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Spiritualità

Cosa possono insegnarci i monaci del deserto sulla Quaresima?

Catholic Link - pubblicato il 02/03/18

di Andrés Jaromezuk

Vi siete mai chiesti dove nasca la necessità che abbiamo noi esseri umani di allontanarci dal mondo per trovare quello che riteniamo realmente importante? Questo impulso che in parte nasce dall’essere pieni della quotidianità, da una presa di coscienza della mondanità della nostra esistenza e dall’anelito nei confronti di qualcosa che è al di là di ciò che è materiale esprime una condizione antropologica comune a ogni essere umano (in ogni epoca e cultura), che ci porta a cercare l’assoluto.

La necessità che abbiamo noi laici di fare dei ritiri spirituali che ci mettano nuovamente sulla via del Vangelo e ci aiutino a viverlo con nuovo vigore e ad approfondire il nostro rapporto personale con Dio è stata percepita con uguale intensità in diversi momenti della storia e ha dato origine al monachesimo, a quel genere di vita organizzato in funzione di una meta spirituale che trascende gli obiettivi della vita terrena e il cui conseguimento è considerato l’unico necessario. In qualche modo, tutti abbiamo un monaco dentro di noi. Le origini più chiare del monachesimo cristiano risalgono al IV secolo. Dopo l’Editto di Milano (313), che pose fine alle persecuzioni dei cristiani, la Chiesa sperimentò la necessità di riproporre quale fosse il modo corretto di seguire Cristo nelle nuove condizioni inaugurate dalla pace di Costantino. Fino a quel momento, il martirio aveva costituito la testimonianza più completa di amore nei confronti di Dio e la forma più perfetta di carità verso i fratelli, anche se era stato sempre qualcosa di straordinario. Quando cessarono le ostilità nei confronti del cristianesimo, l’esempio di santità cristiana passò al monachesimo.

Oltre alla ricerca di un nuovo modo di vivere la religiosità, il monachesimo del deserto sorse come denuncia nei confronti della Chiesa della sua epoca. La comodità e le facilità create nell’impero amico della nuova religione produssero un calo del fervore cristiano, noia e apatia. Alcuni personaggi celebri come Sant’Antonio, padre degli anacoreti, decisero allora di ritirarsi nel deserto – seguendo l’esempio di Cristo – per vivere un’esistenza cristiana lontana dalle preoccupazioni mondane. A lui si sarebbero uniti molti altri, in varie regioni come Egitto, Palestina, Siria e Cappadocia.

Questi primi monaci ricevettero il nome di “anacoreti” perché all’ascetismo praticato nelle comunità, caratterizzato dalla continenza sessuale, dalla rinuncia ai beni e dalla sottomissione a un gruppo o a una comunità, aggiunsero la separazione dai centri abitati per stabilirsi nella solitudine dei deserti. Poco tempo dopo anche San Pacomio avrebbe preso la strada aperta da Sant’Antonio, aggiungendole però una variante che avrebbe dato origine al cenobitismo: la vita comunitaria. A differenza degli anacoreti, che sceglievano volontariamente la solitudine, i cenobiti si ritirarono nel deserto in gruppi per vivere in comunità.

La Quaresima ci invita a prepararci alla Pasqua del Signore commemorando i 40 giorni che Gesù ha trascorso nel deserto. Come hanno vissuto questi monaci che hanno deciso di ricreare l’esperienza di Cristo ma estendendola a tutta la propria vita? Quali insegnamenti possiamo trarre per vivere la nostra Quaresima in modo diverso da loro ma con la stessa sete di Dio?

In questo post vi proponiamo alcune caratteristiche del mondo spirituale di questi Padri del deserto, perché seppur con le nostre limitazioni possiamo imitarne il cammino verso Dio.

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