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Perché è così difficile tornare ad essere come un bambino?

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padre Carlos Padilla - pubblicato il 04/12/17

L'amore del bambino che sa di essere amato è eroico. Perché non si ferma davanti ai pericoli

Non mi è molto chiaro se è la vanità il peccato che mi fa cadere nella mancanza di misericordia. Mi sento importante e all’improvviso guardo dall’alto in basso, sminuisco e giudico gli altri. Arrivo a pensare di valere solo per quello che produco, per quello che si vede dalle mie opere, per quello che il mondo apprezza nelle mie azioni.

Sorge la vanità nell’anima, il credermi migliore degli altri. Questo sentimento insano penetra nel mio cuore e mi rende vulnerabile. Sì, più provo vanità più sono vulnerabile, più dipendo dall’apprezzamento degli altri più condanno e giudico. E divento teso. Distante. Un po’ prepotente. Presuntuoso. Pretenzioso.

Cerco la carezza che mi faccia sentire bene. Mendico il riconoscimento di tutti e sempre. Ho bisogno dell’elogio e della lode per poter sorridere. Che mi seguano in migliaia, in milioni.

Pretendo sempre di piacere, di andar bene e di essere apprezzato. Sempre e in tutto. E visto che non è possibile e non capita, mi turbo e soffro. È quella debolezza dell’anima che si abbassa cercando l’approvazione di ogni creatura.

Quanto mi vedo povero allora fuggendo dalle critiche e cercando sempre l’accettazione del mondo, non quella di Dio! Non so se è una tentazione o la mia anima è malata perché in qualche angolo nascosto ha una ferita d’amore profonda che non sono capace di riconoscere. Qualche critica non dimenticata. Qualche disprezzo inciso nell’anima.

La mia autostima viene ferita. L’amore per me stesso soffre. Non mi accetto, non mi amo, non mi piaccio e spero che gli altri mi accettino e mi vogliano bene. Dimentico quell’amore profondo di Dio inciso un giorno nella mia anima. E vivo come se Dio non mi amasse abbastanza.

Diceva padre Josef Kentenich: “Dio è un buon padre di tutti gli uomini, un padre che con il massimo amore si preoccupa di ciascuno dei suoi figli, di ogni piccolezza nella loro vita, e dispone e conduce tutto per il bene di ciascuno”.

Quell’amore incondizionato di Dio, che mi ama in tutti i miei fallimenti e in tutte le mie cadute, è l’unico capace di guarire le mie ferite. È un balsamo che mi dà incoraggiamento e pace quando ne ho più bisogno.

Dio mi ama come sono senza che lo meriti. Mi ama nella mia povertà. Dimentico questo amore di figlio. Spesso credo che Dio mi ami solo quando sono buono, quando sono fecondo, quando sono utile. E se non sono buono non mi ama, mi mette da parte, mi dimentica.

Voglio prendere coscienza del mio valore di figlio. Ricordare il suo amore impossibile. Scoprire Dio come Padre e sapermi amato da Lui in ogni circostanza, che lo meriti o no. Lì dove si è risvegliato l’amore filiale quanta impotenza si prova! Ogni grado di amore filiale approfondisce la consapevolezza della nostra debolezza. Solo quando il bambino è piccolo può essere grande.

Sperimento la mia debolezza come figlio e mi apro al potere di mio Padre. Solo se scopro la mia fragilità e la offro Dio può avvicinarsi a me. Solo se confido. Mi piace toccare la mia fragilità, la mia debolezza. Da solo non posso far niente.

L’amore del bambino che sa di essere amato è eroico. Perché non si ferma davanti ai pericoli. Confida pienamente in quel Dio Padre che lo ama e va a cercarlo in mezzo alla tormenta.

L’amore di Dio è così, anche se io me ne dimentico. Gli piace vedermi impotente e debole per poter tendere le braccia a me inclinando il suo volto. Gli piace sapere che ne ho bisogno e chiedo la sua presenza. Che lo cerco quando sento che senza di Lui non posso far niente.

È dell’esperienza della filialità che ho bisogno per imparare a vivere. Dio mi ama quando mi riconosco piccolo. Dio mi ama non perché sono potente o perché lo merito. Dio mi ama quando metto da parte la mia vanità e mi sento umiliato.

È per questo che si è incarnato in un bambino. Si è messo alla mia altezza. Ha abbassato il suo potere ed è diventato vulnerabile, fragile, indifeso. Per risvegliare in me la stessa consapevolezza di debolezza. Mi faccio bambino per scoprire il potere di Dio. Divento bambino per poter toccare il suo amore misericordioso.

Dio mi ama follemente e non mi lascia mai. Mi ama perché mi ha creato come sono, mi ha scelto, mi ha sognato. Mi ha immaginato con i miei doni e i miei difetti. Con le mie capacità e le mie incapacità. Mi ama perché vuole tirar fuori da me la versione migliore di me stesso, quella che ancora non conosco. E non vuole che soffra vedendomi incapace di fare tutto ciò che desidero.

Spesso cado nella vanità e cerco gli applausi. Ho bisogno di essere riconosciuto, di essere valorizzato. E divento duro e importante. Potente e forte. Come se non avessi bisogno dell’amore gratuito di nessuno per sopravvivere. Sento che posso chiedere tutto alla vita, qualcuno me lo deve. Credo di avere dei diritti.

Non voglio la gratuità di nessuno, neanche quella di Dio. Non desidero che mi diano qualcosa senza che me lo meriti. Divento esigente con me stesso, con gli altri, con Gesù. Non confido più nel fatto che Dio mi aiuti se non faccio niente, se non ci metto del mio.

Non credo nel suo potere quando sperimento di non potere. Credo piuttosto in quello che tocco, in quello che posso raggiungere. Divento vanitoso quando le cose mi vanno bene. Mi sento forte e allora Dio non può mostrarmi il suo amore di Padre, non glielo permetto.

Vede che non ho bisogno della sua presenza e vicinanza, e si intristisce. Vede che non sono un bambino. Perché sono diventato un uomo rigido e sicuro di me. Non dubito dei miei passi. Non temo. Non confido in nessuno.

Vorrei imparare ad essere più bambino. Per poter entrare dalla porta piccola della sua anima. Vorrei tornare a quella età. Recuperare l’innocenza perduta. Tornare a guardare con occhi puri.

Vorrei riconoscere che non riesco a fare tutto da solo. Che ho bisogno del suo amore, del suo abbraccio, delle sue cure, per poter andare avanti. So che senza quell’amore paterno di Dio non cammino. Senza l’amore materno di Maria non riesco ad avanzare.

L’Avvento è un lento ritorno ai miei anni dell’infanzia. Quando le sorprese mi meravigliavano e il tempo era un presente eterno. E non c’erano preoccupazioni, né paure o fretta.

Mi piace tornare ad essere bambino mettendo da parte la mia maturità vanitosa. Mi piace tornare a sorridere per niente. E sognare cose impossibili, di quelle in cui credono i bambini. Quando non c’è morte né dolore. Quando non c’è nostalgia né perdita. Mi piace lo sguardo dei bambini. Vorrei tornare ad essere bambino. Guardo Gesù.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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