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Finalmente possiamo rimettere la violenza nella preghiera!

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Giovanni Marcotullio | Aleteia Italia | Wed Dec 20 2017

Il finale di Giobbe, ovvero “la versione di Dio”

E alla fine il Signore compare «levandosi dal turbine», e dopo aver duramente ammonito Giobbe, come si può solo tra persone che hanno in comune l’aver molto patito, si rivolge ai suoi zelanti avvocati, parlando con il loro corifeo:

La mia ira si è accesa contro di te e contro i tuoi due amici, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe. Prendete dunque sette vitelli e sette montoni e andate dal mio servo Giobbe e offriteli in olocausto per voi; il mio servo Giobbe pregherà per voi, affinché io, per riguardo a lui, non punisca la vostra stoltezza, perché non avete detto di me cose rette come il mio servo Giobbe.

Gb 42, 7-8

Ecco, è Parola di Dio: il Signore non si disturba, se alziamo la voce durante la preghiera. Anzi, osserva acutamente Wénin nel suo libro, nella Bibbia è Caino il personaggio che si rifiuta di dire il proprio dolore a Dio, e per questo immediatamente sfoga quel dolore inespresso nell’atto che non fu il primo peccato della storia, ma che divenne bensì il primo omicidio.

Se la Bibbia non parlasse di violenza non mi interesserebbe, non sarebbe credibile perché non parlerebbe del mondo in cui viviamo.

Sì, signori: queste parole non sono di Quentin Tarantino, ma di un ultrasessantenne europeo docente di teologia.

Ora, per quanto io ami i salmi deprecatori e abbia sempre lamentato l’interruzione sul più bello del Salmo 137 (una cosa per me immorale quanto un coitus interruptus!), certo bisogna riconoscere che sono testi difficili, ostici e da spiegare con calma. Il cristianesimo, però, non è in balia di imam folli in giro per il mondo: il suo testo viene spiegato autenticamente dal Magistero, a cui – come ricordava lo stesso Paolo VI in Laudis canticum – spetta il compito di introdurre adeguatamente i fedeli alla preghiera del salterio.

Eppure quella dello struzzo non è una soluzione: se anche si può accettare come principio pedagogico l’acclimatazione graduale alla violenza di certe pagine bibliche, si deve pure lamentare che gran parte dei commenti ai salmi (anche ottimi, tipo quello di Luís Alonso Schoekel o di Paul Beauchamp!) si limitano appena a dire due parole sull’esegesi allegorica quando proprio non possono farne a meno, ma non tematizzano a dovere l’argomento dell’imprecazione nella preghiera. Wénin denuncia duramente, quindi che alcuni sono stati riscritti, «così da conferire loro un tono più accettabile»; altri sono stati trattati come anticaglie precristiane, un residuato veterotestamentario «declassato dalla rivelazione cristiana»; altri ancora sono stati interpretati come «il riflesso dell’uomo vecchio» che si oppone al Vangelo e «dal quale dobbiamo ancora essere salvati». Qualche esegeta ha perfino (impudentemente!) argomentato che in certi Salmi «si apprende ciò che Dio non è». Personalmente saluto queste pagine di Wénin con grande gioia, ritenendo che faranno molto bene a molti e alla Chiesa tutta. Sono euforico nel dirlo? Sì, direi col salmista stesso: «Come un guerriero eccito il mio ardore». E Wénin non è meno esplicito:

Sono arrabbiato con la mia Chiesa che priva i credenti di una risorsa straordinaria, fonte senza pari di intelligenza della vita umana e di spiritualità.

Gli appunti delle lezioni di Bruna Costacurta

Ha tutte le ragioni del mondo. Mi consola il ricordo delle lezioni della professoressa Bruna Costacurta, in Gregoriana, che pure lei affrontava l’argomento (con determinata delicatezza e un tocco virile in guanto rosa). Rileggo le sue parole nei miei appunti:

Questo ci porta ad interrogarci sul problema della violenza nei salmi, nei testi che dovrebbero essere testi di preghiera. È un problema dibattuto. Questa violenza diventa imprecazione, richiesta di vendetta, ma come mettere insieme queste due dimensioni, come pregare e imprecare? È il problema dei salmi imprecatori, ma in molti salmi ci sono frasi imprecatici. Un esempio è il salmo 83. Si chiede a Dio di intervenire e secondo le modalità della storia e della natura, fare come il turbine, come il fuoco, il terremoto, insomma distruzione totale. E poi «distruggili come è successo al tempo dei Giudici al tempo dei Cananei e Madianiti». A cosa si fa riferimento qui?Gdc 7 e 8: Gedeone che spaventa i Madianiti, i quali finiscono conl’ammazzarsi a vicenda; i Cananei in Gdc 4 e 5: il generale Sisara fugge sconfitto, chiede riparo alla tenda di Giaele che quando si addormenta gli ficca nella tempia il picchetto della tenda.

