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Perché la Chiesa è tanto diffidente nei confronti di presunti veggenti e apparizioni?

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La voglia di credere in qualcosa di decisivo che accade ai nostri giorni spinge talvolta a pretendere che la Chiesa abbracci con slancio ogni pretesa di esperienza mistica… Essa ha invece granitiche ragioni nel procedere coi piedi di piombo, e quanto più lo fa tanto più tutela proprio la fede dei cristiani. Ecco perché.

– Magnifico Abate, ho delle suore che dicono di avere delle visioni…

Frustatele a sangue, vedrete che non ne avranno più.

Questo aneddoto non ha mai cessato di tornarmi in testa, fin dalla prima volta che don Peppino (buonanima) me lo raccontò: l’abate interpellato nella prima battuta doveva essere nientemeno che Bernardo di Chiaravalle, e a ricorrere ai suoi lumi era una sua omologa preoccupata dalle inquietudini di due giovani suore che polarizzavano da qualche tempo la vita della comunità.

I santi abati fanno frustare le monache?

Non mi è mai riuscito di trovare una fonte che attesti il bizzarro apologo, e me ne rammarico molto da quando don Peppino non può più rispondere alla domanda: prima esitavo a fargliela, un po’ perché i modi di quel santo sacerdote sapevano essere ruvidi, all’occorrenza; un po’ perché la sua serietà e il suo rigore di storico sono sempre stati fuori discussione per tutti quanti hanno avuto la grazia di essere suoi alunni, suoi parrocchiani e/o suoi amici.

Non solo per ossequio alla statura del professore mi trattengo dal cassare l’apologo come mera diceria, ma soprattutto perché:

  1. se anche non fosse vero, esso sarebbe certamente verosimile;
  2. anche solo nella finzione letteraria, l’abate interpellato avrebbe sicuramente fatto bene a rispondere in siffatta guisa all’accorata badessa.

Non perché non vogliamo credere alle visioni o a particolari manifestazioni di grazia, ma proprio in quanto intendiamo accogliere simili fenomeni secondo i fini per cui essi giungono a interpellarci: è fuori da ogni ragionevole dubbio che ogni intervento di Dio nella storia umana produca un fine di salvezza individuale e collettivo; dunque dove delle persone pretendessero di avere delle visioni senza crescere nell’umiltà e nella carità (che sole esprimono fra i mortali la santità dell’Eterno), e dove tali visioni non producessero un frutto di bene nell’ambiente umano limitrofo… sarebbe ben difficile riconoscervi all’opera “il dito di Dio”.

Gnoseologia dello spirito secondo Dickens e secondo Shakespeare

È da ricordare che all’intelligenza umana, la quale procede sempre per via induttiva e deduttiva, dialogicamente, e mai per pura intuizione, un agente preternaturale (diciamo per chiarezza un demonio) può facilissimamente apparire soprannaturale (ciò che, in senso stretto, solo Dio è). A parte questo, anche la sola fisiologia umana può alterare le percezioni dei sensi, e paradossalmente un uomo che fondasse la propria fede sulle visioni (o sui racconti di visioni) assomiglierebbe in modo inquietante ai più cinici fra i materialisti, i quali appunto credono nelle cose perché si esperimentano (ovvero perché altri – i cosiddetti scienziati – le hanno sperimentate).

Perfino il più materialista fra i personaggi della letteratura inglese, il dickensiano Scrooge, diffidava del defunto socio d’affari Jacob Marley, che tornava a fargli visita:

– Di che prova avresti bisogno per crederci, oltre a quella dei tuoi sensi?

– Non lo so, disse Scrooge.

– Perché dubiti dei tuoi sensi?

– Perché – disse Scrooge – li influenza qualsiasi piccolezza. Basta un po’ di mal di stomaco per farli barare. Potresti essere un pezzetto di manzo indigesto, un’ombra di senape, una scaglia di formaggio, un frammento di patata mezza cruda. E qualunque cosa tu sia mi sai più di unto che di defunto.

Bravo Scrooge, veramente “loïco” e savio nella sua testarda incredulità: se queste cose non le avesse dette per stornare da sé il terrore dello spettro, sarebbe stato già un pezzo avanti. Invece stava indietro, come tutti noi anche quando pensiamo e diciamo cose esatte.

Un uomo più dolorante di lui e per questo meno incline al terrore aveva già vissuto un’analoga situazione in una pagina assai più alta di quella stessa letteratura. Ma il principe Amleto studiava teologia (e a Wittenberg!), conosceva a menadito i pro e i contra di quella e altre situazioni-limite. Difatti all’avvicinarsi dell’ombra paterna esclamava:

Angeli e ministri di grazia difendeteci! Sii tu uno spirito benefico o uno spettro infernale, esalino intorno a te profumi celesti o vapori d’inferno, siano i tuoi disegni pii o malvagi, tu vieni sotto forma sì sacra per me, ch’io vuo’ parlarti; io ti chiamerò Amleto, re, padre, monarca danese… Oh! rispondimi; non far che quest’ansia mi uccida! Dimmi: perché le tue sante ossa tumulate squarciarono il loro funebre lenzuolo? perché il sepolcro, in cui ti vedemmo placidamente adagiato, dischiuse i suoi poderosi marmi per rigettarti alla luce di nuovo? Che può significare, che tu, corpo morto, rivesta l’armatura d’acciaio ed erri così al baglior della luna, facendo spaventosa la notte? E noi, trastulli di natura, perché siamo per te commossi da sì fiera agitazione e compresi da pensieri che avanzano la portata dello nostre anime? Di’, perché ciò? A qual fine? che dobbiam fare?

Amleto osa, perché ama e soffre, a differenza di Scrooge, che nulla sa di Dio proprio in quanto non soffre e non ama: ma pure nell’azzardo Amleto non perde di vista la questione essenziale di ogni visione che si rispetti – il fine.

Se una visione non porta in qualche modo beneficio – magari in un lago di sangue, mediante il quale però si ristabiliscano il diritto e la verità tra gli uomini – essa è certamente una trappola. Sarà infatti proprio il fine dell’apparizione del nobile Re (che sta in purgatorio) e del vile speculatore (che invece è dannato) a mettere in moto le vicende della tragedia shakespeariana e del Canto di Natale. Didascalico e morale il secondo, sublime e mistica la prima: in ogni caso è un evento non naturale a sbloccare le situazioni di partenza.

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