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“Ho resistito perché sono stata amata”: Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, nominata senatrice a vita

Liliana Serge
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Per circa quarant’anni non racconta nulla. Sopravvissuta ad indicibili orrori, si è sposata e ha avuto tre figli. Ai ragazzi chiede di scoprirsi forti e di opporsi a odio e indifferenza

Si è fatta carico di offrire ai suoi “nipoti” la memoria di quello che è accaduto, nel cuore dell’Europa progredita, perché la generazione che vi è sopravvissuta si sta esaurendo. E lo fa senza odio e senza spirito di vendetta (anche se dice che non perdona). Ha dovuto camminare, cambiare, compiere una sorta di conversione per smettere di odiare e diventare, così lei si definisce, una donna di pace.

E quello che fa da tempo è raccontare il suo pezzo di storia pesante ma piena di grandezza e fede nella forza dell’uomo, un pezzo di storia che sembra una stoffa. Tessuta intorno ai numeri.

Man mano che le nubi si addensano, proprio come quelle descritte da Anna Frank nel suo diario, lo scorcio di azzurra normalità si restringe. E mentre molti ebrei italiani si preparano a partire, suo padre, vedovo da quando Liliana è piccina, resta a Milano. Non ci crede che in Italia faranno mai cose orribili come sente dire che succede in Germania. Non ci crede.

Si spostano in Brianza. Tenteranno la fuga in Svizzera. Ma dopo avere già festeggiato il successo di questa rocambolesca ed eroica impresa saranno respinti. Una guardia li chiamerà “ebrei impostori”. E poiché non crede che in Italia succedano quelle cose li rispedì indietro a forza, come altri 28.000 italiani.
E così quel gendarme condanna di fatto quei quattro poveretti, lei, suo padre, due cugini, alla deportazione. Circa due anni dopo lei sola tornerà, viva.

Saranno dapprima reclusi nel carcere di Varese, poi di Como e infine a San Vittore, a Milano. Era felice lì, pur piangendo per molte ore, perché stava con suo papà.

Quando le chiedono cosa l’abbia tenuta in vita in mezzo a quello che ha attraversato dice senza esitare che è stato l’amore. Mica quello ideale, ma quello di suo papà, (quanto lo amava anche lei!) e dei suoi nonni, soprattutto.

«Mi domando sempre come ha fatto quella ragazzina a salvarsi. Mi rivedo con la testa rapata, i piedi piagati dalla marcia della morte…».
«S’è data una risposta?»
«L’amore. Sono stata così tanto amata, dai nonni, da mio papà, un santo perdente. Un amore che mi
serve anche adesso, che è come una pelle fantastica che ripara da tutti i mali del mondo. E ho
ritrovato l’amore con mio marito». ( Corriere della Sera, 20 gennaio 2018)

Dopo S. Vittore, con l’ultimo tocco di umanità vera– quella dei detenuti che li salutano, li benedicono, lanciano loro guanti, arance, di tutto, e che vogliono rassicurarli –  salirà su un treno spinta a calci con altri 604 ebrei che erano con lei nella lista. Un lugubre appello al quale avevano dovuto rispondere, senza sapere, ma temendo. Partono da Milano Centrale, binario 21.

Il viaggio, e mi dispiace della familiarità cinematografica che abbiamo forse in molti sviluppato rispetto alle deportazioni, deve essere stato più che un anticipo di inferno. Ma lei ricorderà che da lì in avanti non ci sarà più nessuno a chiamarla “amore”, “tesoro”… Da allora basta. E da quel momento finisce anche lo scambio di sguardi, di silenzio (quanto si erano detti nel silenzio del treno lei e il papà, capendo che sarebbero andati a morire), di amore tra lei e suo padre. Le mani si staccano: le donne da una parte, gli uomini dall’altra. Sarà stata quella l’ultima volta. Il padre viene portato subito alla fucilazione.

75190 è il numero tatuato sul suo braccio sinistro.

Necessaria tappa della riduzione a cose delle persone, ora nemesi potente: “questo numero sono io, mi ci identifico”, spiega con una tale forza!

Lo porta con onore perché è una vergogna incancellabile per chi lo ha fatto. A lei viene in mente la relativamente recente ordinanza del Sindaco di far tatuare i cani, così se li perdiamo… Ecco, loro, bambine, donne, uomini, bambini: come bestie, anzi peggio.

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