Questi nemici si stanno rivolgendo contro Dio e il salmista lo dice chiaramente: «Sono i tuoi nemici, coloro che ti odiano, allora svegliati, intervieni». E nel momento in cui nomina questi nemici si scopre che sono popoli che sono stati nemici di Israele con la volontà di opporsi a Dio, di impedire il realizzarsi del suo progetto, sempre una dimensione blasfema, sono nemici del popolo ma in primis di Dio, hanno tutti svolto una funzione di contrapposizione anche al divino. Quello che adesso dicono i nemici contro cui il salmista si scaglia ha una valenza blasfema: chiedono che Israele non sia più ricordato da Dio. «Conquistiamo per noipascoli di Dio», e qui usano un verbo teologico molto usato in Dt, il verbo usato per dire ciò che Dio dà in eredità: «Prendiamoci questa eredità di Dio non come un suo dono, ma per strappare questo dono e così interrompere l’alleanza». Il dono è rifiutato e Dio affermato come infedele. Davanti a questa ostilità nei confronti del divino, ecco il salmo che chiede l’intervento del Signore, che deve piantare il chiodo nella tempia del nemico.

Ci troviamo nella Scrittura davanti a preghiere che chiedono morte al Dio della vita. È contraddittorio? Cosa dire davanti a questi testi? Certo non è soluzione fare finta che non ci siano: cerchiamo di capire cosa vogliono dire. La prima cosa è che questi salmi sono preghiere che nascono dalla consapevolezza che il male e il peccato sono realtà contro Dio: chi prega il salmo imprecatorio non è tanto preoccupato del male che riceve quanto del fatto che il male mette in gioco Dio, fa male a Dio. Se il male trionfa senza che Dio intervenga, diventa legittimo chiedersi dove sia Dio. Se il male vince, dov’è Dio? O non c’è o è impotente, che è la stessa cosa.

La preghiera imprecatoria si preoccupa di Dio e aiuta chi prega a capire la profondità del male e dell’orrore del male. Il salmo imprecatorio ti costringe a reagire, dicendoti che se davanti al male rimani fermo, calmo, tranquillo, sorridente, se tu fai questo stai mentendo, vuol dire che non te ne importa niente, o sei connivente o sei indifferente. Prova a farti toccare da quell’orrore, vivi fino in fondo quell’orrore e poi vediamo se resti ancora calmo. Il salmo imprecatorio dice che davanti al male bisogna reagire violentemente e ti fa tirare fuori tutta la tua violenza; la preghiera imprecatoria fa sì che questo desiderio di vendetta venga fuori, che si abbia il coraggio di dirlo, ma come preghiera, mostrando la nostra realtà di violenza a Dio, mettendola davanti a Dio per chiedere a lui di convertirci, se trasformiamo il nostro desiderio in preghiera in realtà ci stiamo rinunciando, chiediamo sì a Dio di fare vendetta, gli chiediamo questo però poi dicendogli che sia lui a farlo, nella consapevolezza che quando siamo noi a fare vendetta usiamo i nostri criteri, quando la fa Dio, bene, Lui la farà secondo i suoi criteri.

Noi chiediamo che Dio vinca utilizzando le nostre immagini, ma lasciando a Dio di fare vendetta a suo modo. E il modo di Dio ormai lo conosciamo, Dio fa vendetta perdonando, distruggendo il vitello d’oro, polverizzandolo e poi dando le seconde tavole. Dio fa vendetta distruggendo non il peccatore ma il peccato, e ultimamente fa vendetta mandando suo Figlio ad uccidere la morte e a distruggere il peccato. Pregare i salmi imprecatori è chiedere che venga pasqua, che la morte muoia, è chiedere quello che chiediamo nel Pater, venga il tuo regno, venga presto, venga con tutta la forza di Dio, la violenza non della nostra vendetta, ma la violenza del nostro desiderio del regno di Dio, i salmi ci prestano le parole per chiedere con forza che venga il regno e sia il regno di pasqua lì dove la morte muore e il peccato è vinto. Allora questi salmi ci aprono al desiderio di salvezza, trasformando il desiderio di morte in desiderio di vita. E non ci dimentichiamo che quando chiediamo che il male venga distrutto con tutta quella violenza, stiamo anche chiedendo che sia distrutto il nostro male, chiediamo che quel chiodo sia infilato nella nostra tempia per poterci aprire al bene della vita.

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