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Il monaco francese che vive la pace dell'eremo in Calabria

FATHER FEDERIC VERMOREL

Frédéric Vermorel | GOOGLE PLUS

Enzo Romeo - Credere - pubblicato il 26/01/18

Laureato in Scienze politiche e Teologia, ha riportato in vita il santuario di Sant’Ilarione

Strano dirlo, ma un eremita non è mai solo. Sente sempre accanto a sé la presenza di Cristo. In Calabria l’anacoreta francese Frédéric Vermorel ha trovato un secondo compagno fedele, il fiume. Il santuario di Sant’Ilarione, dove vive dal 2003, sorge ai margini dell’Àllaro, l’antica Sagra, famosa per la battaglia tra Crotone e Locri, che nel VI secolo a.C. si contendevano la supremazia della Magna Grecia.

Frédéric cercava un posto in disparte ma non isolato, abbastanza spazioso per accogliere degli ospiti e che richiedesse tanto lavoro. «Trovai tutto questo più altre due cose: un’antica storia di preghiera, interrotta solo nel 1952, quando una terribile alluvione costrinse l’ultimo monaco a lasciare il romitaggio; e il fiume, che mi ricorda le vacanze della mia giovinezza». L’inflessione francese si avverte a malapena. Fratel Frédéric parla un italiano fluente, con l’andamento pacato di chi non ha fretta, scegliendo le parole giuste. Ha la barba bianca, i capelli a spazzola e una posa resa precaria dagli acciacchi. «Il fiume è una benedizione, prega e canta anche quando io non lo faccio». Pronuncia questa frase quasi da innamorato e intanto, attraverso la finestrella della cucina, guarda il greto sassoso, dove l’acqua scorre impetuosa tra alte pareti di roccia. «La mistica non è mai separata dai luoghi. Il francescanesimo non sarebbe quello che è senza i panorami dell’Umbria e del Centro Italia. Il paesaggio ti entra dentro. Guarda i contrasti che ci sono intorno a noi: gli strapiombi aridi, la vegetazione rigogliosa, le ombre e i colori vividi… Questa bellezza drammatica ti scolpisce l’anima». Sul tavolo di legno grezzo intorno a cui siamo seduti c’è un cesto di pane e un commentario del Vangelo di Luca. Cibo per il corpo e per l’anima.

Com’è finito in questo lembo di terra italo-bizantina un uomo nato a Le Mans e laureatosi a Parigi in scienze politiche? «Da ragazzo frequentavo Taizé, dove conobbi Gianni Novello, uno dei primi fratelli cattolici ad affiancare frère Roger Schutz. Agli inizi degli anni Ottanta, Gianni mi invitò a Rossano Calabro, dove aveva da poco fondato una piccola comunità religiosa. Stavo maturando la mia vocazione monacale e decisi di trasferirmi lì. Vi sono rimasto dodici anni, affascinato da una terra dove si percepisce l’incontro tra Oriente e Occidente cristiani».

EREMITA DIOCESANO
Dissoltasi la comunità di Rossano, Frédéric tornò in Francia e lavorò come volontario all’Arche. Jean Vanier, il fondatore, divenne per lui quasi un padre. Quando gli consigliò di tornare sui libri per perfezionarsi in teologia, Frédéric non esitò e dall’oggi al domani si ritrovò a Bruxelles, presso l’istituto dei padri Gesuiti. Furono cinque anni intensi di studio. Ora bisognava decidere che forma dare alla propria esistenza. Frédéric provò varie strade, finì anche in Brasile, presso la comunità benedettina di Goiás, marcata dalla presenza di Marcelo Barros de Sousa, teologo terzomondista già collaboratore di dom Hélder Câmara. Ma più si allargavano le esperienze, più si faceva largo la scelta della vita eremitica. Il suggerimento decisivo venne da don Giorgio Scatto, della Piccola Famiglia della Resurrezione di Marango, in provincia di Venezia, altra piccola comunità monastica frequentata da Frédéric. «Era la Pasqua del 2002. Don Giorgio, che sapeva del mio legame con la Calabria e del mio desiderio di deserto mi disse: “Vai da Bregantini, qualcosa accadrà”. Fu come un corto circuito. Erano le parole che attendevo, un vero segno di Dio». Padre Giancarlo Bregantini, allora vescovo di Locri, propose a Frédéric di sistemarsi a Sant’Ilarione, nei pressi della frazione San Nicola del comune di Caulonia, dove da mezzo secolo il tempo sembrava essersi fermato.

Era l’approdo che da tanti anni stava cercando, quello in cui applicare tre semplici parole: preghiera, lavoro, accoglienza. «Le difficoltà pratiche all’inizio furono tante. Non c’era acqua corrente, né luce elettrica. Ma ero euforico, niente mi avrebbe fermato. Fui “adottato” dalla gente del posto, che desiderava come me che questo luogo risorgesse. La mia non è stata una vera e propria scelta eremitica. Per me era chiaro che dovevo ricominciare il cammino di fede da solo, il resto sarebbe venuto da sé». Frédéric, nel silenzio rotto solo dalla “voce” del fiume, scrisse la sua regola, approvata dal vescovo. Già da molti anni è ufficialmente un «eremita diocesano», in base al canone 603 del Codice di diritto canonico. Le giornate sono scandite dalla liturgia delle ore, mutuata da quella di Bose, ma con cinque appuntamenti anziché tre, dal mattutino alla compieta. L’orazione è accompagnata dal suono della cetra, nella chiesa vetusta e malconcia. Non importa se ad ascoltare le salmodie, a parte Dio, siano solo i suoi due cani meticci: la preghiera ha la capacità di espandersi fino agli estremi confini e di coinvolgere tutti quelli che si portano nel cuore.

PROFETA SCOMODO
Man mano che passano gli anni Frédéric somiglia sempre più a un profeta. Scomodo, come tutti i profeti, perché avverte dei pericoli che molti preferirebbero ignorare. Ha denunciato l’inquinamento del fiume e il suo smodato sfruttamento, ha alzato la voce contro la presenza mafiosa che condiziona queste contrade. «Credo che le persone che ho intorno siano un po’ disorientate: pensavano di avere a che fare con un prete e invece c’è un tipo che non può dir Messa, uno strano monaco che vive e prega fuori dai loro canoni tradizionali; si aspettavano un fraticello tranquillo ed ecco invece uno che spesso dice cose scomode». Eppure la battaglia da fare è comune. L’entroterra si spopola. Né il paese, né l’eremo vogliono sparire. San Nicola aveva quattrocento abitanti quando arrivò l’eremita, oggi ne sono rimasti meno di duecento. «Spero che la mia solitudine sia feconda, che un giorno arrivino qui dei fratelli o delle sorelle che proseguano questa esperienza. Ho 60 anni e sento il desiderio di lasciare un’eredità. Mi dispiacerebbe che dopo di me questo luogo fosse riconsegnato ai pipistrelli».

Articolo tratto da “Credere”

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eremita
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