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Conferenza Episcopale Tedesca divisa: prove per l’intercomunione in Germania?

CARDINAL REINHARD MARX AND CARDINAL RAINER MARIA WOELKI
CARDINAL REINHARD MARX Photo By Antoine Mekary | ALETEIA - CARDINAL RAINER MARIA WOELKI Photo by Paul Zinken | DPA | AFP
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Il giorno dopo la chiusura dell’ultima assemblea plenaria dei vescovi tedeschi, il cardinal Woelki e altri sei pastori hanno fatto recapitare a Roma una lettera per denunciare un’imminente “fuga in avanti” della Conferenza

La lettera a Roma dei 7 vescovi “dissidenti”

Forse anche per queste stranezze, il giorno dopo la conferenza stampa di Marx, il cardinal Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia, rientrato in sede, scriveva una lettera a Roma. La sottoscrivevano con lui i vescovi di Bamberg, Augusta, Eichstätt, Ratisbona, Görlitz e Passau. Una prima cosa notevole è che quattro firmatari su sette siano vescovi bavaresi, dunque particolarmente vicini a Monaco, la diocesi di Marx, che fino a poche settimane fa era anche Presidente della commissione delle Conferenze Episcopali europee (e che ora permane tuttavia presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, nonché di quella del Land più ricco e potente di Germania). Tre su quattro, invece, si collocano a mo’ di “cintura di Orione” sulla fascia centro-settentrionale dell’asse del Paese. Questa osservazione non è peregrina, se si pensa che essa copre con una certa cura tutta la parte della Bundesrepublik in cui i matrimoni misti hanno davvero una qualche consistenza numerica – in Sassonia, per dire, i numeri esigui dei cattolici e la secolarizzazione galoppante dei luterani sono tali da attenuare la sensibilità alla questione.

Ma cosa scrivevano il cardinal Woelki e i sei Vescovi? La lettera non è pubblica, è stato il cardinal Marx a renderne nota l’esistenza, il 4 aprile, con una nota pubblicata sul sito della Deutsche Bischofkonferenz. Il porporato aveva saputo della lettera di Woelki il 28 marzo, ossia cinque giorni dopo la spedizione. Le prime cose che sappiamo, nel dettaglio, sono:

  1. che la loro lettera è di ben tre pagine (dunque decisamente più dei tre paragrafi di Marx nella conferenza stampa);
  2. che è stata scritta con riflesso estremamente rapido e raccogliendo, relativamente allo scarso lasso temporale, una quantità (e una qualità) di firme non trascurabile;
  3. che è stata indirizzata al Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (Luís Ladária Ferrer), al Presidente del Pontificio Consiglio per l’Unità dei cristiani (Kurt Koch), a un canonista curiale (Juan Ignacio Arrieta Ochoa de Chinchetru) e al Nunzio Apostolico a Berlino (Nikola Eterović).

Si potrebbe anzitutto osservare che la lettera di Marx poteva limitarsi a replicare a tutti e soli i quattro destinatari della lettera di Woelki, visto che i sette firmatari non hanno indulto al malcostume di dare in pasto al web missive concernenti delicate questioni ecclesiali. Ad ogni buon conto, nel testo della sua lettera Marx afferma diplomaticamente che i «tanto grandi dubbi» sollevati dai sette firmatari non siano affatto condivisi dalla «stragrande maggioranza» dei membri della Conferenza Episcopale. E questi dubbi verterebbero sulla congruità della proposta pastorale del documento con l’unità della Dottrina e della stessa Chiesa. Interessante è che Marx batta soprattutto su questo punto, ossia sul fatto che la lettera sarebbe stata indirizzata in prima istanza a Koch, mentre il Kölner Stadt-Anzeiger c’informa che il destinatario principale sarebbe Ladária. Sembra in effetti che questa sia la soluzione naturale per chi vuole segnalare un’anomalia dottrinale sostanziale (l’aderenza al deposito della fede) e formale (una decisione disciplinare che coinvolge l’àmbito dogmatico relativamente a un solo territorio nazionale): il Consiglio per l’unità dei cristiani è toccato sostanzialmente, certo, ma in seconda istanza (anche vista la sproporzione tra la “prima congregazione” e un pur blasonato consiglio pontificio).

