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Ottiene grazie solo chi è in stato di grazia? Una risposta articolata

DIAVOLO OMBRA DONNA

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Giovanni Marcotullio - pubblicato il 24/05/18

Vale per i morti ma anzitutto per i vivi; lo dice il Magistero ma anzitutto la Scrittura; ne parla perfino Dante nella Commedia (e neanche poco), ma le sue fonti erano i Padri e i Dottori della Chiesa.

Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza.

Gc 5, 16

Commentando un articolo, una lettrice faceva un’affermazione lapidaria e bruciante: «Le grazie arrivano solo a chi è in grazia di Dio». La questione può far sorridere per quella (utilissima invero) ripetizione della parola “grazia”, che la fa sembrare un gioco di parole o uno scioglilingua. E in realtà salirebbe alla mente l’assonanza concettuale con l’assioma “I mutui li dànno solo a chi ha i soldi” – e passa la voglia di ridere, perché tutti impariamo (con fatica) che è proprio così (e non è “la crisi”, occhio: Benigni ne rideva nel 1983, ancora epoca di vacche grasse…).

Ma tralasciamo la metafora finanziaria, che ci porterebbe troppo lontano – per quanto lo spunto che offre sia sostanzialmente corretto: sì, le grazie arrivano solo a chi è in grazia di Dio. O meglio, arrivano solo per chi è in grazia di Dio, e ci avviciniamo così a una prima importante distinzione: Dio «fa splendere il sole sui giusti e sugli ingiusti», dice Gesù (Mt 5, 45), ma un unico e stesso giorno non è il medesimo per l’uomo che va a lavorare (costruendo la propria famiglia e la società) e per quello che va a rubare; un’unica e stessa luce non è la medesima per l’alcoolista e per l’innamorato, e un’unica brezza marina può entrare in una finestra dove una nonna cuoce la pappa per il nipote o in una dove una moglie sta tradendo il marito e ancora in una dove un marito picchia la moglie.

Le ragioni della Fede e della Scrittura

Potremmo parlare del trattato scolastico de Gratia e distinguere certosinamente tra gratia gratis data e gratia gratum faciens, e ancora discettare di grazia operante e grazia cooperante, grazia preveniente e grazia abituale, grazia sufficiente e grazia efficace… ma forse in questo contesto sarebbe come spiegare un profumo descrivendo le formule chimiche del suo composto. Il risultato sarebbe che capirebbero solo quelli che già conoscessero le formule usate (e il profumo non lo sentirebbero neppure loro).




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No, dicevo che la grazia arriva solo per chi è in grazia di Dio e quel “per” ha due sensi, immediati e riconoscibili nell’esperienza di ciascuno:

  1. il primo significa che la grazia arriva solo a vantaggio di chi sa accoglierla e metterla a frutto (come indicavo negli esempi di cui sopra);
  2. il secondo che la grazia può essere mediata, sì, ma soltanto da chi sia con essa in una situazione di particolare intimità.

Occorre sgombrare il campo da preconcetti che, inavvertiti quanto si vuole, tuttavia inquinano il pensare la propria fede: per una tanto astratta quanto malsana idea di “giustizia come pura uguaglianza” troveremmo degno dell’Essere Perfettissimo che ascoltasse tutti e ciascuno in egual misura. Dio però non è un bot su Telegram, programmato per rispondere a tutti allo stesso modo, o perlomeno non è tale il Dio cristiano (al limite lo è quello – inutilissimo e odioso – dei teisti, in fondo degli atei senza la a: risponde a tutti allo stesso modo in quanto non risponde ad alcuno): Dio è mistero di comunione di tre Persone coeterne unite nell’essenza, nell’esistenza, nella volontà e nell’azione. È certo che «Dio non fa preferenza di persone» (At 10, 34), come pure che l’odio Gli è estraneo, come sentimento personale:

Hai compassione di tutti, perché tutto tu puoi,

non guardi ai peccati degli uomini,

in vista del pentimento.

Poiché tu ami tutte le cose esistenti

e nulla disprezzi di quanto hai creato;

se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata.

Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi?

O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esistenza?

Tu risparmi tutte le cose,

perché tutte son tue, Signore, amante della vita.

Sap 11, 23-26

Difatti Pietro proseguiva spiegando:

In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto.

At 10, 34-35

Dunque l’amore di Dio è sì incondizionato per tutte le sue creature, però è pure ferito e offeso – come il vero amore personale che è – da ogni atto che lede l’oggetto del suo amore (cioè le sue creature), ossia da quegli atti di autolesionismo che per brevità chiamiamo “peccati”:

Se vedi smarriti un bue o una pecora di tuo fratello, tu non devi fingere di non averli scorti, ma avrai cura di ricondurli a tuo fratello. Se tuo fratello non abita vicino a te e non lo conosci, accoglierai l’animale in casa tua: rimarrà da te finché tuo fratello non ne faccia ricerca e allora glielo renderai. Lo stesso farai del suo asino, lo stesso della sua veste, lo stesso di qualunque altro oggetto che tuo fratello abbia perduto e che tu trovi; tu non fingerai di non averli scorti. Se vedi l’asino del tuo fratello o il suo bue caduto nella strada, tu non fingerai di non averli scorti, ma insieme con lui li farai rialzare.

La donna non si metterà un indumento da uomo né l’uomo indosserà una veste da donna; perché chiunque fa tali cose è in abominio al Signore tuo Dio.

Deut 22, 1-5

Nessuna persona, dunque, è mai odiata da Dio, ma ci sono «cose che il Signore tuo Dio odia» (Deut 16, 29) e che proprio facendoti del male ti rendono sempre meno capace di comunicare con lui, ove “comunicare” significa “condividere i doni e i doveri” – ciò che, nelle sue varianti di lode, di richiesta, di contemplazione, chiamiamo “preghiera”. Per questo i Padri del Concilio di Trento, nel decreto sul Battesimo, vollero chiosare:

Nulla Dio odia in chi è rinato.

Ma il tema è proprio che quando ci facciamo del male la nostra preghiera diventa torbida, sbilenca, inefficace per forza di cose: è come il discorso di un ubriacone… nessuno lo prende sul serio e anche se qualcuno volesse dargli una mano sarebbe lui, l’ubriacone (cioè noi quando siamo nel peccato), a non capirlo e a rifiutare l’aiuto.


PATRIZIA MATACENA AND ROBERTA COTRONEI

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Parola di Dante Alighieri

Se quando studiamo la Divina Commedia non ci accomodassimo sul facile gusto dello “stile basso” riservato all’inferno lo sapremmo bene: Dante ha fatto di questo tema un Leitmotiv della seconda cantica. Nel Purgatorio infatti il Poeta ha voluto dare grande rilievo alla dottrina teologica del suffragio, cioè della possibilità per i cristiani di beneficiare tutti insieme dei meriti di Cristo e di quelli gli uni degli altri.

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