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Avete anche voi una “spina nel fianco”? E qual era quella di san Paolo?

SAINT PAUL
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Tra le tante espressioni ideomatiche coniate dall'Apostolo delle Genti, quella della “spina nel fianco” resta senz'altro una delle più popolari. Dura croce per gli interpreti di ogni epoca, nasconde nondimeno un tesoro per ogni cristiano.

Come spesso accade, dove è impossibile arrivare a una conclusione chiara e condivisa, ognuno dice la sua, e talvolta anche nei modi più goffi. Nella fattispecie, il fondo s’è toccato con Rescuing the Bible from Fundamentalism, di John Shelby Spong: nel 1991, quando il “vescovo” episcopaliano statunitense ancora professava una fede che ricordava quella cristiana, già allora fantasticava di indimostrabili esegesi sulla “spina nella carne di San Paolo”. Con soli 22 anni di ritardo, gli amici di Progetto Gionata hanno tradotto in italiano un estratto. Ne riporto qualche passaggio per mostrare come – quando non si procede in maniera rigorosa – si possa far dire a un testo, letteralmente, qualunque cosa:

Non c’era nulla di moderato in Paolo. Paolo era profondamente preso, passionale, emotivo, pieno di un enorme disprezzo per se stesso, e cercava di gestire questi sentimenti con gli aviti metodi del controllo esterno, dell’instancabile zelo religioso e della disciplina più rigida. Tuttavia non riuscì a dominare le passioni che lo consumavano. Quali passioni? Io penso che non ci sia dubbio che fossero passioni sessuali, ma di che tipo? 

[…]

L’Apostolo è stato sempre considerato fondamentalmente ostile alle donne: scrisse che “è cosa buona per l’uomo non toccare donna” (1 Corinzi 7:1). La passione che ardeva profondamente in Paolo non sembra essere il desiderio di unirsi a una donna. E poi perché tale desiderio avrebbe dovuto essere così negativo? Il matrimonio, l’amore e il desiderio sessuale tra coniugi non erano considerati malvagi o ripugnanti. 

Le passioni sessuali di Paolo non sono spiegabili con questo schema. E allora?

[…]

Alcuni hanno suggerito che Paolo fosse tormentato da paure omosessuali. Questa non è un’idea nuova, eppure fino a poco tempo fa, quando l’omosessualità ha cominciato a perdere alcune delle sue connotazioni negative, questa idea era così repellente per il popolo cristiano che non si poteva farvi cenno nei circoli ufficiali. 

Con questo non voglio dire che l’omofobia della nostra cultura sia scomparsa, anzi è tutt’ora letale e rimane in alto loco nella Chiesa cristiana, essendo poi un argomento sul quale gli ecclesiastici sono profondamente ipocriti, in quanto in pubblico parlano in un modo e privatamente si comportano in un altro. Tuttavia il pregiudizio sta scomparendo, lentamente ma infallibilmente. 

Mentre le posizioni omofobe si ammorbidiscono, possiamo considerare l’ipotesi che Paolo fosse gay. Possiamo testare questa teoria supponendo che sia corretta mentre leggiamo Paolo.

[…]

Se questa ipotesi è corretta, può anche gettare luce in modo potente sulla sua esperienza di conversione, il suo concetto di Gesù, la sua visione della resurrezione e il suo cammino verso l’universalismo. 

In più, ci fornisce un mezzo per entrare in Cristo come fece Paolo e per vedere l’esperienza di Cristo al di fuori del contesto di parole limitate e all’interno del contesto di un’esperienza umana universale. 

Ciò diventerebbe così per noi una porta per una spiritualità universale inaugurata da Cristo, che potrebbe permanere illimitatamente nel futuro in un modo che le ristrette e instabili forme di religiosità del nostro passato cristiano non sembrano più capaci di adempiere.

Un’argomentazione a tesi dalle molteplici fallacie, sulle quali però non è utile soffermarsi ora. In realtà, risulta evidente a chiunque che un’esegesi non si fa puntellando ipotesi peregrine su uno o due versetti decontestualizzati, ma ricollocando i versetti enigmatici all’interno di un quadro quanto più possibile vasto e complessivo.

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