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L’innocenza scampata al diluvio del peccato

Marko Vombergar

Paola Belletti - La Croce - Quotidiano - pubblicato il 22/03/18

Ha fatto bene Dio a non accontentarmi. Ad appoggiare sulla mia schiena questo macigno. Ha fatto bene. A ficcarci in una situazione di continua estenuante incertezza. Prima era l’incertezza del dilemma sano/malato. Malato. Poi tra malato ma recuperabile. Non molto recuperabile. Poi tra operabile con grandi possibilità di ripresa e di accettabile normalità. Operato; tutto è andato perfettamente, è andato benissimo l’intervento. Ma non serve quasi a niente. Poi sui possibili progressi o arresti di sviluppo. Ci sono addirittura degli evidenti regressi. Poi sulla necessità di un altro intervento che però riguarda un aspetto piccolo in un quadro così grave. Come dire: “Signora, che cosa spera. Ma sì glielo facciamo, però…” (C’è una sola dottoressa per ora che ha un atteggiamento magnifico. Caldo e dritto. Vicina ma al suo posto. Preparata e positiva. Diretta, senza sconti e alleata dei genitori. Ci sono medici bravissimi, Deo gratias. Che poi anche avere a che fare con certi genitori…perché guardate tutti me?).

Eppure andiamo avanti. Facendo tutto. Conservando la speranza. Lo dico un po’ sulla difensiva. Lo dico qua ma vorrei arrivasse dritto dritto in alcune teste. Perché mentre hai l’ardire di vivere in mezzo alla gente, il tuo figlioletto ammalato che ha smentito tutti i “vedrai che si sistema tutto, che andrà tutto a posto. Non farmi preoccupare, brinderemo insieme” stuzzica in modo quasi irrefrenabile in alcuni il desiderio di dirti la cosa risolutiva. Per questo la stessa signora mi ripete da qualche mese che c’è una piscina speciale dove “bla bla e perché non ci vai?”, incurante dell’estenuante slalom tra bronchiti acute e gastroenteriti che colpiscono Ludo in quanto fratello minore.

Quanti, nonostante abbia cercato di spiegare che il fatto di essere realisti non è uguale a non sperare, ci rimproverano questo o quello. Rendersi conto della situazione non significa affatto che abbiamo ceduto a fatale o livida rassegnazione. Non smettiamo di cercare occasioni per trovare nuovi elementi, pensare ad altri approcci. Lo facciamo. Nella riconquistata normalità della vita.

Vorrei tanto che lo capissero tutti quelli che hanno a che fare con me. Aspirazione molto poco realistica, questa. Presuntuosa e infantile. Non è questa la via. Non è questa, davvero.

O l’altra mamma, che ha una bimba con problemi che a me sembrano davvero minimi, mi ricorda che se voglio aiutare davvero il mio devo fare come lei. O la supplente mai vista prima né dopo che mentre chiudo il baule carico di zaini e la macchina di figli affamati nel parcheggio della scuola mi chiese se conosca lo specialista Maestro dei Professoroni.

Ho paura, a volte, delle persone. Perché ho cicatrici che non si vedono. E allora per rispettare e accogliere la signora che in buona fede mi dice per l’ennesima volta che ha un cugino con quella patologia e poi ha preso quella medicina o conosce quel bravo medico e oggi lo sente così magari poi lo chiamo io e ci porto mio figlio, ascolto, annuisco e sorrido; ma le cicatrici così fresche e rosse riprendono subito a stillare sangue.

Così mi ritrovo a guardare in faccia la mia debolezza metastatica, che ha già aggredito tutto il mio spirito e le ossa. A volte questi incontri al limite della semplice cortesia o conversazione tra conoscenti, per il mio interlocutore, si traducono per me in pomeriggi di prostrazione interiore. Non è questa la strada. Non è questa. Mi ripeto che Egli solo basta. Solo Lui. Solo Lui. Solo Lui.

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malattia
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