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Quel sermone al “royal wedding” che tutti dovrebbero ascoltare

FATHER MICHEAL CURRY

France 24 English

Catholic Link - pubblicato il 22/05/18

Perché dice molto su quello che vuole (o dovrebbe volere) il mondo: l'amore

di Ruth Baker

In base alla regione del mondo in cui vivete, potreste aver notato che nel weekend ha avuto luogo un certo “royal wedding”, e anche se non lo avete guardato potreste aver notato che a fare subito tendenza non è stato solo l’abito della sposa, ma un sermone. Forse per la prima volta nella storia di Internet, un sermone cristiano ha fatto tendenza sui social media e le risposte ad esso sono diventate virali.

Si potrebbe dire molto su quel discorso. È stato pronunciato dal vescovo Michael Curry, della Chiesa episcopale degli Stati Uniti. Non tutti i suoi punti di vista sono in linea con gli insegnamenti della Chiesa cattolica, ma non è su questo che vorrei concentrarmi, preferendo commentare le reazioni a lui e al suo sermone.

Da britannica che guardava il royal wedding, è stato piuttosto buffo vedere che la formalità dei reali veniva sfidata dal discorso trascinante del vescovo Curry e sapere che non siamo solo noi mortali a ridacchiare in chiesa di tanto in tanto. È stata una boccata d’aria fresca vedere una persona predicare con passione, entusiasmo e mancanza di riserve (cosa a cui in Gran Bretagna non siamo molto abituati), per non parlare dei suoi riferimenti alla schiavitù, a Martin Luther King, all’amore e a un gesuita cattolico romano.

Quello che mi ha davvero colpito, però, è stata la reazione secolare seguita al sermone. Il sito della BBC, notoriamente parziale e secolare, ha scritto vari articoli positivi al riguardo, come ha fatto anche The Guardian, la cui giornalista ha scritto che “il sermone di Curry è stato uno dei tre momenti del royalwedding in cui mi sono commossa. Non mi aspettavo che mi facesse quell’effetto. Avevo pensato che sarei rimasta solo pieno di fredda indignazione per la pompa e l’indulgenza aristocratica della giornata”.

Ho colto qualche conversazione in pubblico al riguardo. Un ospite – un giocatore di rugby britannico – intervistato dopo il matrimonio ha affermato che pensava fosse “un messaggio che andava ascoltato”, e Twitter, Facebook e Instagram sono stati inondati di meme e commenti – alcuni divertenti e irriverenti, o solo sorpresi – sulla situazione. Eccone qualcuno:

https://twitter.com/janinegibson/status/997800348222926848

Ovviamente alcuni commenti sottolineano umoristicamente le differenze tra la cultura americana e quella britannica, ma qualcosa in questo discorso ha catturato l’immaginazione del mondo. È raro che il cristianesimo sia positivamente sotto i riflettori, e noi cristiani faremmo bene a chiederci perché. Non ci si aspetta sicuramente che assecondiamo il mondo, e il fulcro dell’essere cristiani è aspettarsi la persecuzione, ma quello a cui credo che il mondo stia rispondendo in questo sermone virale è questo: “Dio infatti non ci ha dato uno Spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza” (2 Timoteo 1, 7).

Quello a cui il mondo sta rispondendo è quel fuoco, quel coraggio, quella passione disposta a sostenere quello in cui crediamo davanti a tutto e tutti. Non dovremmo avere una fede timida, e tuttavia spesso esitiamo ad essere aperti sulla nostra fede, temiamo di essere entusiasti al riguardo per paura di quello che la gente potrebbe pensare o di come potrebbe giudicarci.

Non sto suggerendo che dobbiamo essere esattamente come questo predicatore. Dobbiamo rispettare la nostra personalità e i doni individuali che Dio ci ha dato, che potrebbero essere meno espliciti di quello che abbiamo visto al royal wedding, ma quello che tutti noi potremmo fare è cercare di capire se siamo timidi riguardo alla nostra fede. Lo spirito parla allo spirito, e nelle conversazioni quotidiane la gente non vuole impegnarsi in una fede che viene presentata in modo esitante, o con imbarazzo o mancanza di convinzione. La gente vuole impegnarsi in una fede solida, non apologetica, entusiasta e sufficientemente fondata nell’amore di Cristo da capire che indipendentemente dal potenziale di persecuzione sappiamo bene cosa sosteniamo. La gente è molto attratta dalle persone che sanno da dove vengono e dove vanno e che non si scusano per questo. Possiamo dire questo di noi stessi e della nostra fede?

E allora non è tanto il contenuto del sermone che vorrei commentare – per quanto sia importante –, quanto la reazione del mondo. Al di là dell’umorismo, penso che possiamo esserne incoraggiati. Chiedete forza, coraggio e audacia nella vostra fede, e dei modi per mostrarla agli altri quando è necessario. Il mondo non vuole, o non ha bisogno, delle nostre scuse o del nostro imbarazzo. Vuole un messaggio chiaro, non diviso, diretto. Vuole la verità, e indipendentemente dalla reazione dobbiamo continuare a dire quella verità. Dobbiamo annunciarla con gioia, calore e amore, come ha fatto il vescovo Curry, e si noterà.

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