanziale e in aumento”.

Sempre più onnipresenti

Mentre i robot e la cosiddetta “industria 4.0” rappresentano quindi una sfida sia per i governi e le imprese che per i lavoratori meno qualificati, i quali avranno maggiori difficoltà per riqualificarsi nel mercato del lavoro, essi costituiscono in certo senso un treno (anzi, forse meglio TAV) “da non perdere”. La stessa Unione Europea ha lanciato infatti nell’aprile scorso un ambizioso piano per sviluppare l’IA e per “recuperare il gap con USA, Cina e Giappone”, scrive il quotidiano online dell’economia digitale e dell’innovazione Corcom.it.

L’avanzata dei robot e dell’automazione è infatti inarrestabile. Lo dimostrano alcuni esempi. Il Giappone — il Paese del Sol Levante, che non solo è all’avanguardia per quanto riguarda l’automazione, ma deve anche fare i conti con una popolazione in calo e sempre più anziana — si prepara per accogliere en masse il fenomeno dei “badanti robot”. Il governo spera che entro il 2020 quattro anziani su cinque accetteranno di essere assistiti almeno in parte da robot, così segnala il Guardian, che si basa sul piano d’azione governativo New Robot Strategy. Japan’s Robot Strategy (2015). In questo modo, spiega il documento, il numero di infermiere e badanti che soffrono di mal di schiena “si ridurrà a zero” (p. 65).

Sempre in Giappone, gli ospiti di uno smart hotel a Hamamatsucho, nel centro della capitale Tokyo, vengono ormai accolti alla reception da robot umanoidi poliglotti, rivela Euronews.

E nelle sale operatorie di tutto il mondo, tra cui quelle Italiane, si è fatta strada la chirurgia robotica. Sviluppato quasi 20 anni fa, nel 1999, dall’azienda statunitense Intuitive Surgical, il robot chirurgico Da Vinci è presente ormai in una settantina di strutture sanitarie italiane. Il robot, ancora controllato a distanza da un chirurgo “in carne ed ossa”, viene utilizzato soprattutto negli interventi di prostatectomia, di rimozione di tumori dell’addome e dell’utero, scrive il sito robotiko.it.

Problematico e moralmente molto discutibile è un altro sviluppo: quello delle bambole robot del sesso [2]. Desta preoccupazione soprattutto la bambola Roxxxy, della ditta americana True Companion, che ha una modalità impostata per resistere alle avance del cliente. Secondo l’attivista Kate Parker, fondatrice dell’associazione Schools Consent Project, Frigid Farrah — così si chiama la modalità — normalizza la violenza sessuale e il sesso non consensuale. Anche per la robotica vale quindi il proverbio che ogni medaglia ha il suo rovescio.

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1] Traduzione propria dall’originale inglese.

2] Cfr. https://it.aleteia.org/2017/07/06/sesso-robot-rischi/

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Tags:
robotsesso
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