In merito al contenuto della lettera dei 7, Marx esprime due sole osservazioni:

  1. Altrimenti rispetto a quanto descritto nella lettera, non si presuppone che in ogni matrimonio misto si dia la gravis spiritualis necessitas, bensì si afferma che in alcuni casi di matrimonio misto può derivare dalla comune vita di coppia un grave bisogno spirituale;
  2. È stato più volte e dettagliatamente affermato che – va da sé – è ben possibile a una Conferenza Episcopale nazionale (e stando al c. 844 § 4 del CIC anche a un singolo Vescovo diocesano) formulare criteri che consentano che si dia la Comunione a cristiani che non siano in piena comunione con la Chiesa cattolica; si fa riferimento pure a normative vigenti in altre porzioni della Chiesa.

I due punti protestati da Marx dicono bene l’essenza della disputa in atto, che offre tutti i presupposti per degli sviluppi ecclesiali molto interessanti: non sembri strano che si dica possibile dare la comunione sacramentale a chi non è in comunione con la Chiesa (da un certo punto di vista, in effetti, è un nonsense) – l’accento di Marx sta sull’autonomia della Conferenza Episcopale, come si vede. In effetti Joachim Frank, commentatore del Kölner Stadt-Anzeiger, ha detto fuori dai denti che la teologia c’entra molto poco, e ancora meno è questione di sociologia: quello di Marx – già celebre per affermazioni come “non siamo una filiale di Roma” – è un tentativo di guadagnare autorità pastorale e dottrinale non meno che un segno di cura episcopale per le pecorelle smarrite. Questo spiega perché Woelki e gli altri sei abbiano deciso di scavalcarlo appellandosi a Roma (un grande classico della storia della Chiesa da Clemente I in qua) e perché – per maggior sicurezza – glie ne abbiano dato notizia solo cinque giorni dopo, ossia dopo essersi accertati che nulla potesse più interferire col corretto recapito delle missive in Curia.

La voce del Magistero

Ma vediamo anzitutto il succitato § 4 del can. 844:

Se vi sia pericolo di morte o qualora, a giudizio del Vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale, urgesse altra grave necessità, i ministri cattolici amministrano lecitamente i medesimi sacramenti anche agli altri cristiani che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, i quali non possano accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti.

Così il Codice di Diritto Canonico giampaolino, datato 1983. L’espressione “serio bisogno spirituale”, però, era tratta da un altro testo giampaolino, ossia dall’ultima enciclica del Papa polacco, la Ecclesia de Eucharistia, che al numero 45 recita:

Se in nessun caso è legittima la concelebrazione in mancanza della piena comunione, non accade lo stesso rispetto all’amministrazione dell’Eucaristia, in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso, infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna salvezza di singoli fedeli, non di realizzare una intercomunione, impossibile fintanto che non siano appieno annodati i legami visibili della comunione ecclesiale. 

In tal senso si è mosso il Concilio Vaticano II, fissando il comportamento da tenere con gli Orientali che, trovandosi in buona fede separati dalla Chiesa cattolica, chiedono spontaneamente di ricevere l’Eucaristia dal ministro cattolico e sono ben disposti. Questo modo di agire è stato poi ratificato da entrambi i Codici, nei quali è considerato anche, con gli opportuni adeguamenti, il caso degli altri cristiani non orientali che non sono in piena comunione con la Chiesa cattolica.

Dunque risulta anzitutto evidente che i testi e le disposizioni canoniche rimandano piuttosto al mondo dell’ortodossia, il quale condivide pienamente la dottrina cattolica sull’Eucaristia, che non a quello dell’arcipelago derivato dalla Riforma del XVI secolo.

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