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Tre (delle 5) colonne su cui costruire il proprio edificio spirituale. E difenderlo

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Paola Belletti - Aleteia Italia - pubblicato il 22/11/17

Diciamo che la preghiera biblica, la Lectio divina di cui abbiamo già parlato, e la Liturgia delle ore, la preghiera della Chiesa, sono le due grandi colonne, però ci sono anche l’adorazione, il rosario, la preghiera spontanea, le Giaculatorie, la Preghiera del cuore, il semplice silenzio per la meditazione. Pregare è difficile, MA alcune piccole regole ci sono di aiuto. a) Estirpare le cause volontarie delle nostre difficoltà (pare che i Padri del deserto sconsigliassero di tenere il cellulare con le notifiche Facebook accanto a sé, e anche l’elaborazione di menu per cena non aiuta). b) Non dire «non ho tempo» (io, per esempio, il tempo per una corsetta riesco a trovarlo davvero quasi sempre, creando miracolose interruzioni nel continuum spazio-temporale, facendo il giro largo quando vado a buttare la spazzatura, affrontando la pioggia invernale a meno due gradi alle undici di sera quando anche i militari di guardia che mi vedono passare davanti alle ambasciate si rintanano nei camioncini e non ne uscirebbero neppure se lanciassi in aria uno zainetto gridando «Allahu Akbar», tanto mi conoscono ormai). c) Non dire «non sento niente»: amare è volere. d) Nessuno prega per se stesso e a proprio rischio: Gesù sempre ci assiste. Anzi, siamo noi che partecipiamo alla preghiera di lui, unico orante. e) Tu non sei capace di pregare, ma puoi solo mendicare lo Spirito Santo, chiederlo incessantemente, certo che te lo concederà. Lo Spirito Santo ci insegna a consegnare tutti i problemi e le preoccupazioni, a cercare solo di fare ciò che capiamo esserci richiesto, a occuparci di tutto senza preoccuparci di niente, un modo meraviglioso di vivere. Ecco, queste sono le cose che ho capito. (Ibidem, pp 72,73)

In questo capitolo si trovano anche il dove, il quando, il per quanto, non come istruzioni da copiare ma come criteri da adattare alla propria vita. E soprattutto si trovano il per Chi e il con Chi.

Il digiuno

La seconda cose utile e nuova (non importa se nota da millenni anche se ritenuta demodée) che possiamo portarci via da questo scrigno pieno di gioielli  è l’invito accorato e sincero a tornare alla pratica del digiuno. Lei lo mette in fondo, come quinta colonna ma noi lo mettiamo qua, prima dell’Eucarestia, per simulare proprio l’attesa, lo spazio, la fame che si fa largo in noi durante il digiuno, di cui parla Costanza, e che ci scopre per quel che siamo, ma soprattutto permette a Dio di occupare quello spazio.

Ecco la seconda giravolta alla Chesterton: il digiuno non è tanto ciò che noi offriamo a Dio, ma ciò che permettiamo a Lui di fare in noi attraverso questa pratica così ardua, almeno all’inizio, almeno per le schiappe tra le quali si inserisce a forza la stessa Costanza. Eppure anche lei “è quella con gli occhi”…

Il digiuno dovrebbe essere segreto. Ma le persone che lo fanno inevitabilmente diventano più belle, i loro occhi splendono, e quando cominci ad affinare il tuo radar interiore, le puoi individuare abbastanza facilmente. Impossibile nascondersi. Un ragazzo che io conosco, per esempio, digiuna così fedelmente che io lo chiamo “quello con gli occhi”, talmente ce li ha spudoratamente splendenti. La Chiesa, fin dalle prime catechesi – ad esempio la Didachè – suggerisce, come forma più intensa e perfetta di questa pratica, il pane e acqua, il mercoledì e il venerdì. Ce la offre come via privilegiata, non la impone, ovviamente. Dico “offre” perché sono convinta che il digiuno non sia tanto qualcosa che tu dai a Dio (il quale non se ne fa niente dei nostri sacrifici: non è che l’Onnipotente accresca la propria gloria se una creatura ignora la lasagna una sera, o che si offenda se quel tocco di salame ha la meglio su di noi), ma una possibilità che lui dà a te di aprire il cuore e fargli più spazio. Io non lo so spiegare, è un mistero questo. Ha a che fare con un Dio che non si impone, mai, ma che per rivelarsi a noi sempre più pienamente ha bisogno della nostra accoglienza, dell’adesione della nostra libertà. (p. 111-112)
Il digiuno non fa dimagrire. È per questo che nessuno lo fa. Se invece si diffondesse la notizia che il digiuno a pane e acqua fa diventare più belli, aumenta la massa magra, azzera la ritenzione idrica, non ho dubbi che molta gente lo farebbe senza battere ciglio, perché ogni sacrificio per la dieta ci sembra ammissibile, mentre se è per Dio ci sembra subito fanatismo. Il fatto è che il digiuno fa molto più che dimagrire: dà la libertà del cuore e la pace, fa bene all’anima e, a dire il vero, fa bene anche al corpo, lo purifica e lo detossina – adoro parlare come una rivista femminile –, non per niente è indicato in tutti i piani alimentari scientificamente fondati. Dio infatti non ci propone mai niente che vada contro le leggi naturali, visto che ci ha fatto lui, e solo lui ha conservato il nostro libretto di istruzioni. Ma credo che il digiuno vada molto oltre i benefici di salute. (Ibidem, p.114)

La Chiesa che dispone di tesori inesauribili, e infatti non si capisce come possa la vulgata trattarla sempre da nerd del mondo civilizzato (dalla Chiesa stessa, farei notare!), fin dai primi tempi ha disposto il digiuno come un abbraccio pieno di timore e riverenza intorno al mistero grande, al dono supremo dell’Eucarestia.

La Chiesa primitiva digiunava mercoledì e venerdì, perché il giovedì è il giorno dedicato in modo speciale all’Eucaristia, e farlo precedere da un’attesa, farlo seguire da una seria riflessione è il modo migliore per provare ad accostarsi al mistero. (Ibidem, p.120)

È davvero bello come in ogni capitolo, dopo aver tolto polvere e incrostazioni dalla colonna descritta per presentarla a sé e a chi legge nel suo originale e originante splendore, Costanza si preoccupi di evitare che ci fermiamo ad adorare la colonna stessa. È la cattedrale che regge che ci deve attrarre. Meglio ancora: è al Re, all’Abate del monastero immateriale eppure visibile (la nostra vita spirituale) che ci spinge ad orientare sguardo, pensieri, sentire.

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costanza mirianopreghieravita spirituale
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