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Convivi? Che aspetti? Sposa la tua donna e falla felice!

NGDPhotoworks/Pixaby
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Un lettore ci chiede come prendere il diniego dell'assoluzione fattogli da un confessore. Beh, ci pare ovvio: come uno sprone a porre a sé stesso e alla propria storia una domanda seria e radicale. È ora di prendere in mano la propria vita e per mano la propria donna. Be brave, get married!

Oggi abbiamo trovato nella nostra casella postale un messaggio con una domanda che davvero ci ha fatto sentire “importanti”:

Confessandomi la scorsa settimana il Padre non mi ha assolto e mi ha vietato di prendere la comunione perché attualmente convivo con la mia fidanzata, siamo da 9 anni insieme e conviviamo da luglio ma esclusivamente perché entrambi per motivi lavorativi ci siamo trasferiti in altra città e per motivi economici non possiamo pagare due affitti… entrambi siamo credenti, andiamo a messa e l’intenzione di sposarci in chiesa c’è tutta… questa cosa mi sta facendo soffrire molto… non potrò ricevere davvero l’eucaristia finché non ci sposiamo? Grazie per la risposta ed eventuali consigli.

Più volte abbiamo sorriso tra noi, in redazione, pensando che questa serie di “risposte ai lettori” potesse prendere la piega di una rubrica di Natalia Aspesi (e non mi viene in mente una sola cosa rilevante sulla quale io possa concordare con lei); a dispetto però delle facili battutine va rilevato che quando la fede intercetta la vita e la interpella sta davvero “facendo il suo lavoro”. Lo spiegava stamane il cardinal Camillo Ruini in un’importante intervista rilasciata al Corriere della Sera:

[…] la fede stenta a tradursi in cultura, in capacità di valutazione e di giudizio. Questo è probabilmente uno dei limiti maggiori della formazione che diamo nelle parrocchie e nelle associazioni.

Dunque sì, ci sentiamo “importanti” quando vediamo che la nostra piccola compagnia risulta utile a compiere la sintesi etica della fede cristiana – che non è un teorema, come sappiamo, bensì un incontro.

Come spesso accade, quando ci sembra di aver subito un’ingiustizia da parte della Chiesa (la quale invece è chiamata ad essere “collaboratrice della nostra gioia” – cf. 2Cor 1, 24) siamo noi che ci impuntiamo ponendo le domande sbagliate. Al lettore che ci chiede, dunque, se davvero non potrà fare la comunione finché non si sposa, noi rispondiamo con una domanda: «Ma perché non ti sposi? Anzi, più correttamente, perché non sposi la tua donna?».

Sei fidanzato da 9 anni, dunque probabilmente non sei più un adolescente, ami questa donna e vuoi vivere con lei. Allora qual è il problema? Sposala. Il problema non è, banalmente, che voi andiate a letto insieme (per quanto la magagna dei rapporti pre-matrimoniali sia che sono pure extra-matrimoniali…): il problema vero è che al momento tu non stai vivendo con la virilità di Cristo, ma ti stai conformando alla mollezza effeminata e ambigua del mondo. Il riferimento scritturistico è sempre il solito: Ef 5. Prendiamo anzitutto il “pezzo forte” (nella parte che, in quanto uomo, riguarda di più il nostro lettore):

E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell’acqua accompagnato dalla parola, al fine di farsi comparire davanti la sua Chiesa tutta gloriosa, senza macchia né ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata. Così anche i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo, perché chi ama la propria moglie ama se stesso. Nessuno mai infatti ha preso in odio la propria carne; al contrario la nutre e la cura, come fa Cristo con la Chiesa, poiché siamo membra del suo corpoPer questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e i due formeranno una carne sola. Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!

Ef 5, 25-32

Amare «con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Deut 6, 5 in Mt 22, 36 e Mc 12, 30), come la Legge prescriveva di amare Dio – perché è Dio in Persona che così ci ha amati –: questo è richiesto a noi uomini, darci senza riserve, dare la vita guardando alla nettezza virile con cui Cristo ha perseguito il suo disegno d’amore. Perché questo? Perché è questa donazione che torna in frutto – ed è donazione seminale che implica e postula la totalità definitiva della disponibilità ad accogliere un figlio, ma non solo – e tutto il resto è parziale quando non caricaturale a suo confronto. Questo è ciò che ci permette di trovare la nostra donna «tutta gloriosa, senza macchia né ruga né alcunché di simile» – diceva bene il Papa: «Il marito rende la moglie “più donna” e la moglie rende il marito “più uomo”». 

Sì, ma «l’intenzione di sposarsi in chiesa c’è tutta», precisi tu. Mi fai tornare in mente una scena memorabile di Borotalco: «Adesso giusto er tempo de… così, de ingranare co’ ’sto lavoro nôvo…»

Non c’è bisogno di avere Mario Brega di fronte, caro amico lettore, per guardarci dentro e riconoscere che in questi ultimi anni abbiamo fatto – ciascuno di noi – mille cose, se veramente volevamo farle. Quelle che non abbiamo fatto non le abbiamo fatte appunto perché non volevamo farle. Proprio ieri ho tradotto qui su Aleteia la storia di Jerzy Bielecki, che per amore della sua Cyla Cybulska s’inventò un rocambolesco e ardito piano di evasione da Auschwitz: noi che scuse accampiamo per procrastinare “il giorno più bello”?

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